Saio e altri elementi per suggerire, indicare, una particolare direzione, secondo il nostro metodo.

Mi sono permesso più volte, di precisare come una formazione metodologica e la sua corretta messa in pratica, risulti indispensabile al fine di operare un eventuale tentativo di elevazione spirituale durante i momenti teurgici, da sviluppare all’interno delle riunioni rituali; in ognuno, infatti, la condizione dell’essere dovrebbe emergere oggettivamente idonea per un auspicabile riconoscimento da parte di quelli che si possono immaginare come livelli metafisici più elevati e quindi per una conseguente azione interattiva su più piani.

Quindi, anche alcuni aspetti simbolici che agli occhi di un profano potrebbero apparire inutilmente scenografici, possono al contrario, risultare come importanti indicazioni, suggerimenti, per favorire l’intuizione di ciò che possa necessitare spiritualmente ad ogni singolo soggetto, al fine di partecipare correttamente a ciò che prevedono le nostre liturgie.

Colgo così l’occasione per dissertare su qualche elemento che essendo indicato nelle nostre norme e quindi assunto obbligatoriamente, però forse non viene sempre indagato con la necessaria attenzione.

Ad esempio, mi riferisco a ciò che si è ritenuto di fissare negli statuti e nei regolamenti, in merito al vestiario comune per tutti noi durante le riunioni rituali (sia nel percorso maschile, che in quello femminile); è costituito da un saio/clamide bianco, da guanti bianchi, da grembiule bianco e da scarpe rituali tendenzialmente bianche.

Volendo risalire ad una possibile origine etimologica, si potrebbe notare che la parola saio sembrerebbe derivare dal latino sagum e nell’antica Roma era la mantella di color granata che indossavano i legionari romani. Col passare del tempo, anche vari eremiti ed asceti indossarono abiti simili, realizzati in maniera molto semplice con tessuti naturali, a forma di sacco, con delle maniche larghe e con poche cuciture. Sembra che in ambito religioso cristiano, come abito permanente (e non semplicemente come espressione di penitenza), sia stato utilizzato per la prima volta da Francesco d’Assisi e dai suoi primi seguaci.

Negli esseri umani il colore bianco è percepito quando una luce che contiene tutte le componenti dello spettro elettromagnetico, viene riflessa da ciò che è visibile illuminando qualche cosa il cui aspetto viene così definito con tale colore. Diversamente, nel caso dell’assorbimento di tutte le lunghezze d’onda illuminanti, l’eventuale oggetto apparirebbe nero.

Il bianco, a seconda dei tempi e delle popolazioni, ha assunto significati simbolici anche molto differenti; però, forse solo in apparenza.

Ad esempio in Occidente, di solito questo colore tende a simboleggiare principalmente purezza, innocenza, pace, perfezione; è associato a pulizia, freschezza e semplicità. In analogia con gli inizi della luminosità solare (biancore latteo dell’alba), viene immaginato anche nei contesti nuziali e religiosi (vedasi: abito da sposa, comunioni e battesimi) in modo da suggerire immagini di luce crescente, verità, conoscenza, apertura mentale e divinità, ma si possono aggiungere concetti di purezza riguardanti la verginità.

In apparente contrapposizione, potrebbe riscontrarsi un punto di vista orientale come quello cinese, indiano, ma anche di alcuni Paesi africani, in funzione del quale il bianco viene associato al lutto (quindi, l’identificazione funebre non è tramite il nero come in Occidente). Essendo in Cina collegato all’elemento “metallo” e all’autunno, simboleggerebbe la fine del ciclo vitale, ma in sintonia analogica con i nostri punti di vista, rappresenterebbe: purezza, distacco e trasformazione, secondo una visione ciclica della vita prevista da quella tradizione. Nel Taoismo, il bianco rappresenta lo yang (energia attiva, maschile), che assieme allo yin (energia ricettiva, femminile, rappresentato dal colore nero), forma la coppia delle due nature complementari dell’universo: Yin e Yang.

In qualche modo, questi concetti riferiti alla dicotomia esistenziale, potrebbero ricondurci anche ad una divinità legata al pantheon egizio di origini non molto note ma sicuramente antichissime. Infatti potremmo osservare qualche cosa riguardante ciò che era presente nella tomba di Rasmete VI nella Valle dei Re ma anche nei Testi delle Piramidi del re Teti, così pure nel Libro dei Morti. Si tratta di un riferimento ad Aker (o Akhet) collocato tra due leoni (Bakhau e Manu oppure Sefe e Duaj : ieri e domani, oltre che alba e tramonto) posti ai suoi lati, rivolti in due direzioni opposte tra loro come ad indicare la dinamicità anche temporale dell’esistenza; questo tramite l’esemplificazione del movimento ciclico dell’entità solare.

Tra gli occidentali, l’associazione del bianco a dei nuovi inizi potrebbe derivare dall’immaginare una tela bianca oppure la neve, per suggerire un avvio privo di contaminazioni. Riguardo ai concetti di pace e di spiritualità, si tenderebbe associarli alla divinità, alle interazioni spirituali riverberanti anche nella fisicità e nella serenità.

Così, il saio bianco, specialmente nei contesti religiosi, ha assunto significati riconducibili a: purezza, innocenza, penitenza e devozione, richiamando in alcuni casi specifici: la veste battesimale, l’umiltà e l’impegno spirituale nell’idea di un nuovo inizio o di una vita rinnovata. Quando questo indumento austero e simbolico è associato alla modestia, possiamo immaginarlo come atto di devozione a Dio, mentre i guanti bianchi rappresenterebbero rispetto e purezza.

Ovviamente per il guanto si potrebbe dissertare a lungo, essendogli stati attribuiti molteplici significati durante i secoli. Si possono ricordare occasioni formali, cerimonie (come quelle liturgiche) e alla moda per indicare status sociale, ma anche per maneggiare oggetti preziosi con cura, dando origine all’espressione “trattare con i guanti bianchi” (massima delicatezza).

Può anche rappresentare un dono speciale e un legame profondo in contesti simbolici, come nel nostro caso di un’iniziazione, dove simboleggerebbe virtù, dignità e stima ma anche rispetto per la compagna (via maschile) o compagno (via femminile) amati.

In occasione di un’accoglienza nel nostro Rito, secondo la liturgia prevista, si completerà la cerimonia con una vestizione: saio bianco (segno di purezza e semplicità) realizzato con tessuti semplici, naturali, a forma di sacco, con delle maniche larghe; questo, unitamente a guanti bianchi (segno di limpidezza d’intenti nell’agire e di distinzione) senza alcun simbolo o ricamo. Poi, viene allacciato il grembiule bianco d’Apprendista (simbolo di innocenza e di pulizia, di trasparenza, oltre che di inizio, associandolo anche al bianco dell’alba e a Kepri).

Ricapitolando: nelle riunioni rituali, di qualsiasi grado, tutti i Fratelli (via maschile) e tutte le Sorelle (via femminile) indossano, di norma, una clamide bianca od un saio bianco. In tal modo, si azzera esteticamente anche ogni riferimento all’origine del personale stato sociale, profano. Inoltre, si portano i guanti bianchi, sempre perfettamente immacolati. Qualora non fossero immacolati, non devono essere indossati. Quindi è evidente che per quanto ci riguarda, su questi ultimi nessun simbolo (neppure tipicamente massonico come ad esempio: squadra e compasso) deve esservi apposto (si tratterebbe di un’oggettiva contaminazione di un nostro elemento simbolico). Nel passato, qualcuno aveva ipotizzato la possibilità di inserire nel palmo (non sul dorso) il ricamo di un Ankh aureo, in analogia con le immagini delle divinità egizie che spesso sono raffigurate impugnandolo, ma poi l’idea fu ovviamente scartata come una banale forzatura estetica, impropria e meramente inutile oltre che in contrasto con le direttive statutari e regolamentari.

Le scarpe bianche, cerimoniali, anche queste (quando sia possibile) costituite da materiali semplici, naturali, simboleggiano purezza, pulizia, novità e minimalismo. Il loro significato può anche variare in base al contesto, da simbolo di cambiamento e rinnovamento (immaginate come scarpe nuove) a indicatori di semplicità, di umiltà nello stile di vita.

Il Grembiule è uno degli elementi simbolici che si può notare in molte camere rituali durante i Lavori nel Tempio (però in alcune nostre maschili non compare sempre, mentre si aggiungono e si evidenziano solo fasce e scapolari). Ha forma rettangolare sormontato da una bavetta triangolare (potrebbe ricordare anche la vista in alzata di una pietra cubica a punta; ovvero uno degli importanti obiettivi che dovranno essere conquistati nei gradi successivi, riuscendo ad aprire prioritariamente il canale dell’intuizione; cosa che come è noto, non è affatto facile). Quello di Apprendista è fatto interamente di stoffa bianca, riconducibile a simbologie riguardanti l’innocenza, la purezza d’intenti. In altri gradi a seconda del cammino maschile o femminile, potrebbero poi comparire bordature rosse, blu-azzurre, auree, argentee.

Oltre alla più comune origine fatta risalire convenzionalmente alle corporazioni degli artigiani medioevali e in particolare dei muratori e scalpellini, la cui divisa tradizionale prevedeva sempre il grembiule, non bisogna obliare le raffigurazioni degli antichi egizi; infatti, indossavano davanti al gonnellino, una sorta di grembiule-pendaglio a forma di triangolo o trapezio, inamidato o irrigidito.

Tra le varie deduzioni riguardanti il Grembiule, si potrebbe notare la combinazione del quaternario con il ternario che porterebbe al settenario con tutto ciò che questo potrebbe evidenziare nelle miriadi di interpretazioni variabili a seconda dei punti vista collegati ai differenti ma spesso analogici simboli che caratterizzano i particolari filoni tradizionali. In una figura umana potrebbe anche indicare zone del corpo (riproduttive, digestive, cardiache, ecc.) che sono spesso collegate alle emozioni, alle passioni, agli istinti, a significare che prima di operare nel Tempio, occorrerebbe prendere coscienza di sé stessi, in modo di avere consapevolezza dei flussi vitali che interagirebbero con quelli metafisici.

Una nota di colore potrebbe riguardare l’abitudine di un tempo, di seppellire il grembiule insieme al Libero Muratore passato alla montagna eterna. Un’altra usanza, da noi abbandonata da molti anni e quindi non più presente all’interno del metodo seguito ma forse ancora esistente in alcune altre realtà, riguardava i casi d’espulsione dalla comunità. Tramite una particolare cerimonia magico-operativa (affatto luminosa e spiritualmente abbastanza pericolosa per i partecipanti; questo, secondo il punto di vista di chi ci ha preceduto e che io stesso, in funzione delle esperienze vissute, condivido), il grembiule del colpevole veniva bruciato tra le colonne.

Ancora una volta ciò che ho descritto sino a questo momento, tende ad evidenziare perché si deve intendere anche la vestizione cerimoniale come un’ulteriore conferma per ciò che si dovrebbe operare nella personale interiorità. Infatti chiunque non dovrebbe certo immaginare di limitarsi ad assumere una sorta di mascheramento cerimoniale unito alla lettura di papiri preconfezionati (per altro antitetici alle disposizioni del nostro metodo) per supporre di essere riuscito a cambiare l’aspetto della propria essenza animica. La vestizione è oggettivamente un costante suggerimento per ciò che si dovrebbe mettere in pratica, non solo nel Tempio, per essere in grado di operare ritualmente in modo corretto ma soprattutto per pensare, parlare, agire, nella vita di ogni giorno (prima e dopo i Lavori) interagendo con ciò che ci circonda.

A questo proposito, forse sarebbe opportuno che ognuno si soffermasse a meditare su che cosa riesce a mettere in pratica concretamente per camminare sulla nostra via; infatti ciò che si compie incide progressivamente sulle condizioni spirituali, animiche (oltre che su quelle psico-fisiche) caratterizzando la vera personale idoneità per partecipare attivamente ai Lavori previsti nel grado di appartenenza, dove una particolare finalità è sempre la stessa; ovvero: essere “riconosciuti” e interagire con i livelli metafisici più luminosi ed elevati.

Come si può facilmente intuire, col meditare si tratterebbe di esercitare una ulteriore (oppure semplicemente una differente) modalità tramite cui ci si potrebbe addentrare anche nella speculazione intellettuale; ovvero, in un’attività di riflessione profonda, di indagine che di solito si proietta oltre l’esperienza immediata, esplorando concetti non solo concreti, per tentare di raggiungere una conoscenza più elevata, per lo più col punto di vista filosofico, auspicando di intuire, di comprendere il “fine” o le implicazioni di idee e di processi. In questo caso, si tratterebbe di spiegare a sé stessi perché si abbia bussato a determinate porte e dove ci si trovi, ma soprattutto che cosa si stia facendo dopo essere stati accolti.  

Meditare su sé stessi, sul senso della vita o sulla natura della realtà, è un modo normale per fare speculazione intellettuale. Accade la stessa cosa quando in ambito scientifico si sviluppano teorie cosmologiche che vadano oltre le osservazioni e le conoscenze attuali.

In effetti chiunque, anche qualsiasi profano, può esercitarsi nella speculazione quando si soffermi a pensare e a porsi grandi domande sul mistero dell’esistenza.

In ambito mistico, esiste per altro una probabile distinzione tra quella che si potrebbe definire come una funzione razionale da un’altra meno intellettuale. La prima è immaginata in collegamento con le capacità sensoriali e cognitive della sfera scientifica, mentre la seconda esplorerebbe le possibilità di proiettarsi anche tramite la contemplazione, verso l’intuizione della conoscenza, nel senso più complesso ed elevato, senza escludere alcunché.

Mi permetto però di suggerire prudenza (d’altronde lo faccio spesso) anche riguardo alle acquisizioni culturali. Mi riferisco alla cosiddetta “cultura fine a sé stessa” identificandola in un sapere o in quell’attività sapienziale che neppure mira a scopi pratici o di utilità e meno che mai alla cosciente esplorazione interiore ma la si persegue per il puro piacere dell’erudizione e per lo sviluppo edonistico dello spirito critico da esibire anche o soprattutto in ambito sociale.

Un’attività culturale che trovi la sua gratificante giustificazione in sé stessa, non si configura affatto come qualche cosa di utile per il nostro metodo che invece tende a favorire l’emersione e la crescita della coscienza personale, nell’auspicabile ricerca di comprensione profonda delle motivazioni dell’esistenza; quindi non è certo una formazione configurata per l’ostentazione o per ciò che sia indirizzato a soddisfare le esigenze materiali più o meno passionali.

Di norma, almeno tra noi, non ci si dovrebbe limitare ad una semplice accumulazione di informazioni per il piacere di esibirle poi come un banale copia-incolla del pensiero altrui, ma anche nell’intento di competere tra chi abbia letto più libri o abbia una memoria migliore.

È altresì importante intuire e aspirare alla conoscenza, alla creatività, valorizzandone l’aspetto disinteressato e formativo in un’ottica di crescita individuale, spirituale e

indipendentemente dalla loro applicazione pratica o sociale, ma come mezzo per avvicinarsi alla “Verità”.

Però poi, le sempre possibili “fantasticherie” (derivanti da concetti come: immaginare, sognare, vaneggiare, ecc.), restano solo pensieri, sogni o immaginazioni che si creano nella mente (anche quando si utilizzano simboli, allegorie del nostro Rito). Sono spesso stravaganti, irreali e per lo più lontani dalla realtà o deformanti la stessa; possono essere sinonimi di fantasie, di chimere, di castelli in aria, di stravaganze capricciose che nulla hanno a che spartire con un metodo di ricerca tradizionale.

Ho introdotto questi ultimi riferimenti agli aspetti mentali per consentire di prendere in esame qualche concetto che, da parte di coloro che siano stati accolti nel nostro Ordine-Rito, non sempre viene approfondito come invece dovrebbe esserlo.

Mi riferisco alle tre domande che vengono rivolte ad un postulante, allorché sia stato introdotto nel Gabinetto delle Riflessioni.

Queste implicano l’esistenza di “doveri”, ovvero della necessità di soddisfare esigenze imposte da norme; in questo caso, volendo proiettarsi oltre i limiti materiali, sono evidentemente abbastanza misteriose. A seconda di quei tre differenti contesti, si potrebbe supporre l’esistenza di altrettanti tipi di dovere ma forse non è così. Probabilmente uno è dominante e permeante; gli altri si presentano impliciti nelle situazioni in cui un soggetto dovrebbe compiere delle azioni predisposte da quelle direttive. A tal proposito e nel nostro caso, sarà opportuno tenere presente che sarà importante avere a riferimento anche un collegamento con l’apertura del libro sacro; leggendolo, si potrebbero intuire i molteplici riferimenti a cui sarebbe plausibile collegarsi, in merito a: “insegnamento”, “dottrina”, “istruzione” o a “leggi e norme” della creazione.

Ne consegue che entrando nel nostro percorso dove si fa costantemente riferimento al Supremo Artefice, si dovrebbero tenere comportamenti consoni alle direttive spirituali che si dovranno prima intuire (questo è sempre per tutti un problema di conquista dell’equilibrio interattivo tra cuore e mente) e poi auspicabilmente comprendere.

Ecco perché dovrebbe essere importante adeguarsi correttamente al metodo formativo senza inutili e dannose mescolanze con quelli di altri e poi utilizzare al massimo le conseguenze di una corretta partecipazione ai Lavori.

D’altronde è solo un illecito comportamento (comprensivo di pensieri, pronunciamenti e azioni) che costituisce violazione del dovere anche se non si è ancora in grado di focalizzarlo perfettamente nonostante i segnali che possono pervenire dalla personale coscienza.

Non è una questione di dovere giuridico che potrebbe essere compreso nell’ambito materiale con le sue norme, ma di quello morale che nasce da esigenze interiori, non imposte coercitivamente, ma sentite come necessarie. È spesso associato a un senso di giustizia, di responsabilità verso sé stessi (uno dei tre riferimenti) e verso gli altri (l’umanità riferita a uno dei tre quesiti). È un obbligo dettato dalla coscienza che spinge un individuo ad agire in un certo modo (o astenersi dal farlo) indipendentemente da indicazioni esterne o da pressioni e consuetudini. L’azione sarebbe compiuta per sé stessi, in coerenza con i propri valori, non per paura di una sanzione esterna.

Rimane il dilemma in merito alla sorgente dello stimolo interiore. Da un punto di vista mistico, potrebbe trattarsi di un collegamento animico con la sorgente spirituale, luminosa del Creatore. Da qui il quesito riguardante i doveri verso Dio (sempre uno dei tre quesiti).

Però, se il dovere morale avesse come referente direttamente la coscienza, come giudice interiore (con il collegamento spirituale nel mondo metafisico) indipendente da canoni e regole fissati dall’esterno, allora potrebbe essere direttamente la stessa coscienza a configurare a livello psico-fisico anche le conseguenze concrete per le eventuali violazioni.

Per Kant, il dovere morale si realizzerebbe quando l’azione fosse guidata dalla ragione e dalla volontà di agire secondo una massima che possa valere per tutti, al di là delle inclinazioni personali. D’altronde nella “Critica della ragion pratica” sembrerebbe aver affermato che il dovere sarebbe quello di promuovere il Sommo Bene, il quale si presume che potrebbe esistere, ma che a sua volta sarebbe possibile solo alla condizione che Dio esista.

Quindi ricapitolando, si dovrebbe prendere consapevolezza sin dalla condizione di postulanti, soprattutto nel Gabinetto delle Riflessioni, che entrando nella nostra Obbedienza-Rito (ma nessuno è obbligato a farlo) esistono dei doveri da intuire e da comprendere, intesi verso Dio, verso sé stessi, verso l’umanità. Però nessuno spiegherà di che si tratti. Secondo il nostro metodo, verranno però elargite progressivamente varie indicazioni che saranno di tipo “diretto”, tramite una trasmissione orale, oppure “indiretto”, tramite testi liturgici comprensivi di allegorie, metafore, simboli, vestiario, strutture e arredamento degli spazi templari (da qui la necessità di provare ad essere idonei per accedere, un po’ alla volta, a tutti i gradi e a non fermarsi in posizioni intermedie).

Così, ognuno riuscendo auspicabilmente a superare quegli ostacoli, inciampi interiori, accennati nell’ambito delle tradizioni di ogni tempo e per noi esemplificate dai viaggi delle anime nell’aldilà egizio, oltre che dai suggerimenti analogici derivati dalle tradizioni ermetico-alchemiche, kabbalistiche, astrologiche, potrebbe onorare gli impegni e i doveri che dovrebbero consentire il riconoscimento e l’interazione con l’ambito metafisico, e forse l’evoluzione animica-spirituale verso i livelli più elevati, tramite una sorta di processo di reintegrazione negli stati esistenziali, originali.

D’altronde riguardo a queste ipotetiche sfere esistenziali, immaginate su più livelli, di solito abbiamo solo intuizioni o al massimo contemplazioni soggettive. Anche coloro (pochi per quanto mi è dato sapere) che vi interagiscono coscientemente avendone riscontri concreti, più o meno continui, si limitano a prendere consapevolezza degli effetti ma persistono nel rimanere ignari in merito a che cosa sia veramente ciò che li provoca. Ovviamente poi, forse per tentare di spiegarselo, risulta abbastanza facile adagiarsi istintivamente, in qualche modo, anche sulle formazioni mentali derivate dalla personale formazione religiosa (oppure avversandola per mille motivi). In questo caso, sarà opportuno vigilare su sé stessi, perché gli stereotipi conseguenti (sia a favore, che contrari), se acquisiti passivamente, potrebbero “accecare” e vanificare la ricerca di chiunque.  Però, per un iniziato a percorsi Tradizionali, ogni punto di vista deve essere preso in considerazione con lucidità intellettiva, libera da qualsiasi preconcetto. Probabilmente solo in questo modo, è auspicabile che per ognuno, qualche scintilla intuitiva possa farsi strada nella mente, in armonioso collegamento con la coscienza. Così, forse, utilizzando molteplici fonti (sia scientifiche, che mistiche), non è escluso che col tempo, si riesca anche a comprendere qualche scintilla di quella Verità che ad ognuno necessita veramente

L’articolo è contenuto nel numero di Marzo 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Tra gli occidentali, l’associazione del bianco a dei nuovi inizi potrebbe derivare dall’immaginare una tela bianca oppure la neve, per suggerire un avvio privo di contaminazioni. Riguardo ai concetti di pace e di spiritualità, si tenderebbe associarli alla divinità, alle interazioni spirituali riverberanti anche nella fisicità e nella serenità.

Così, il saio bianco, specialmente nei contesti religiosi, ha assunto significati riconducibili a: purezza, innocenza, penitenza e devozione, richiamando in alcuni casi specifici: la veste battesimale, l’umiltà e l’impegno spirituale nell’idea di un nuovo inizio o di una vita rinnovata. Quando questo indumento austero e simbolico è associato alla modestia, possiamo immaginarlo come atto di devozione a Dio, mentre i guanti bianchi rappresenterebbero rispetto e purezza.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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