Globalizzazione e perdita del centro: tra dissoluzione e ricomposizione simbolica

L’epoca contemporanea sembrerebbe caratterizzarsi per un’accelerazione senza precedenti dei processi storici, economici e culturali. La globalizzazione, nella sua dimensione più profonda, non rappresenta soltanto un fenomeno di interconnessione tra mercati e Stati, ma una vera e propria trasformazione dell’orizzonte umano, capace di incidere sul modo di pensare, di vivere e di percepire il senso dell’esistenza.

Appare come un fiume sotterraneo che scorre silenzioso, trascinando con sé ogni residuo di vecchio ordine, ogni forma ormai superata, per preparare una nuova configurazione del mondo e della coscienza.

Questo movimento non è neutro: esso dissolve, separa, mescola. È un’opera in atto, una lavorazione incessante della materia storica e interiore.

Come nelle cosmologie antiche, dove il caos primordiale precedeva la creazione, anche oggi ciò che era ordinato viene riportato a uno stato fluido, indifferenziato. Qui si potrebbero intravedere echi remoti dell’ermetismo: l’antica sapienza che insegnava come tutto sia uno, così come il microcosmo rispecchia il macrocosmo e la trasformazione esterna diviene specchio della trasmutazione interiore.

Le figure degli dei egizi, come ad esempio: Ra, Osiride, Iside, Horus, Seth, Anubi e Maat, si stagliano come archetipi eterni: incarnano la lotta tra caos e ordine, morte e rinascita, oscurità e luce.

Ciò che emerge con maggiore evidenza è una progressiva perdita del centro. I riferimenti tradizionali (culturali, spirituali e identitari) appaiono indeboliti, talvolta dissolti, in favore di una realtà fluida e instabile, priva di punti fermi.

Il centro, inteso come asse sacro, come punto di intersezione tra verticale e orizzontale, tra il cielo e la terra, sembrerebbe essersi occultato.

L’uomo contemporaneo vive nella periferia del proprio essere, smarrito in una molteplicità senza gerarchia, in un orizzonte senza orientamento.

Questa condizione dovrebbe ricordare che solo attraverso il ritorno al centro, attraverso il ritrovamento dell’asse interno, sarebbe possibile accedere alla conoscenza superiore.

La perdita del centro può essere simbolicamente letta come la dispersione del corpo di Osiride: il principio unitario, un tempo integro, è stato frammentato e disseminato nel mondo. Ogni frammento conserva una traccia dell’origine, ma separato dagli altri perde il suo pieno significato.

L’uomo moderno sembrerebbe vivere tra questi frammenti; li osserva, li accumula, ma fatica a ricomporli in una visione unitaria.

Qui il punto di vista dell’ermetismo potrebbe insegnare che la materia grezza è comunque sempre portatrice di luce; però, solo attraverso il lavoro alchemico interiore può trasformarsi in oro spirituale.

Per comprendere questa fase, risulterebbe utile adottare una chiave di lettura simbolica.

Il mondo attuale attraversa una dinamica che, da un certo punto di vista, richiama il principio alchemico del solve et coagula: prima la dissoluzione, poi la ricomposizione.

Oggi si potrebbe immaginare di essere immersi nella fase del solve, in cui le strutture consolidate vengono sciolte, separate, destrutturate. È la discesa nel caos, la riduzione all’essenziale, il viaggio attraverso il Vuoto.

Nell’ermetismo, questa è la fase in cui la materia dovrebbe essere purificata, decantata e trasformata, affinché emerga il principio autentico, l’oro nascosto nella pietra.

Nel linguaggio esoterico, il mondo esteriore riflette il mondo interiore. La globalizzazione diventa specchio di una dissoluzione più profonda, che riguarda la coscienza stessa. È la discesa nelle regioni inferiori dell’essere, il viaggio notturno del sole come Ra che attraversa il Dwat per rigenerarsi.

In questo viaggio, Ra incontra Seth, simbolo della forza distruttiva e caotica che però difende il viaggio dall’aggressione di Apophi; ma nel racconto c’è anche Osiride che prepara la ricomposizione, e Iside, che con pazienza e saggezza raccoglie e unisce i suoi frammenti, guidando la rinascita.

Questa fase è dunque un cammino iniziatico: un passaggio obbligato per chi cerca la conoscenza e la trasformazione. L’umanità si trova a percorrere la propria notte oscura, in cui la luce sembra spenta, ma che custodisce la possibilità di una nuova alba. Gli insegnamenti ermetici ci ricordano che il buio non è fine, ma condizione necessaria per la rinascita della coscienza.

La crisi dei valori tradizionali, le tensioni sociali, geopolitiche e l’alienazione crescente dell’individuo sono tutti segnali di un equilibrio spezzato. Le colonne invisibili che sostenevano l’ordine del mondo appaiono incrinate, lasciando spazio a instabilità diffusa.

L’uomo contemporaneo risulta immerso nella dimensione materiale e sempre più distante dalla propria interiorità, come se avesse smarrito il filo che lo collega al principio.

La simbologia iniziatica offre spunti di riflessione particolarmente significativi. L’immagine del tempio da costruire rappresenta il lavoro interiore necessario per ristabilire ordine e armonia. Ma questo tempio è anche immagine del cosmo, riflesso dell’ordine universale. Come le antiche strutture sacre sono orientate secondo i cicli celesti, esso richiama la necessità di riallinearsi a un ordine superiore. La costruzione del tempio, nella tradizione ermetica, è anche la costruzione del sé: la materia grezza della coscienza viene trasformata, purificata e disposta secondo le leggi universali.

Le figure simboliche che emergono dalle tradizioni egizie e dall’ermetismo: Ra che rinasce ciclicamente, Osiride che viene ricomposto, Iside che opera magicamente nel silenzio, Horus che ristabilisce l’ordine, Anubi che guida il passaggio e Maat che sancisce la giustizia, non sarebbero solo semplici miti, ma mappe dell’anima. Esse tendono ad indicare un percorso: dalla frammentazione all’unità, dalla dispersione alla ricomposizione, dalla perdita del centro al suo ritrovamento. Guidano l’iniziato alla ricomposizione finale, attraverso le prove del solve, fino alla luce del coagula.

Ogni individuo è chiamato a essere artefice della propria edificazione, trasformando la materia grezza in forma compiuta attraverso un progressivo processo di conoscenza e di consapevolezza. La pietra deve essere lavorata, purificata, resa capace di riflettere la luce: è un’opera che richiama la trasmutazione alchemica, il passaggio dal piombo all’oro, dalla densità alla luminosità. È la rinascita del principio interiore, la realizzazione del Sé che l’ermetismo pone come scopo ultimo dell’iniziazione.

Il principio del coagula diventa allora fondamentale. Dopo aver dissolto ciò che era rigido e ormai inadeguato, è necessario ricomporre, dare forma a un nuovo ordine. Questo processo richiama la ricostruzione del corpo di Osiride, la riunificazione delle parti disperse, il ritorno all’unità sotto il segno di Maat. È la costruzione di un nuovo centro che diventa asse del mondo interiore, punto di equilibrio tra il molteplice e l’unità.

La globalizzazione può essere vista come un grande crogiolo, una fornace ermetica in cui l’umanità intera è immersa. Tutto viene fuso, trasformato, rimescolato. Senza coscienza e orientamento, questa fusione rischia di rimanere incompiuta. È necessario un centro, un asse, una direzione: una verticalità nuova che permetta di integrare materia e spirito, individuo e collettività, visibile e invisibile.

Uno degli aspetti più critici del nostro tempo è l’eclissi del sacro. Non tanto la scomparsa della religione, quanto la perdita della capacità di leggere il mondo come un testo simbolico, di riconoscere i segni del divino e le leggi dell’universo. Recuperare questa dimensione significa riattivare lo sguardo simbolico, comprendere che ogni crisi è un passaggio e che ogni frammento può essere ricondotto all’unità.

La vera sfida è tentare di unire ciò che appare diviso. È un lavoro di ricomposizione che richiama direttamente il coagula, la fase in cui il molteplice viene ricondotto all’unità. La materia è sempre spirito velato e l’ordine universale è riflesso di un ordine interiore. La globalizzazione, letta attraverso questo prisma, diventa un’opportunità iniziatica: un passaggio in cui ciò che si dissolve può essere trasmutato e ricomposto in una forma superiore.

Il rischio, altrimenti, è quello di una dissoluzione senza ritorno. Ma nella visione ermetica, nulla si perde: tutto si trasforma. Anche la dispersione contiene in sé la possibilità della ricomposizione, così come i frammenti di Osiride contenevano già il principio della sua rinascita.

In definitiva, la globalizzazione può essere interpretata come una grande prova iniziatica collettiva: una fase in cui l’umanità attraversa il caos per ritrovare l’ordine. È una soglia, un passaggio, un viaggio simbolico che richiama antichi itinerari dell’anima e dei misteri. Il motto solve et coagula sintetizza perfettamente questa dinamica: ciò che oggi si disgrega può essere ricomposto in una forma più alta, ma solo se l’uomo saprà ritrovare il proprio centro, il principio interiore, l’asse che connette cielo e terra.

Forse, proprio nel cuore di questa grande dissoluzione, tra il viaggio notturno di Ra, la morte e la rinascita di Osiride, la saggezza di Iside, l’ordine di Horus, la giustizia di Maat e la guida di Anubi, potrebbe essere possibile che si stia già preparando, silenziosamente, la nascita di un nuovo ordine, in cui il caos sarà trasmutato in armonia e la dispersione in unità, secondo le leggi immortali dell’ermetismo.

L’articolo è contenuto nel numero di Maggio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

Le figure simboliche che emergono dalle tradizioni egizie e dall’ermetismo: Ra che rinasce ciclicamente, Osiride che viene ricomposto, Iside che opera magicamente nel silenzio, Horus che ristabilisce l’ordine, Anubi che guida il passaggio e Maat che sancisce la giustizia, non sarebbero solo semplici miti, ma mappe dell’anima. Esse tendono ad indicare un percorso: dalla frammentazione all’unità, dalla dispersione alla ricomposizione, dalla perdita del centro al suo ritrovamento.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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