Intuizione e Desiderio (appunti)

A volte, mi è sembrato di poter ipotizzare che quando si cerchi di dissertare in merito a ciò che si indica come intuizione, ci si riferisca a quel tipo di consapevolezza immediata che non si avvale del ragionamento o della percezione sensoriale.

È qualche cosa che nelle liturgie dei nostri rituali non viene citata troppo spesso in modo esplicito, ma che è continuamente parte delle indicazioni orali e dei suggerimenti derivati dai collegamenti con quei testi i quali sono caratterizzati dalle influenze, sia ermetico-alchemiche, che kabbalistiche, le quali, come sappiamo, pervadono le allegorie ed i simboli di ogni grado.

Dal punto di vista etimologico, dovrebbe trattarsi di guardare la propria interiorità per ricavarne una forma di sapere non spiegabile a parole, che però si manifesta per lampi improvvisi, ma sulla cui origine permane un velo di mistero che da sempre affascina e contemporaneamente induce a contrapporre inevitabilmente punti vista per spiegazioni per lo più antitetiche. Ad esempio, si potrebbe supporre l’esistenza di un sapere trascendente che sarebbe all’origine della stessa logica di causa-effetto, quindi un sapere non acquisito, ma innato sin dalla nascita, oppure ci si potrebbe limitare a immaginare semplici processi di causa-effetto.

A tal proposito, in ambito filosofico, Platone rielaborando i concetti di limite/illimitato (per altro affrontati anche da Pitagora) aveva immaginato i cosiddetti “principi primi”, sviluppati soprattutto nelle “dottrine non scritte” (agrapha dogmata).

In sintesi, aveva identificato con il Bene e il Vero, la causa della determinazione e della conoscibilità che poteva, doveva, ordinare la molteplicità grande e piccola, intesa come principio passivo o materia intelligibile. Tutto questo, interagendo reciprocamente e producendo numeri ideali, sarebbe stato alla base della struttura della realtà e delle Idee affrontate anche da Parmenide. Queste, a loro volta, avrebbero costituito le ipotesi per un modello raffigurante il mondo sensibile che secondo alcuni sarebbe stato plasmato dal Demiurgo (figura filosofica e al tempo stesso mitologica; nello gnosticismo sarebbe un essere divino, dotato di capacità generatrice, e sembrerebbe descritto, la prima volta, da Platone nel Timeo); sarebbe un modello configurato tramite un sistema basato sul bipolarismo.

Secondo queste ipotesi, una intuizione immediata corrispondente ad una sorta di 

Conoscenza, sarebbe stata possibile in funzione di un pensiero che avesse avuto direttamente accesso ai propri contenuti, essendo insieme soggetto e oggetto.

Diversamente, Immanuel Kant immaginò un metodo conoscitivo che si dividesse tra “intuizione sensibile”, ovvero conoscenza passiva percepita attraverso i sensi, ed “intuizione intellettuale”, fulcro delle filosofie idealiste. In pratica si mostrò molto scettico sulle possibilità di riuscire ad intuire tramite l’unità immediata di soggetto e oggetto.

Gli idealisti Fichte e Schelling avevano sostenuto invece che tale unità fosse un assioma non solo formale, ma costitutivo di ogni sapere che aspirasse ad essere universale e necessario. Non potendo essere dimostrato, esso andava posto come un atto di fede, che non era però da considerarsi irrazionale, essendo trascendentale, ovvero fondante la razionalità stessa.

In effetti, tutte queste ipotesi, rimbalzano e si contrappongono continuamente all’interno di qualsiasi percorso di ricerca spirituale, dove i cosiddetti uomini e/o donne di desiderio tentano di acquisire una conoscenza intuitiva dell’emanazione creativa, derivata da un Supremo Artefice; in tal modo, si ipotizzerebbe una conoscenza superiore e trascendente rispetto al pensiero razionale-dialettico che da quella stessa discenderebbe.

Si tratterebbe di conquistare una forma particolarmente alta di sapere, che sarebbe superiore, sia alla conoscenza sensibile, che a quella scientifica; permetterebbe all’intelletto di cogliere in modo misterioso, l’unicità della sostanza e di guardare l’esistenza da un punto di vista decisamente più elevato, riconducibile ai livelli più alti dello Spirito.

D’altronde, esistono punti di vista anche di altri filosofi; ad esempio Agostino immaginava l’intuizione attraverso una sorta di ipotesi riguardante il dubbio, il quale non avrebbe avuto possibilità di sussistere se non fosse stato emanazione della verità “sfuggente” per le possibilità intellettive di una normale mente umana.

L’intuizione sarebbe così coincisa con l’illuminazione, ovvero col momento in cui Dio avrebbe illuminata la mente elevandola alla conoscenza della verità.

Tommaso, a sua volta, si servì del punto di vista aristotelico per giungere ad immaginare l’intuizione come perfezione assoluta dell’Essere, identificandola come un tipo di conoscenza immediata, propria delle intelligenze celesti (gli angeli), per attingere alla quale, l’uomo avrebbe dovuto passare attraverso la mediazione anche del pensiero logico o razionale.

Cusano postulava una conoscenza intuitiva di tutto ciò che riguardasse la divinità e la sua creazione, sarebbe stata di tipo superiore e trascendente rispetto al pensiero razionale-dialettico che da quella sarebbe potuta discende. Analogamente, Spinoza fece dell’intuizione il cardine del suo sistema filosofico, la forma più alta di sapere, superiore, sia alla conoscenza sensibile, che a quella scientifica. Infatti, dal suo punto di vista, avrebbe permesso all’intelletto di cogliere l’unicità della sostanza e di guardare il mondo da un punto di vista simile a quello dell’Essere divino.

A differenza di Nietzsche, il quale riteneva che lo scopo vero e proprio di ogni filosofare fosse l’intuitio mystica, Hegel invece criticò aspramente l’intuizione intellettuale. La considerava come mistica e irrazionale, ascrivibile ad una forma primitiva di conoscenza. Affermava la superiorità della razionalità sull’intuizione, del sapere mediato rispetto a quello immediato, tentando di oggettivare il soggetto e di razionalizzare l’infinito, facendo coincidere su un piano definitivo, immanente e non più trascendente, ogni principio col suo contrario.

Nel Novecento, Edmund Husserl immaginò di poterla suddividere in qualche cosa che riguardasse la facoltà mnemonica fondata sulla percezione visiva, cogliendo l’essenza generale dei fenomeni, andando oltre i preconcetti e i giudizi culturali, oppure in altro che si basasse sui dati dell’esperienza immediata e della pratica ma non su presupposti teorici o scientifici.

Henri Bergson ritenne di poter attribuire all’intuizione, una sorta di facoltà istintiva e genuina, capace di portare a soluzione ogni problema, tramite una sorta di “slancio vitale”, idoneo per andare oltre la rigidità materiale del pensiero razionale.

Infine e non certo in modo esaustivo, per Carl Gustav Jung, l’intuizione sarebbe stato un processo d’intervento dell’inconscio con cui la mente sarebbe riuscita a percepire i modelli della realtà, nascosti dietro i fatti.

Si potrebbe continuare con le citazioni, ma a questo punto ci si potrebbe chiedere che cosa potrebbe spingere qualcuno ad intraprendere un percorso iniziatico Tradizionale, finalizzato alla ricerca di un’evoluzione animica, spirituale, e perché all’interno di eventuali fasi formative, si insista su concetti come quello dell’intuizione attribuendogli costantemente una straordinaria importanza.

Immagino che, prima di ogni altra considerazione, sia quindi indispensabile tentare di indagare ciò che possa aver indotto chiunque (uomo o donna) a bussare alla porta di un nostro Tempio.

Mi riferisco a quel moto dell’anima, a quel sentimento che si potrebbe identificare in un impulso volitivo diretto a soddisfare un’esigenza per qualche cosa di cui si desidera l’osservazione, oppure il possesso e/o la disponibilità in merito a ciò che si immagina non appartenere solo all’ambito materiale; spostandosi verso punti di vista più mistici e osservando anche l’albero kabbalistico, si potrebbe essere indotti a tentare di meditare spontaneamente sul fluire delle acque spirituali, maschili, che discenderebbero tramite la Sephirah Chokhmah.

Tutto ciò, come per qualsiasi desiderio, potrebbe comportare varie tensioni emotive e sensazioni altalenanti tra quelle dolorose o piacevoli, come conseguenza della soddisfazione o meno del desiderio stesso.

D’altronde non di rado, questo è un concetto riportato nelle liturgie dei nostri rituali, abbinato a quelli di Verità e Conoscenza.

Si tratterebbe di focalizzare lucidamente un’intensa sensazione interiore riguardante la mancanza di qualcosa di cui si sente un bisogno, ma anche di essere coscienti in merito all’esigenza di poter riuscire ad acquisire ciò che necessita affinché la mente riesca a individuare, in modi più o meno realistici, anche le percezioni di un’esperienza forse effettivamente vissuta in ambiti differenti da quello materiale.

Ora però, è necessario sostare un attimo per notare come nei secoli, un quesito indirizzato a tentare di comprendere cosa possano essere i desideri, abbia avuto risposte decisamente variegate.

Ad esempio, ritornando ai filosofi come Platone, questi avrebbero dissertato in merito a come l’uomo debba lottare contro i desideri turbolenti del proprio corpo; i cirenaici, al contrario, immaginavano la soddisfazione di tutti i desideri come una sorta di bene supremo.

La morale epicurea, a sua volta, metteva al centro i concetti di piacere come bene, e del dolore come il male. Quindi per vivere nel benessere, si dovevano accogliere come assolutamente necessari, alcuni principi; ad esempio:

  • gli dèi non dovevano essere temuti;
  • la morte non doveva impaurire dato che mentre si era vivi, lei non c’era; quando lei ci fosse stata, non ci sarebbero stati i vivi;
  • il dolore doveva essere facilmente soppresso, oppure si doveva morire;
  • il benessere era facile da ottenere.

Tutto questo, secondo Epicuro, si presentava in funzione di una individuazione e di una classificazione dei desideri: naturali, vani, necessari, semplici, artificiali, irrealizzabili, ecc. Tutti, in funzione del benessere, per la tranquillità del corpo, per il nutrimento, il riposo. Però le varianti piacevoli dei desideri, potevano riguardare, ad esempio: la ricchezza, la gloria, l’immortalità, la bellezza fisica, la sessualità, la soddisfazione della fame, della sete, ecc.        

Come ognuno potrebbe scoprire in sé stesso, senza per questo sentirsi necessariamente un epicureo, varie forme di desiderio, sono comunemente presenti nella mente di ognuno; quindi, non è affatto raro o strano aspirare alla bellezza, ai piaceri naturali, alla ricerca del gradevole. Si tratta di una normale tensione verso un obiettivo ritenuto importante per molteplici motivi. È la molla che può poi indirizzare a fare in modo che tutto ciò che si avesse desiderato, si trasformi in qualche cosa di reale, di concreto.

Per un iniziato sulla nostra via, diviene importante intuire e auspicabilmente comprendere perché si sono desiderate e si desiderano alcune cose. Se ci si riuscisse, allorché si scoprisse che non di rado si sarebbe trattato di desideri etero-indotti e non parte di sé stessi, allora la tensione che li caratterizzava, tenderebbe a svanire (vedasi, dal punto di vista allegorico, anche il cammino della prova dell’acqua durante l’accettazione di un nostro postulante).

Infatti, non tutti i desideri che si provano sono veramente parte di una personale, naturale propensione interiore verso la vita. Quindi, la realizzazione di un desiderio non sempre porta a “ritrovare” ciò che si immaginava essere insito in sé stessi.

Per un nostro iniziato, desiderare davvero qualcosa, dovrebbe significare essere in grado di conoscere e rispondere sinceramente al perché di quel desiderio. Poiché è straordinariamente importante capire perché si abbia bussato alla porta di un nostro Tempio, poi da questo ne dovrebbero conseguire le scelte riguardanti le azioni da compiere in funzione degli obiettivi da raggiungere. È impensabile che si intraprenda un’azione (ad esempio: visita interiore e rettifiche varie) su un percorso iniziatico veramente Tradizionale, quando non fosse ben chiaro un obiettivo come ad esempio: ricerca di evoluzione spirituale per avvicinarsi alla dimensione luminosa del Supremo Artefice. D’altronde, sarebbe impensabile che esistesse un obiettivo quando mancasse un desiderio.

Osservando il problema da un punto di vista mistico, possiamo leggere qualche cosa del pensiero di Tommaso d’Aquino, secondo il quale alla base delle religioni vi sarebbe un desiderio di trascendenza, di un ordine superiore, di un Dio. Ciò riguarderebbe il concetto di un’entità suprema spirituale, non visibile, che prevalesse e regolasse il mondo materiale, immanente. In vari casi, come nel Cristianesimo, il desiderio di immortalità sarebbe appagato con la fede nella risurrezione. L’inferno invece sembrerebbe evocato, in qualche modo, per placare il desiderio di una giustizia trascendente.

Se però ci si spostasse verso Oriente, il desiderio potrebbe essere visto generalmente in chiave negativa, dal momento che una divisione tra colui che desidera e qualsiasi cosa che sia desiderata, altererebbe la percezione della realtà, inducendo il desiderante ad una perpetua sete di possesso, di dominio, mai completamente saziabile (questo potrebbe ricordarci anche un importante suggerimento di meditazione individuabile tra quelle varie, quotidiane, proposte da Sedir, all’inizio del ‘900). Di conseguenza, troncare le forze del desiderio alla radice, sarebbe l’idea alla base di buona parte delle pratiche di liberazione orientali; alcuni esempi sarebbero: l’ascesi, l’agire senza attaccamento al frutto dell’azione o la gnosi buddista la quale inviterebbe a meditare sull’Io (cioè il soggetto desiderante), sino a scoprirne l’inconsistenza oggettiva.

Rimanendo in ambito scientifico, secondo lo psicoanalista francese Jacques Lacan, il desiderio potrebbe essere definito come una pulsione dell’inconscio. Si tratterebbe di una spinta che deriverebbe da processi psichici che comporterebbero: bisogno, appetizione. Nella psiche, si potrebbe identificare come un processo dinamico con un’origine somatica, vitale, esistenziale, che diverrebbe una sorta di soggetto dell’inconscio, il quale si manifesterebbe attraverso il desiderio. In questo caso, forse, si vivrebbe una qualche trascendenza ma non supererebbe la sfera di un’altra realtà, ovvero, non esisterebbe separata e indipendente da quella, bensì sarebbe con essa in un rapporto reciproco di condivisione della medesima essenza, natura o sostanza.

In effetti, dopo queste premesse, suppongo possa svelarsi in modo abbastanza chiaro che le motivazioni per le quali si possa aver bussato alla porta di un nostro Tempio, non saranno mai semplici da individuare da parte di chiunque. Per questo, potrebbe svelarsi come un concreto aiuto, anche il suggerimento di mettere veramente in pratica ciò che deriva dall’acronimo V.I.T.R.I.O.L.

Però, giusto per non confonderci con altri percorsi, anche nel nostro Statuto Generale si precisa che camminando sulla nostra Via:

  • si lavora alla ricerca della Verità
  • si suggerisce un metodo per ricercare e per ritrovare consapevolmente la propria essenza spirituale;
  • si rende omaggio al divino Autore del nostro Essere anche attraverso la pratica quotidiana;
  • si crede nell’esistenza di un Supremo Artefice dei Mondi e dell’immortalità dell’anima;
  • si svolgono i lavori, altrimenti nulli, alla Gloria di quel Supremo Artefice dei Mondi, in alcuni casi detto anche Grande Architetto dell’Universo.

 

Quindi se qualcuno, seppur confuso, non ne avesse tenuto conto e inoltre non ritenesse queste premesse valide per lui, allora dovrebbe chiedersi perché abbia voluto essere da noi accolto oppure perché dopo un po’ di tempo, stia continuando a voler partecipare ai nostri Lavori che, a prescindere dalla religione praticata (ricordo che le si rispetta tutte, a meno che non siano rivolte ad entità oscure e malvage), non hanno altro scopo che glorificare il Supremo Artefice, nel tentativo personale e collettivo di evolvere per avvicinarsi spiritualmente ai Suoi livelli luminosi.

Ad ogni modo, a prescindere dall’eventuale condivisione degli intenti e degli obiettivi, chiunque potrebbe ritrovarsi afflitto da una particolare patologia sociale che sembrerebbe pervadere il nostro tempo.

Infatti, in numero crescente, vari soggetti sembrerebbero essere stati “sedotti”, in modo esagerato, da esigenze esistenziali etero-indotte; a volte derivate una sorta di morale comune, collegata ai social media i quali evidentemente per costoro appaiono utili, interessanti, divertenti. D’altronde, una volta catturati, non è facile rendersi conto che in un ambito consumistico, commerciale, sempre più coinvolgente, allorché venga concessa qualche cosa in modo più o meno gratuito, è scontato che ciò che concettualmente si identifica come prodotto, si svelerà essere costituito proprio dallo stesso soggetto usufruente della gratuità.

La cosiddetta manipolazione, avviene quasi sempre a causa di una progressiva mancanza di capacità di concentrazione su che cosa si stia facendo e sul perché lo si compia. Ci si muove o meglio si corre letteralmente per: il lavoro, la famiglia, gli hobby, per uno pseudo benessere fisico e poi sempre più spesso, per soddisfare ogni esigenza edonistica.

A causa della mancanza di tempo che ognuno si starebbe infliggendo, le persone sembrerebbero aver perso l’abitudine di approfondire qualsiasi cosa. Così, tra le varie novità, ci si potrebbe ritrovare a leggere sempre meno e ci lascerebbe conquistare dal linguaggio abbreviato per scambiarsi messaggi, oppure dall’estrema sintesi fornita da un’immagine, da una foto (in molti casi, con buona pace della storia dell’arte e delle specifiche tecniche esecutive ormai sconosciute per molti, anche se abbiano raggiunto un certa notorietà; ma questo è evidentemente forse solo un mio particolare disagio nel guardarli), accompagnate da un commento di pochi caratteri o addirittura solo da un emoticon. In generale, si sta tendendo a perdere la capacità di utilizzare al meglio la propria lingua (si scrive sempre meno e decisamente male, oltre a ridurre numericamente il numero dei vocaboli da utilizzare), oltre a quella di comprendere l’origine etimologica delle parole, evitando così alla fine, di pensare veramente cosa si pronunci o si scriva.

Per tutte queste situazioni, ci potrebbero essere conseguenze anche in un ambito iniziatico. Chiunque potrebbe controllarlo, basterebbe ascoltare con attenzione come e che cosa ognuno pronunci durante i lavori, a volte enfatizzando concetti manieristici per nascondere la personale carenza di intuizione e di comprensione; in un secondo momento potrebbe leggerne la sintesi, più o meno raffazzonata, nei papiri. Anche quest’ultimo aspetto, riguardante le importanti funzioni rituali dello Hierotolista, prima o poi dovrà essere affrontato e auspicabilmente compreso.

Subire le molteplici forme di comunicazione nella quotidianità materiale, perfette per diffondere slogan e frasi a effetto, significa lasciarsi riprendere dalla rumorosità degli istinti primordiali e dalla conseguente emotività passionale.

Non a caso, paure, risentimenti, odio, ecc. passano attraverso i nuovi mezzi tecnologici: computer, tablet, smartphone, ecc. assieme ad innovazioni come quella dell’Intelligenza Artificiale. Così, ascoltando direttamente o tramite TV, dialoghi strani che oserei etichettare come surreali, non dirado si potrebbero sentire affermazioni del genere: “lo sostengono i social”. In tal modo, si tenterebbe ad acquisire senza alcun filtro, quasi a livello dogmatico, ciò che deriverebbe da quelle comunicazioni. Però, a prescindere dagli algoritmi di calcolo funzionali al risultato finale, solo un numero risibile di persone avrebbero partecipato ad un’eventuale indagine on line, tra l’altro senza alcuna garanzia di controllo da parte di un ente veramente terzo e indipendente.

Come ho accennato in altre occasioni, per alcuni si tratterebbe di correre dietro ai nuovi pifferai, forse auspicando in alcuni casi, anche di poter salire sul carro di quelli che si immaginano come moderni vincitori.

Coloro che impersonificherebbero il cosiddetto criceto impegnato a correre istintivamente, sarebbero ormai vulnerabili sotto ogni aspetto dell’identità personale e non si accorgerebbero di come, da parte di alcuni soggetti, si utilizzi l’insieme unico di elementi tangibili (logo, nome, design) e intangibili (valori, percezione, reputazione) con i quali si identifica un’azienda, un partito, un’associazione, ecc. o un prodotto, per far fluire una sorta di legame emotivo e una promessa di valori percepiti come validi, appetibili, da parte di quegli stessi criceti consumatori.

Ne consegue che sembrerebbero non accorgersi neppure dell’imposizione di teorie più o meno strampalate, tese stigmatizzare a discriminare, a disprezzare, a delegittimare, ogni aspetto Tradizionale, riferito all’esistenza fisica e spirituale, umana, compresa anche quello apparentemente banale, di una semplice famiglia costituita da un uomo e da una donna.

Ritengo che si debba fare attenzione anche o soprattutto nei nostri ambiti, perché il vivere quotidiano in forma di criceto, può contaminare progressivamente l’eggregoro fisico e forse anche quello spirituale di qualsiasi gruppo iniziatico.

Infatti, chiunque si potrebbe ritrovare a subire lo spegnimento progressivo dei propri sensori di consapevolezza, ritrasformandosi in un semplice umano avviluppato dalle passionalità materiali, anestetizzato rispetto alle voci della propria coscienza.

In tal modo, si ritroverebbe a partecipare ai lavori, senza più ricordare ed essere cosciente del perché lo stia facendo.

Quindi, volendo concludere, per ora, suppongo che non sarebbe male per chiunque, fermarsi a meditare su concetti come quello dell’intuizione e del desiderio che lo potrebbero aver indotto a bussare alla porta di nostro Tempio; questo, in modo da valutare se quelli siano ancora attuali e riconosciuti validi intimamente.

S⸫G⸫H⸫G⸫ S⸫G⸫M⸫

L’articolo è contenuto nel numero di Maggio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

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Secondo queste ipotesi, una intuizione immediata corrispondente ad una sorta di 

Conoscenza, sarebbe stata possibile in funzione di un pensiero che avesse avuto direttamente accesso ai propri contenuti, essendo insieme soggetto e oggetto.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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