Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus (Seneca)
Ogni momento vissuto in questa sacralità, lascia emergere un vuoto che nessuna parola può colmare. La solennità di questo momento raccoglie in sé un intreccio di profonde emozioni che trovano il loro centro nel più vivo ricordo e luminoso dell’amato fratello Gaetano Greco. Oggi, nel raccoglimento e nell’eggregore che ci cinge di una commozione condivisa, non celebriamo soltanto una memoria, ma rendiamo testimonianza autentica di un’esistenza spesa con dedizione e abnegazione silenziosa, di una straordinaria fedeltà al bene di questa struttura iniziatica. Il suo esserci qui tra noi è vivo come sono vive le sue parole che hanno inciso le coscienze dei fratelli.
Quando perdiamo una persona cara, l’istinto umano ci porta immediatamente alla compassione, a quel sentimento empatico che ci avvicina gli uni agli altri di fronte al dolore. Tuttavia, affrontare la verità in quei momenti diventa un’impresa quasi insormontabile, perché il tormento del lutto non ammette risposte facili né soluzioni immediate. Eppure, sento dentro di me il desiderio profondo di esprimere autenticità, di parlare con trasparenza affinché il ricordo del fr. Gaetano più non si riduca a una mera formalità. Quel ricordo deve rimanere qualcosa di pulsante, vissuto, autentico, capace di rendere giustizia alla sua esistenza. Egli incarnava una fede straordinaria per la sua libertà e apertura, una fede che sapeva accogliere senza imporre, ascoltare senza giudicare e abbracciare senza condizioni.
Nella vita conviviamo con le decisioni che prendiamo, con quelle scelte intime e profonde che plasmano non solo il nostro cammino ma anche il significato che attribuiamo a ogni passo. Ogni decisione è un segno indelebile sul tessuto della nostra esistenza, una traccia che definisce chi siamo e dove vogliamo arrivare.
Se è vero che ci è stato tolto qualcosa di prezioso dal nostro passato, dobbiamo trovare la forza di proteggere con determinazione ciò che ancora ci resta: il nostro futuro. Non permetteremo mai che possa esserci sottratto anche quello. Deve essere un futuro capace di riflettere un’idea più grande, una dimensione che trascenda i limiti delle nostre paure o del nostro stesso dolore. In questo orizzonte, il ricordo non sarà mai una prigione da cui fuggire, ma piuttosto una fonte di luce eterna, una guida luminosa che ci mostra il cammino e dà un senso nuovo alla nostra esistenza.
Chi ha avuto il privilegio di camminargli accanto, di condividere con lui il tempo, sa bene che la sua presenza non si è mai limitata a un ruolo; era una certezza, una forza discreta, una vera vicinanza costante che non conosceva esitazione. Era presente sempre come oggi. In questo luogo sacro che porta il maglietto della sua opera, quella presenza continua a farsi sentire, come un’eco viva che unisce e sostiene.
Questa tornata non è soltanto un gesto rituale-simbolico, ma un sentito ossequio massonico di riconoscenza profonda e consapevole: perché il suo insegnamento non venga mai, ripeto mai, consegnato all’oblio ma rimanga qui per sempre una fonte continua di ispirazione, di riflessione, di virtù. In un tempo profano che spesso corre veloce e disperde il senso del valore autentico, momenti come questo diventano ancoraggi di senso, tracce indelebili che attraversano la Luce.
Ieri profanamente abbiamo ricordato il primo anniversario del suo passaggio alla Piramide Eterna, il suo esempio si impone con ancora maggiore forza: quello di un Uomo che non ha mai indietreggiato, che non conosceva il rifiuto quando si trattava di rispondere al bisogno del fratello, che non si è mai sottratto nel tendersi verso quel valore che unisce l’uomo-massone alla comunità, sacrificando spesso i suoi stessi affetti più cari. Lo testimoniano amorevolmente la moglie Sandra e la figlia nostra sorella Elena. Ogni suo gesto è stato una risposta concreta, guidata da un altissimo senso di umanità massonica e non solo.
Sono innumerevoli gli affetti che ha seminato, i ricordi che ha inciso nei nostri cuori e di chi l’ha incontrato ed ascoltato ma soprattutto di chi l’ha abbracciato nel valore esemplare della famiglia massonica. È un bene fraterno che non conosce l’oblio, perché alimentato dalla verità di ciò che è stato: un Uomo Integro, un Fratello Autentico, capace di uno sguardo che accoglieva senza prevaricare e rispettava senza mai sovrastare.
Per affrontare coscienziosamente questo passaggio, ognuno deve rispondere a sé stesso. L’isolamento non è necessariamente una condizione di mancanza, né una fuga dal mondo, ma può rappresentare il primo passo autentico verso la comprensione di sé. È nel silenzio, infatti, che l’uomo comincia a percepire la propria condizione interiore, spogliata dalle interferenze esterne e dalle illusioni sociali. Solo in questo spazio essenziale diventa possibile ascoltare ciò che normalmente resta sommerso.
In tale prospettiva, l’individuo è chiamato a confrontarsi con una versione di sé stesso che, per lungo tempo, è rimasta “reclusa”: una parte autentica, spesso soffocata da convenzioni, paure o inconsapevolezza. Questo confronto non è immediato né indolore; richiede uno sguardo rivolto verso l’interno e la volontà di non distogliersi. È proprio questo atto di introspezione che consente di “aprire gli occhi”, non sul mondo, ma su ciò che si è realmente.
La metafora della costruzione del Tempio esprime con efficacia la natura di questo processo. Ogni esperienza, ogni errore, ogni frammento dell’esistenza diventa una “pietra” da conservare e lavorare. Nulla viene scartato: tutto concorre alla formazione dell’essere. Tuttavia, tale costruzione richiede ordine e disciplina, affinché non si trasformi in un accumulo caotico, ma in un’opera dotata di senso.
In questo contesto, emerge la necessità di un criterio etico e operativo: le parole e le intenzioni devono attraversare tre porte fondamentali: il senso, la capacità e l’agire.
Il senso implica comprensione e consapevolezza; la capacità riguarda la reale possibilità di sostenere ciò che si afferma; l’agire rappresenta la concretizzazione nel mondo. Senza questo triplice passaggio, il pensiero rimane incompiuto. Una visione priva di azione si dissolve in un sogno, mentre un’azione priva di visione si traduce in errore.
Analogamente, anche il giudizio sugli altri richiede tempo e prova. Nessun individuo può essere realmente compreso o definito senza essere osservato in condizioni differenti: nelle difficoltà, quando viene meno il vantaggio personale; alle sue spalle, quando non ha modo di difendersi; e infine dopo la sua morte, quando resta soltanto la traccia delle sue azioni. Solo allora emerge una verità più profonda, svincolata dalle apparenze.
Alla luce di tutto ciò, la solitudine perde il suo carattere negativo. Non è più sinonimo di vuoto, ma diventa uno spazio necessario alla costruzione interiore. Anche quando la “Luce” (intesa come comprensione o verità) non trova immediatamente un fondamento concreto, il percorso non si interrompe: esso continua nella ricerca e nella trasformazione.
Infine, si giunge a una consapevolezza inevitabile: il conflitto più arduo non è con il mondo esterno, ma con sé stessi. È dentro l’individuo che risiedono le resistenze più profonde, le illusioni più radicate e le paure più difficili da superare. Affrontarle significa intraprendere un lavoro continuo, che non si esaurisce, ma che definisce, passo dopo passo, la costruzione dell’essere.
Lasciatemi, da massone, parlare di una voce. Non di questa voce che si esprime all’esterno, ma di quella interiore. Quella che sussurra.
È una voce discreta, priva di clamore. Non appartiene alla retorica, né alla grandezza delle parole: non è Shakespeare, non costruisce frasi memorabili. Eppure, con semplicità e senza arroganza, dice sempre le cose come stanno. Indica ciò che è giusto e ciò che non lo è; suggerisce quando restare e quando andare, dove dirigere il passo e dove arrestarlo.
Questa voce conosce. Riconosce i fratelli, distingue le presenze, orienta il discernimento. Sa quando dire sì e quando dire no; sa se la persona accanto è degna di ascolto e confidenza oppure no. A essa tutto appare limpido, come cristallo. A noi, invece, resta spesso il dubbio: giusto o sbagliato.
Talvolta si limita a sussurrare. Non impone, non sovrasta. Proprio per questo non deve essere soffocata dal rumore di un mondo eccessivo e ambiguo, in cui tutto tende a confondere e distrarre. Nessun uomo, né alcun algoritmo, può stabilire cosa sia giusto per un altro: questa verità appartiene soltanto a quella voce interiore.
È necessario, dunque, custodire in essa una fiducia totale e incondizionata. Ognuno ne possiede una, ma pochi scelgono davvero di ascoltarla. Troppo spesso si è distratti dalla profanità, dal rumore, dal gioco che interrompe e devia il passo. L’ascolto interiore richiede invece raccoglimento, disciplina e presenza.
Si tratta di un colloquio profondo, che non sempre trova nell’altro una corrispondenza adeguata. Non sempre esiste, all’esterno, una forza capace di sostenere ciò che interiormente si manifesta come verità. E così, ciò che è autentico rischia di essere oscurato dall’illusione e dalla distopia del mondo apparente.
In questo contesto, il passaggio del verbo assume un valore decisivo: è attraverso la parola consapevole che il senso prende forma e si rende piano all’azione. È qui che l’opera del massone diventa concreta, dando seguito a quella lettura intima che nasce dall’ascolto della propria voce interiore.
Così, il ricordo di Gaetano, nostro fratello e Maestro della G.O., non si esaurisce nella celebrazione. Egli rappresenta, oggi più che mai, un principio da rendere vivo: una continuità di senso affidata a chi, per dovere coscienziale, è chiamato a custodirla e realizzarla.
Anche quando ciò richiede di porsi in retrovia, là dove la luce sembra affievolirsi. Perché, anche quando appare distante o nascosta, la luce non cessa di esistere: vive, e continua a illuminare.
Bisogna avere sempre una determinazione davanti agli occhi, qualcosa su cui credere e combattere, perché senza desideri il nostro esistere si appiatterebbe. È solo quando questa determinazione viene infranta che si misura il vero coraggio di rialzarsi per proseguire il proprio cammino. Diventare sé stessi non è un’improvvisazione, ma un progredire lento contro le ombre, contro le altrui aspettative, contro la tentazione di restare comodi. Chi segue la via della ricerca reale oltre l’inciampo deve accettare di non essere compreso da tutti. Questo è un riscontro che occorre comprendere al fine di essere sé stessi nella difesa del valore più profondo che continuamente viene aggredito e deturpato.
A volte, come non mai, sento il “no” nel petto, prima ancora che nelle parole. Il nodo, quel peso, mi fa riflettere. E invece di ignorarlo, oggi come non mai, lo ascolto nella sua tensione, più elegante di una verità che non viene oppressa, ma è resa alla Vera Luce. Il mio pensiero mi avverte su quanto l’ombra tenda a incidere nel momento in cui l’Equinozio di Primavera ha solcato il segno dell’Ariete, dando inizio al nuovo ciclo interiore.
Non si tratta di essere ambigui, ma di proteggersi! In pratica si smette di alimentare un motore che consuma energia senza una destinazione certa. Si vaga. È a questo punto che di solito arriva il mostro finale, il senso di colpa; iniziano a rovistarsi nella testa moltissimi pensieri. Per capire fondamentalmente che quel senso di colpa è la colla che ha mantenuto insieme queste dinamiche. Bisogna fare una netta distinzione. Una cosa è abbandonare una persona in un momento di fattiva difficoltà, un’altra è scegliere di non permettere più a qualcuno di prosciugare la propria presenza; non si sta facendo del male, si sta cogliendo come e con chi investire il proprio tempo. È tutto questo lavoro su sé stessi che ci orienta verso un nuovo obiettivo, che può essere l’isolamento, ma se riflettiamo è l’esatto contrario.
Bisogna creare una distanza emotiva, smettendo di raccontare i propri sogni, perché si sono infranti e non possono più ritornare. Non credo nel prendere decisioni giuste. Prendo decisioni e poi le rendo giuste, scriveva brillantemente Einstein.
In questo momento lui ci ascolta! Ci osserva silenziosamente come custodi di una forte memoria intima e preziosa. Il suo agire non rimarrà solo memoria ma è una voce inconfondibile che parlerà a chi vorrà, raccontando la storia di un Uomo che ha saputo unire una compostezza in ogni suo agire.
Qui il ricordo di un fratello, tempra di roccia e cuore di fuoco, che ha affrontato la vita con saggezza e coraggio. Nella piramide eterna, riposa senza timore, libero dal dolore.
Non piangiamo la sua assenza, ma celebriamo la sua via, lavoro e virtù, gli insegnamenti che ci ha lasciato. In ogni respiro, un ricordo, in ogni passo, un valore, il suo spirito vive, nella quiete del nostro amore.
Come la pietra della piramide, rimarrà imperituro, testimone di un legame che il tempo non potrà scalfire. Sia dunque un faro per i cercatori di verità, nel cammino della vita, la sua luce guiderà.
A noi il compito più alto: custodire e rendere vivo questo esempio, affinché continui a illuminare il nostro agire…
E a te, fratello mio, mi inchino è sei il nostro pensiero più grande: siamo felici di leggerti qui, perché in verità non hai mai smesso di esserci.
L’articolo è contenuto nel numero di Maggio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Questa tornata non è soltanto un gesto rituale-simbolico, ma un sentito ossequio massonico di riconoscenza profonda e consapevole: perché il suo insegnamento non venga mai, ripeto mai, consegnato all’oblio ma rimanga qui per sempre una fonte continua di ispirazione, di riflessione, di virtù. In un tempo profano che spesso corre veloce e disperde il senso del valore autentico, momenti come questo diventano ancoraggi di senso, tracce indelebili che attraversano la Luce.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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