Suppongo che più o meno tutti dopo un po’ di tempo trascorso nello sperimentare i suggerimenti ricevuti sul proprio percorso spirituale, anche a seconda dei livelli di cui si abbia assunto la personale responsabilità, possano aver notato sovente come alcune deambulazioni, immagini, oggetti e posture assunte nel luogo sacro di riunione, possano rappresentare variabili riconducibili geometricamente al simbolo della Grande Opera.
Da qualsiasi angolazione lo si osservi, il nostro metodo ha tra le finalità prioritarie quella di tentare di avere conoscenza in merito al destino ultimo dell’individuo, dell’umanità e dell’universo. Esso indaga gli eventi finali, come la morte, il giudizio, la risurrezione e la fine del mondo, offrendo una visione di speranza o di compimento, includendo anche temi come l’anima; quindi sono riferimenti, sia micro, che macro.
Dal nostro punto di vista rituale, indurrebbe ad osservare, ad esempio, alcune variabili che potremmo riscontrare anche nelle contrapposizioni dicotomiche delle diverse liturgie presenti nelle varie Camere. Mi spiego meglio; in prima istanza, il Venerabile Maestro siede all’Oriente tendendo a rappresentare simbolicamente il sole che sorge, fonte di vita, di scienza e di sapere. Così, ci si potrebbe trovare ad osservare una linea tra quella posizione e l’Occidente, determinata dalla complementarietà costituita da Aria e Terra; questa verrebbe intersecata in modo ortogonale, da un’altra sull’asse orizzontale, costituita da quello caratterizzato da Fuoco e Acqua.
In altre occasioni, invece, si potrebbe essere condotti ad osservare coordinate differenti dove la fonte emanante sarebbe costituita dal Creatore, che starebbe sulla verticale in alto, allo zenith; il suo opposto si evidenzierebbe con il Fuoco che starebbe in basso, al nadir, il cui compito sarebbe di distruggere ma potrebbe essere purificatore se giustamente dosato. Così si evidenzierebbe una linea verticale di forza e di potenza. In questo caso, una croce si formerebbe tramite la linea orizzontale che partirebbe da Occidente dove sarebbero le acque, sorgenti della vita fisica, e correrebbe verso Oriente dove sarebbe la fonte del potere terreno, simboleggiato dalla spada.
Sono diversi punti di vista che impongono d’intuire la possibilità di guardare ogni cosa da molteplici e differenti angolazioni.
Un altro modo di osservare potrebbe essere quello tramite cui si potrebbe definire la linea orizzontale come ricettiva-femminile e quella verticale come attiva-maschile.
In qualche modo, la materia ed il potere terreno tenderebbero ad esaurirsi o a mutare forma mentre spirito e fuoco si manterrebbero fissi e immutabili, alimentandosi a vicenda.
Inoltre, un concetto di luce del nord che è presente anche nel contesto della poetica ermetica, offrirebbe un altro punto di vista, riferendosi non tanto a quella solare e diretta, ma ad una luce interiore, chiara, vivificante, pura, evocata attraverso l’analogia, che brillerebbe nel buio della solitudine.
Diversamente quella del sud, rossa, si presenterebbe piena di scorie, tendente alla distruzione. Le due luci formerebbero assieme l’androgino, ovvero una figura che fonde caratteristiche fisiche o estetiche maschili e femminili, rappresentando un’unione dei due generi.
Ad ogni modo, le scorie e la passionalità potrebbero svelarsi determinanti per un incedere errato, soprattutto allorché si supponesse di essere divenuti maestri di sé stessi ma non lo si volesse divenire per gli altri. Oppure quando a prescindere dalle vesti e dalle decorazioni esteriori, non si volesse ammettere di non essere veramente consapevoli di saper riconoscere le leggi di una disciplina e di una gerarchia universali, necessarie per evitare il ripetersi di errori e l’avvento di sventure.
Nel nostro caso, la disciplina è individuabile nei suggerimenti derivati dal metodo formativo del nostro Rito tramite il quale risulta evidente la necessità di ritrovarsi in una comunione di idee e di desideri. Poi, l’iniziazione, per gradi, potrebbe tendere ad elevarli favorendo l’intuizione dell’analogia universale evitando di confondere le cose della scienza con quelle della fede.
Questa intuizione tende ad immaginare la scienza come una sorta di opportuna conoscenza ma non può negare quello che la scienza con i suoi ovvi limiti, non ammette o non conosce. In particolare non conosce la dimensione metafisica e spirituale, la quale ad ogni modo, non può essere identificata in quella vagheggiata dalle moltitudini alle quali necessitano belle favole, misteri, speranze garantite oppure paure di un castigo.
I miti, i misteri, le speranze e le paure, dovrebbero essere interpretate analogicamente dagli iniziati che abbiano camminato correttamente, secondo il metodo loro suggerito; quindi, si tratterebbe di viaggiare attraverso i simboli, le allegorie, le metafore delle quali, anche nell’antichità, i saggi si sono sempre serviti per velare opportunamente alle masse quelle verità che non erano (e forse non lo sono neppure oggi, né lo saranno mai) in grado di capire ed apprezzare.
Per questi motivi, il nostro Rito favorisce strumenti per avvicinarsi, per studiare, a seconda delle possibilità di ognuno, anche ciò che deriva anche dal filone kabbalistico che tramite le sue analogie consente particolari interpretazioni non solo dei racconti mitologici, dei cosiddetti misteri, delle variabili religiose, ecc. ma evidenzia la possibilità di riconsiderare le speranze e le paure da differenti angolazioni.
Però, in questa nostra strana modernità non vanno sottovalutate le influenze provenienti da quelli che si potrebbero definire come pseudo studiosi i quali trovano consensi in un mondo che va sempre più materializzandosi. Costoro si limitano non di rado, a sostenere grossolanamente che i libri sacri riporterebbero solo storielle senza senso che sarebbero state debellate e dimostrate false dalla scienza.
In effetti, continuare ad affermare ad esempio, che nell’antica Grecia i saggi credessero alle avventure galanti di Giove, oppure ottusamente adorassero in Egitto il cinocefalo Anubi e il falco Horus come dei effettivamente vivi e reali in quelle forme, potrebbe consistere in una oggettiva dimostrazione di una mancanza di conoscenza talmente grave, grossolana e imperdonabile su argomenti che dovrebbero essere noti, da risultare non scusabile nella maggior parte dei casi oppure da identificarsi nella cattiva fede mascherata mostrandosi come improbabili discendenti di coloro che nel ‘700 sostenevano (anche grossolanamente) un particolare uso critico della ragione tendente a imporsi su ciò che etichettavano solo alla stregua di fantasia religiosa o di pregiudizio superstizioso.
D’altronde l’incapacità di comprendere o per lo almeno di intuire ciò a cui tenderebbero riferirsi i simboli, le allegorie, le metafore, si svela purtroppo come quell’origine di molteplici falsità che potrebbe generare le basi di una pseudo scienza che tutto vorrebbe spiegare lanciandosi di ipotesi in ipotesi, di teoria in teoria, dove però l’ultima delle quali sarebbe quasi sempre la negazione delle precedenti; questo, salvo poi giungere alle dimostrazioni sperimentali di problemi che in vari casi, molti secoli addietro, sarebbero già stati risolti tramite la giusta interpretazione dei simboli fissati.
Immagino che anche i più distratti possano aver percepito come ormai da alcuni secoli, una sorta di caos intellettuale e sociale stia inducendo molti a perdersi in senso spirituale, mentre contemporaneamente, si nota un progressivo abbandono delle vere scuole iniziatiche, delle loro prove e dei loro autentici misteri, a favore di altre grossolanamente inventate per gli ingenui pervasi da esigenze passionali, materiali, e illusi da concetti di uguaglianza indiscriminata, assoluta, degli uomini; slogan che però sono predicati senza suggerire eventuali metodi per elevarsi spiritualmente e quindi che implicano conseguenze di direzioni anche psichiche, per lo più inevitabilmente solo in discesa.
Così, anche in merito al famoso trinomio: libertà, uguaglianza, fratellanza che molti vorrebbero interpretare letteralmente, sarebbe opportuno ricercarne, almeno da parte dei i nostri adepti, soltanto un significato simbolico, nobile, che l’iniziato non dovrebbe mai restringere entro limiti di carattere materiale ed utilitario.
Libertà, uguaglianza e fratellanza dovrebbero essere intese dal punto di vista iniziatico. Cioè libertà dai condizionamenti (formativi, clericali, politici, morali, ecc.) del mondo esteriore e profano, dall’emotività passionale riconducibile alle esigenze materiali; uguaglianza dovrebbe riguardare la stessa possibilità per tutti di evolvere spiritualmente; fratellanza, o meglio comunanza anche eggregorica dovrebbe riguardare la corrispondenza di desideri e d’azioni per la realizzazione della Grande Opera.
Ecco perché tra i vari filoni tradizionali che pervadono le nostre liturgie, si evidenzia un collegamento anche con la kabbalah (ricezione, accettazione). Si tratta di qualcosa che suggeriamo e che nella sua cosmologia (seppur variabile all’interno delle sue ramificazioni) prospetta come le tradizioni dei vari popoli e delle varie fedi si identificherebbero più facilmente tra loro se si applicasse la regola efficace dell’analogia.
Per tale motivo, non c’è da meravigliarsi se all’interno delle nostre allegorie, oltre ai riferimenti metafisici, alchemici, astrologici, ecc. si possono trovare corrispondenze con vari insegnamenti esoterici propri dell’ebraismo rabbinico, diffusi a partire dal XII-XIII secolo ma già presenti in un loro significato più ampio, in un tempo collocabile alla fine del periodo del Secondo Tempio. Alcuni praticanti tradizionali credono che le prime origini concettuali e misteriche della kabbalah precedano le religioni del mondo e che contribuiscano a formare la struttura primordiale delle filosofie, religioni, scienze, arti e sistemi politici.
Secondo alcune branche dei suoi cultori, sarebbe stata trasmessa da Dio direttamente ad Adamo e poi ad Abramo. Una prima forma di tale conoscenza sarebbe stata poi trasmessa oralmente dai patriarchi, dai profeti e dai saggi e quindi successivamente intrecciata in cultura e scritti religiosi ebraici. Secondo questa ipotesi, si sarebbe trattato di una forma abbastanza aperta e praticata da molte persone nell’antico Israele. Però, le conquiste straniere subite da quella popolazione avrebbero poi portato i capi spirituali ebraici del tempo a nasconderne la conoscenza e a renderla progressivamente segreta, temendo che potesse essere usata impropriamente, se fosse caduta nelle mani sbagliate. Inoltre, esisteva la preoccupazione che particolari pratiche messe in essere da parte degli ebrei della diaspora, senza supervisione e senza la guida diretta dei maestri, potesse condurli ad azioni errate e a metodi proibiti. Di conseguenza, nell’ambito dell’ebraismo rabbinico, il livello esoterico e soprattutto quello operativo sembrerebbe essere divenuto segreto e/o proibito per molti secoli.
Ad ogni modo, al fine di riuscire ad intuire, soprattutto per coloro che non sono di origine ebraica, cosa possa essere la kabbalah, immagino che si potrebbero sintetizzare alcuni concetti tramite i quali la si potrebbe definire come una forma di misticismo (più o meno operativo, a seconda dei periodi storici) che mira a tentare di comprendere i segreti profondi dell’universo, la natura di Dio e la creazione in funzione della quale, la materia non può esser sorta da sé stessa (a causa della sua oggettiva e limitata natura) e neppure dal niente perché nulla non può nulla produrre.
In particolare attraverso la Torah si ricercherebbe il senso nascosto contenuto nelle stesse parole attribuite a Dio anche attraverso l’insieme dei commentari mistici o meglio esoterici del Pentateuco (ma non solo); a volte limitandosi alla sola trasmissione orale, dalla bocca alle orecchie, in maniera segreta.
Dunque, tutto ciò che esiste è Spirito, è l’Ain soph (senza fine, illimitato o Infinito). Rappresenterebbe la realtà divina assoluta, l’essenza di Dio prima di qualsiasi manifestazione, creazione o differenziazione. Come a dire: l’infinito, l’innominabile, l’inconoscibile, l’increato, eterno, che porta in sé il movimento.
Dalla sua stessa essenza, l’incomprensibile si manifesterebbe attraverso le sue emanazioni, come ad esempio: i cosiddetti quattro mondi diversi da cui discenderebbero i suoi influssi divini. Si avrebbe quindi: Atziluth il mondo pressocché inaccessibile della divinità ineffabile, caratterizzato da Sephiroth (luci splendenti) emanate dall’infinito. Poi, a seguire, si manifesterebbero: Briah, Yetzirah, Assiyah, i mondi delle creazioni, della formazione, della vita, dell’azione degli effetti, del fare. L’ultimo sarebbe il mondo materiale nel quale noi stessi ci muoviamo e del quale percepiamo sensorialmente solo la parte più bassa. Sarebbe quello che rinchiude i corpi composti di una materia che si suddivide, cambia ed è distruttibile.
Secondo alcuni racconti collegati ad ipotesi mistiche, Dio per provare le anime, le avrebbe lasciate passare attraverso i mondi, cadendo fino in Assiyah dove, avviluppate dalla materia, conoscono: l’ignoranza, l’egoismo, l’odio, l’avvilimento, la disperazione, la morte dell’involucro.
Però, appena l’anima cominciasse ad amare il suo prossimo, a desiderare Dio, ella cercherebbe di ritornare all’origine luminosa risalendo da Assiyah a Yetzirah e poi in Briah per giungere al suo punto di partenza che è Atziluth. Così, la morte dell’involucro terreno non sarebbe altro che un passaggio, una transizione in un mondo nuovo dove l’esistenza è maggiormente spiritualizzata. L’umanità, questa essenza divina lasciata cadere, sarebbe chiamata a far ritorno nel seno dell’ineffabile.
Ad ogni modo, sintetizzando grossolanamente, le conseguenze di un cambiamento di stato, si svilupperebbe nel corso di un periodo molto più lungo di quanto generalmente si crederebbe; ad esempio per citare alcune opzioni, secondo particolari punti vista, il corpo, l’anima, lo spirito collegati a Nephesh, a Ruach e a Neshamah (però sappiamo che sarebbero ipotizzati anche altri livelli) si dissocerebbero, l’uno dopo l’altro, in modo paragonabile ad una disgregazione di cellule.
La separazione dell’anima dal corpo sarebbe, più o meno, penosa a seconda dello stato morale e spirituale del morente.
Alcuni sostengono che nella tradizione ebraica esistano 900 specie di morte e tutte stabilirebbero nel cuore la radice della vita; sarebbe poi appunto dal cuore che l’anima si sradicherebbe.
Queste sarebbero alcune delle teorie provenienti dalla kabbalah, dalla quale sono poi derivati vari movimenti.
In sostanza, si tratterebbe di un’ipotesi di risalita, di ritorno, di movimento verso l’alto, di cui anche la biblica scala di Giacobbe potrebbe essere un esempio di ciò che lo stesso albero sephirotico sembrerebbe suggerire.
Immagino che tutte queste immagini descrittive che mi sono permesso di evidenziare, pur consapevole dei miei limiti culturali e dell’evidente grossolanità di una sintesi, possano comunque risultare affascinanti; però, come accennavo all’inizio, in merito alle ipotesi escatologiche collegabili alle motivazioni che poi caratterizzano il nostro metodo, immagino che sia ciclicamente importante meditare sui personali desideri, più o meno condizionati dalle passioni, al fine di verificare se le motivazioni che a suo tempo avevano indotto a bussare alle porte di un nostro tempio, siano ancora convergenti con quelle finalità e se camminando ci si ritrovi finalmente nello stato dell’essere idoneo per “essere riconosciuti e per conoscere”.
Credo che ogni tanto, possa risultare utile parlarne e anche scriverne qualche cosa in merito.
Infatti, in varie occasioni ho avuto occasione di dialogare riguardo a questi argomenti, sia con profani, che con Fratelli e Sorelle.
Però, a causa di ciò che accade nella realtà quotidiana ma non solo, mi sono reso conto dell’esistenza di un’enorme quantità di rumori mondani che pervadono chiunque, favorendo un surplus di conseguenze emotive e passionali.
Purtroppo, nel caso di alcuni soggetti aderenti a varie strutture iniziatiche, sembrerebbe che si sia creata una frattura schizofrenica tra ciò che si pronuncia non solo durante i momenti di riunione rituale e ciò che poi si manifesta nella vita di ogni giorno.
In diverse e differenti occasioni, non ho ritrovato ciò che mi sarei aspettato da vari personaggi i quali, in funzione del tempo trascorso a sperimentare i propri metodi di ricerca spirituale, immaginavo avessero avuto la possibilità di modificare qualche cosa di sé stessi e quindi che il cosiddetto IO egocentrico, legato alle esigenze materiali, risultasse meno dominante.
Ho notato invece che, ad esempio, la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro e di comprenderne i pensieri e sentimenti, risultava molto limitata; anzi, era evidente che trovavano estremamente fastidioso tutto ciò che non coincidesse con le proprie idee comprendendovi un’ampia gamma di processi sociali, cognitivi ed emotivi.
Come conseguenza affatto fraterna, sono risultati evidenti anche vari atteggiamenti caratterizzati da carenza di saggezza e di previdenza, così da evitare rischi, pericoli e danni a sé o agli altri. Si è così evidenziata una mancanza di capacità di dirigere l’intelletto in modo da discernere ciò che in coscienza sia giusto e ciò che sia bene, senza timidezza o paura, né con la doppiezza o con la dissimulazione. Sembrerebbe essere mancata una prudente capacità di decidere e di ordinare la propria condotta seguendo un’impostazione virtuosa, applicando i principi morali ai casi particolari senza sbagliare grossolanamente e superando i dubbi sul bene da compiere e sul male da evitare.
In sintesi, dopo le premesse che caratterizzano questa mia dissertazione, mi permetto di suggerire a tutti, nessuno escluso, di prestare attenzione a ciò che si pronuncia durante le riunioni rituali in modo da confrontarlo con ciò che si dice, si scrive e si compie nella quotidianità (ed a volte purtroppo non solo lì), immergendosi frequentemente, in modo emotivo e passionale, in problematiche riguardanti: religione, politica, affari, intrallazzi vari, sesso, ecc.
Potrebbe essere straordinariamente importante osservare attentamente sé stessi ed auspicabilmente scegliere di modificare qualche cosa che lo necessiti. Poi, ovviamente, sarebbe indispensabile mettere in essere tutte le azioni necessarie per riuscirci.
Non va per altro sottovalutato che non solo in vari percorsi spirituali, la gentilezza (intendendo un’interazione garbata, cordiale, cortese, amabile) allorché si presenti nei limiti di un’indispensabile base assertiva correlata ad un’indispensabile forma di giustizia, si sviluppa tramite un comportamento rispettoso e benevolo, caratterizzato anche da atti di generosità, di considerazione, di assistenza o di preoccupazione per gli altri che sono impegnati nella messa in pratica del metodo specifico che caratterizza il loro incedere. Questa predisposizione è considerata una virtù.
Si tratterebbe di una forma di disponibilità verso qualcuno nel bisogno, in cambio di alcunché ma per il vantaggio della persona aiutata ma tenendo sempre a riferimento la giustizia.
Riuscire a trasmettere considerazione e apprezzamento per la dignità di ogni essere vivente ed in particolare in ogni adepto, sembrerebbe trovare radici nel normale istinto di cooperazione e di altruismo, più o meno innato in ognuno.
La gentilezza può essere praticata anche al di fuori dei luoghi in cui si sviluppano cerimonie rituali e ove lo necessiti, può essere resa progressivamente parte integrante del personale stile di vita.
Di solito, come conseguenza, genera anche un impatto sul benessere emotivo, sociale e fisico. Infatti può aiutare a migliorare l’umore, l’autostima e la qualità delle relazioni sociali, favorendo la fiducia in sé stessi, un senso di appartenenza e di solidarietà, soprattutto all’interno del proprio gruppo di ricerca.
Infatti, anche a livello di un’aggregazione fisica, tende a far aumentare le emozioni positive, la connessione sociale, a ridurre lo stress, l’ansia, la solitudine e i pregiudizi culturali.
Le differenze individuali che spesso possono essere identificate tramite alcune dimensioni fondamentali, come ad esempio: apertura all’esperienza, coscienziosità, estroversione, amicalità e nevroticismo, possono trovare nella gentilezza una caratteristica di gradevolezza che potrebbe influenzare gli altri fattori della personalità, tendendo a superare più facilmente gli eventuali confini psicologici, la razza, la religione.
In tal modo, quello che si presenterebbe, in prima istanza, come un semplice eggregoro fisico, col tempo e con la depurazione dai condizionamenti emotivi e passionali, potrebbe avere maggiori possibilità di evolvere anche a livello spirituale più elevato, interagendo con il misterioso ambito metafisico, oltre che con quello materiale d’origine.
Però, resta comunque il fatto che ognuno di noi, soprattutto se elevato al livello di Maestro dopo aver prestato particolari promesse e giuramenti, ha una particolare responsabilità oltre a quella verso l’evoluzione spirituale di sé stesso.
Infatti, deve avere e coltivare: l’esigenza di trasmettere ad altri ciò che abbia ricevuto e in particolare un metodo come il nostro (e non altri), che sappiamo per averlo sperimentato, che è efficace allorché ci si ritrovi alla ricerca della conoscenza, della verità, da proporre non solo ai cosiddetti profani.
Sarebbe opportuno non dimenticarlo mai e adoperarsi continuamente per onorare questo impegno.
Inoltre sarebbe opportuno ricordare che se malauguratamente, si fosse stati espulsi dalla nostra Obbedienza, si perderà ogni facoltà e ogni diritto di trasmissione del nostro deposito eggregorico, spirituale (purtroppo qualcuno, ogni tanto, non lo vuole comprendere e millanta di avere ancora ciò che non è più a sua disposizione). Anche questo sarebbe opportuno non dimenticarlo mai. Tra l’altro, le eventuali possibilità di riaccoglienza di un espulso non sono mai semplici, dal momento che è indispensabile il parere positivo, formale, dei Fratelli Gran Conservatori che siedono nel Sovrano Gran Santuario. Senza questo atto ufficiale, la reintegrazione non è possibile, neppure se a proporla fosse stato il Gran Hyerophante.
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L’articolo è contenuto nel numero di Luglio2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
I miti, i misteri, le speranze e le paure, dovrebbero essere interpretate analogicamente dagli iniziati che abbiano camminato correttamente, secondo il metodo loro suggerito; quindi, si tratterebbe di viaggiare attraverso i simboli, le allegorie, le metafore delle quali, anche nell’antichità, i saggi si sono sempre serviti per velare opportunamente alle masse quelle verità che non erano (e forse non lo sono neppure oggi, né lo saranno mai) in grado di capire ed apprezzare.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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