La nascita della cavalleria medievale è uno degli eventi più importanti, se non il più importante, nella storia d’Europa, dalla venuta della religione di Cristo fino al
XVIII secolo.
Si tratta di un evento particolare, e per molti versi misterioso, che caratterizzò per secoli i più diversi aspetti della vita e costituì, prima di tutto, un modo di intenderla e di viverla. Questo, tanto nella letteratura, che nell’arte, nella politica, nei costumi, nei rapporti uomo donna, nel modo di fare e di concepire la guerra e così via.
Ieri, oggi e forse sempre, il mondo della cavalleria e dei cavalieri susciterà enorme fascino e questo tanto di più allorché il mondo diventasse anti cavalleresco e senza poesia; allora essa riemergerà per quel bisogno che è nell’uomo di ricercare valori ideali, proprio quando più impera il materialismo.
Ma come nascono la cavalleria e le sue regole?
Già nei tempi più antichi esisteva la classe e la dignità dell’esser cavaliere. Anche se è la cavalleria medievale che ci interessa, non vi è dubbio che esempi storici antecedenti si possono trovare, seppure senza quelle particolari deontologie proprie della cavalleria del medioevo.
Nella Roma antica esisteva la classe dei cavalieri ai quali, come emblema del loro stato, venivano dati: una collana ed un anello d’oro e l’oro, il metallo più nobile, verrà sempre considerato il metallo dei cavalieri.
In via immediata il termine cavaliere rappresenta colui che sta sul cavallo e poi colui che combatte sul cavallo e che si distingue quindi da colui che è appiedato e che combatte a piedi.
L’esser un cavaliere naturalmente implicava una differenza di ceto e di censo e quindi era una sorta di una nobiltà. Occorreva la possibilità di possedere e mantenere un cavallo e quant’altro occorrente alla bisogna. I cavalieri avevano l’obbligo di provvedere al mantenimento di essi stessi, dello scudiero e del cavallo.
Quest’obbligo continuò in certi paesi fin dopo la costituzione degli eserciti regolari e degli stati moderni.
La cavalleria nelle sue regole e deontologie più note, nasce dall’influsso del cattolicesimo sulla vis guerriera pura e libera da ogni freno che non fosse l’ethos propriamente guerriero dove rozzezza, violenza e sopraffazione si mischiavano al coraggio, alla forza, al culto della fratellanza e dell’onore d’armi.
Qui la fratellanza d’armi intesa come il vincolo più importante, quasi sacro, che univa fra loro i compagni, merita un inciso. Era una unione nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, per cui l’amico dell’uno diventava automaticamente amico dell’altro ed il nemico dell’uno, nemico dell’altro.
Il sentimento della fratria d’armi, retaggio della più antica cavalleria, si ritrova in tempi ancora recenti presso certi corpi militari.
Questa amicizia ideale, questa fraternità, si stabiliva solitamente fra due persone. Potremmo pensare ad Achille e Patroclo, Eurialo e Niso, Cloridano e Medoro. Ci pare che lo stesso antico sigillo Templare, ove sono due cavalieri su uno stesso cavallo, adombri pure questo principio che finirà, poi, con l’estendersi a tutti i cavalieri facenti parte di uno stesso Ordine o di Ordini similari.
Chiusa la parentesi sulla fratria d’armi, non c’è dubbio che la chiesa romana cominciò con il porre in essere un’etica e determinate regole.
Il guerriero veniva ingentilito; si faceva distinzione fra: bellum iustum e bellum iniustum. Così nasceva il cavaliere, intendendosi con questo nome non solo e tanto chi combatteva a cavallo ma chi aderiva a certi ideali, chi seguiva una via che era anche ricerca e realizzazione interiore attraverso il combattimento, il sacrificio, il sangue versato.
Ricerca, realizzazione interiore, perfezionamento di sé, superamento della condizione umana tramite l’ascesa guerriera, questo significò la cavalleria.
C’è un mistero nella cavalleria, un mistero che non si può comprendere con i soli rapporti della ragione. Aspetti esoterici ed iniziatici certamente vi furono, anche se non centrali per tutti i cavalieri.
La grande possibilità, il mezzo per manifestarsi della cavalleria e dei suoi substrati più profondi, è la guerra che viene spiritualizzata comparendone chiari i principi della grande e della piccola guerra santa.
La cavalleria dava una particolare significazione alla guerra, così come all’amore, alla morte, alla vita stessa. E guerra e amore e religiosità erano vissuti con la stessa tensione, con lo stesso spirito, con la stessa abnegazione, con la stessa disponibilità al sacrificio.
Il significato della cerca cavalleresca è tutto da comprendere. Se la cavalleria era anche una via iniziatica essa era da considerare come un mezzo e non certo come un fine; un mezzo per superare l’umano, per trovare e raggiungere Dio. Era per questa ricerca del sé, per questo anelito, per la disciplina di ogni istante, che il cavaliere era il vero uomo, il Vir, l’unico degno della vita più che vita, l’unico degno di vivere.
Doveva essere esperto nelle arti della guerra ma anche in questioni teologiche, doveva conoscere le leggi per amministrare la giustizia, doveva intendersi di medicina e di matematiche, doveva essere coraggioso ma prudente, doveva essere generoso ed aborrire l’avarizia che è anche un peccato mortale.
Abbiamo accennato alla cavalleria anche come ricerca del Graal che così diventava anche ricerca pragmatica per il cavaliere. Bisogna però fare un distinguo fra aristocrazia o cavalleria feudale e aristocrazia cavalleresca o cavalleria d’arme. La prima era principalmente legata al sangue ed al possesso della terra; nella vita e nella guerra aveva rapporti ed obblighi ben precisi verso il Signore da cui quella terra veniva. La cavalleria d’arme, che è quella che ci interessa era la cavalleria per antonomasia. Si trattava di una fratria, sodalizio, confraternita o appunto, società d’arme che non aveva altri legami che i propri giuramenti, che aveva le proprie deontologie ed obblighi comportamentali e dove la vera distinzione nasceva dal valore personale. Nessuno poteva divenire cavaliere se, con le sue qualità, non avesse dimostrato di meritarlo.
Particolare caratteristica di tale cavalleria era la supernazionalità, l’internazionalità. A qualunque paese appartenessero, tutti i cavalieri, si consideravano di una stessa razza, di una stessa stirpe, come imparentati.
Fra chi dava e riceveva cavalleria, si generava una sorta di parentela, un particolare legame di Fides per cui per nessun motivo al mondo si potevano portare le armi o far
guerra contro chi aveva dato l’investitura; pena l’infamia e la fellonia.
Si generava una specie di filiazione spirituale; una specie di adozione, una catena, diremmo iniziatica, fra cavalieri.
Re e Principi aspiravano ad essere ricevuti e si inginocchiavano davanti ad un cavaliere per ricevere l’investitura perché “Solo un cavaliere poteva armare un altro cavaliere”. Appare d’altronde ovvio anche oggi, che nessuno può dare ciò che non ha. Se fare cavaliere significava trasmettere un’influenza spirituale, solo chi la deteneva avrebbe potuto darla.
Il cavalierato, quindi, era una dignità che si riceveva, che si conquistava e che non si deteneva per solo diritto di nascita.
Un cavaliere che moriva per la difesa della religione, per il Signore cui aveva giurato fedeltà, onorando così suoi giuramenti, raggiungeva la “Salvezza” ma la salvezza la raggiungeva pure se moriva per la sua Dama di cui in battaglia e nei tornei portava i colori.
La Dama ha una parte importante ed emblematica nel mondo cavalleresco e talora nell’investitura, la stessa donna poteva ricevere cavalleria. Per le donne vennero istituiti appositi ordini cavallereschi ed ancora ve ne sono.
È un fatto che nel mondo cavalleresco, la donna, l’elemento femminile, facevano parte del quotidiano.
Era impensabile un cavaliere non volgesse il pensiero alla sua dama, che non la invocasse nei momenti di difficoltà, che non le dedicasse le imprese, che non ne portasse i colori o un qualche simbolo. In tutte le storie cavalleresche, più o meno antiche, questo concetto è sempre evidenziato.
Nello stesso periodo di efflorescenza della cavalleria, abbiamo le famose “Corti d’amore” i “Tribunali d’amore” ed il “Codice d’amore” che caratterizzarono tutta la galanteria medievale.
Una condizione un po’ diversa nei riguardi della donna, la si ebbe negli Ordini monastico-cavallereschi come, per esempio i Templari, eppure anche in questi Ordini si ritrova la presenza femminile. Si avevano qui le sorores, controparte dei fratres, di cui poco si parla.
Bisogna comprendere la significazione simbolica della donna per ciò che essa veniva a rappresentare in quel mondo; idea, incarnazione di valori spirituali, conoscenza e trascendenza.
La verità è che in tutto questo si celano spesso significati esoterici.
La donna cui l’aristocrazia cavalleresca giurava fedeltà incondizionata e a cui si votava il crociato, la donna che conduceva alla purificazione, che il cavaliere considerava come suo premio e che lo avrebbe reso immortale quando fosse morto per lei, non è una donna fisica, ma una configurazione per la “Sapienza Santa” e per “l’Intelligenza” in senso trascendente.
Ma vediamo come si diventava cavaliere.
Considerata la vocazione e la condizione di nascita, si cominciava a sette anni la vera e propria educazione del fanciullo; lo si mandava presso un Signore dove aveva inizio la sua prima formazione e dove lo si addestrava fisicamente. Il paggio accompagnava e serviva il Signore nella vita di ogni giorno. Giunto al 14^ anno, se mostrava bastevoli qualificazioni, diveniva armiger.
Da quel momento, accompagnava il Signore anche nelle attività marziali; però, non
essendogli ancora concessa la spada, arma propria del cavaliere, in combattimento si disimpegnava usando bastoni od armi improprie. Solitamente, giunto al 21^anno, lo scudiero, che si era mostrato meritevole, veniva armato cavaliere. I periodi di noviziato, quelli per divenire scudiero e poi per divenire cavaliere, subivano riduzioni o aumenti secondo il valore della persona. C’era chi arrivava prima del tempo, c’era chi non arrivava mai. Si è osservato che l’apprendistato per divenire cavaliere durava due settenari; la cadenza di questi periodi non è casuale, infatti, tradizionalmente, il numero sette implica completamento e sviluppo di un ciclo: sette giorni della settimana, sette note musicali, sette colori dell’arcobaleno. Ecc.
Riconosciute le qualificazioni del recipiendario, si procedeva con un rituale di investitura. I giorni particolarmente riservati erano: Natale, Pasqua, Pentecoste, Ascensione e festa di San Giovanni d’Estate. I giorni della Pasqua e della Pentecoste però venivano privilegiati a meglio simboleggiare la resurrezione e la discesa dello Spirito Santo sul neofita che, da quel momento, diventava un uomo nuovo.
Il rituale di vestizione per l’investitura a cavaliere, in più fonti parla di un corpetto o di calzoni neri, di una veste rossa nella ovvia significazione della disponibilità a versare il proprio sangue e di una veste bianca; erano gli indumenti che venivano indossati dal recipiendario. I tre colori, nero, bianco e rosso, non sembra che siano proprio casuali ma inerenti alla trasmutazione iniziatica ed all’Arte Regia, indicando essi, nelle ben note espressioni di nigredo, albedo e rubedo, la palingenesi dello Spirito.
L’investitura era preceduta dalla veglia d’armi. L’aspirante passava la notte in preghiera, immobile, immedesimandosi sulle armi che gli stavano di fronte per generare un rapporto sottile fra lui e queste che venivano benedette ad indicare una influenza trascendente che da quel momento in poi avrebbe caratterizzato la nuova vita del sacerdote armato.
Dopo la vestizione, il celebrante pronunciava la ben nota formula: “In nome di Dio, Maria, San Michele e San Giorgio ti faccio cavaliere; sii valoroso e leale”.
La Vergine, San Michele e San Giorgio, che sono fra loro accomunati nella lotta e vittoria contro il serpente ed il drago, cioè contro le forze dell’oscurità e delle tenebre, restano per definizione i Patroni dei cavalieri.
La spada era l’arma per eccellenza del cavaliere, il suo simbolo, la sua stessa anima. Il giuramento sulla spada è un classico ed ancor oggi, in certi rituali di investitura, si giura sulla spada.
La tipica spada del cavaliere portava l’elsa a croce ed egli la stringeva al cuore nei momenti più difficili o quando sentiva di essere in procinto di morire.
I cavalieri ebbero rigorosissime regole dalle quali non si poteva deflettere. Se ebbero privilegi, li ripagarono con il sangue.
Splendido il decalogo del cavaliere che per secoli si è tramandato:
Se onori e privilegi ebbero i cavalieri, gravissime furono le pene previste per quelli che si erano resi colpevoli ed indegni di esserlo. È chiaro che non tutti i cavalieri erano senza macchia e senza paura e se così non fosse stato, non vi sarebbero state le pene previste per le loro colpe.
Quello che conta è che molti credettero in certi principi, per essi vissero, per essi morirono. Furono questi che costituirono l’eggregore, la nobiltà della cavalleria, che furono la cavalleria stessa e ne fecero un mito. Ovvero, quella cavalleria che raggiunse il massimo della spiritualità e dell’eroismo con la costituzione degli Ordini monastico-cavallereschi come quello dei Templari, cui era fatto divieto di ritirarsi anche se soli davanti a tre nemici, leoni ed agnelli, sacerdoti e guerrieri, che fra le fiamme del rogo portarono il loro sogno ed il loro segreto.
Ricordo quando durante la mia infanzia la televisione ancora bambina trasmetteva i telefilm su Ivanhoe.
Era bello sognare cavalieri erranti in valli inviolate con all’orizzonte cime nevose e turriti castelli, cavalli fieri come i loro cavalieri e dolci dame sulle rive di laghi cristallini. Venuto il tempo della scuola, queste fantasie di adolescente si tramutarono in racconti di storia. Il Medioevo e Carlo Magno, le Crociate e Riccardo cuor di Leone; si affacciarono alla mia conoscenza la terra Santa e Gerusalemme, il Santo Sepolcro e gli Ordini cavallereschi.
Non furono più cavalieri erranti in impenetrabili boschi ma crociati che attraversavano le dune del deserto per difendere i luoghi di Nostro Signore.
Affascinato da tutto ciò, mi posi alla ricerca di libri e scritti sulla storia dell’epoca, incominciai a distinguere i vari Ordini e ad avere una certa conoscenza del loro operato.
Senza ombra di dubbio ciò che mi colpì sopra ogni cosa fu l’Ordine del Tempio.
Permettetemi di chiudere gli occhi per pochi minuti e ritornare indietro nel tempo, senza fretta, respirando dolcemente e dolcemente lasciandomi trasportare dalla
Signora del Vento e risvegliarmi nel deserto.
Un gruppo di cavalieri monta focosi cavalli innervositi dal caldo e dalle fastidiose punture di insetti, essi cavalcano in silenzio, nel caldo, sudati, con i loro bianchi mantelli svolazzanti.
La loro andatura è senza tempo come lo sono le dune di sabbia che essi attraversano. Il loro è il tipico schieramento Templare, a croce, di modo che possano ricordare l’oggetto del martirio del Cristo ed essere quindi pronti essi stessi al martirio per difendere Gerusalemme.
Le loro menti vagano fra le brume del Nord ed i fitti boschi, i freschi ruscelli e le valli silenziose; tutto ciò per loro è un ricordo, hanno lasciato quei posti per venire qui dove tutto è silenzio.
Ma Dio non ha forse bisogno di vasti spazi silenti per manifestarsi?
E la manifestazione del Divino l’hanno trovata nella furia della battaglia, fra il sangue dei nemici uccisi e dei confratelli morti affinché il destino si compia.
L’idea deve avere la priorità su tutto e per questa idea il loro ultimo maestro De Molay morirà sul rogo.
Risvegliamoci ora, e confessiamo a noi stessi che è questo che ci affascina quando parliamo del Tempio, Gerusalemme, il deserto, i bianchi mantelli, la fine del loro ultimo Maestro ed il “secretum” che essi possedevano; ma quale segreto? Sta a noi scoprirlo sognandoli ed amandoli.
Complici i nostri sogni di adolescenti ricchi di avventure cavalleresche, impariamo a conoscere per intanto cosa significa l’esser cavaliere, l’ubbidienza, il sacrificio.
Negli ultimi decenni è ritornato di moda parlare di Templari; molte pubblicazioni sono apparse ed Eco, maestro di penna, spulciando qua e là, li ha fatti ombrosi protagonisti del Pendolo. È tale comunque la soggezione che questo Ordine incute, che a distanza di nove secoli dalla morte del De Molay, quando accade qualche fatto, avvenimento, casualità per molti versi fuligginosa, che per qualcuno ecco riapparire i Templari, Ordine segreto e nascosto, burattinai dei destini del mondo che nascostamente muovono le fila per realizzare chissà quale oscuro progetto.
Un lettore di quotidiani e rotocalchi, apprese queste nebulose notizie, stranamente, più che impaurito da un possibile oscuro disegno, potrebbe essere affascinato nuovamente da quei giovanili sogni di cavalieri bianco vestiti, di Crociate, di Gerusa1emme.
Tutto ciò, a mio vedere, ha un profondo significato, l’Ordine non è mai morto, fino a quando gli uomini ne perpetueranno il ricordo, sia con studi che con fantasticherie, esso continuerà a produrre cavalieri che per quanto solitari, disorganizzati, dispersi per il mondo, porteranno avanti il grande progetto dell’Ordine e ne perpetueranno il segreto.
Vi è una storia più o meno fantasiosa che si racconta; mi permetto di accennarla sinteticamente: Il giorno prima dell’arresto dei Templari ad opera degli sgherri di Filippo il Bello, un carro carico di fieno lasciò il quartiere del Tempio di Parigi scortato da dodici cavalieri; di esso si persero le tracce. Le ritroviamo in una Chiesetta fra i Pirenei, dove, nella cripta, vi sono dodici sepolcri. Il giorno del martirio di De Molay, un’ombra incappucciata e con un bianco mantello bussa alla porta della cripta e dai sepolcri escono i dodici cavalieri. Questo misterioso personaggio pone loro questa domanda: “Chi difenderà Gerusalemme?” ed i dodici cavalieri in coro rispondono: “Nessuno, nessuno, perché il Tempio è morto”.
Magari sarà vero, ma io accuso le dodici ombre di mendacio, forse vogliono sviare dalla verità, il Tempio è vivo e vivo rimarrà tale fino a quando nel mondo vi sarà anche un solo cavaliere.
Ma il tempo passa e lo spirito dell’antica cavalleria lentamente si ritrae.
Verso la fine del XIII secolo, dopo lo splendore originario, cominciò il tramonto della cavalleria. La responsabilità è da ricercarsi anche nelle nuove tecniche dell’arte
della guerra e, prima fra esse, l’uso sempre crescente della polvere da sparo. I cavalieri capirono che le nuove armi avrebbero portato alla loro fine, la guerra si era
democratizzata.
Il Signore coperto d’acciaio avrebbe cessato d’essere il re delle battaglie, né più sarebbero contati il coraggio, il valore. Contribuì pure il lento degenerare delle aristocrazie guerriere. Il sangue ed il nome sarebbero divenuti vanità, più che orgoglio e desiderio di essere all’altezza degli avi. Col tempo si privilegiò più il nome che il valore, più la ereditarietà che la capacità personale ed è facile comprendere ciò che sarebbe dovuto derivarne.
Abbiamo accennato alle armi da fuoco e alla degenerescenza delle aristocrazie. Ci pare, però, che accanto a motivi più immediatamente visibili, ci sia stato qualcos’altro legato al destino di un ciclo e di una umanità. La notte dell’età oscura si era inoltrata perché un destino si compisse; l’uomo si poneva al centro di tutte le cose, voleva essere libero di fare ciò che desiderava, non accettava più regole e non aveva disponibilità al sacrificio. L’umanesimo, il rinascimento ed i tempi nuovi che culmineranno con la rivoluzione francese, segnarono l’espandersi dell’individualismo, del personale benessere, del culto della personalità. Poco spazio rimase per gli ideali cavallereschi.
Anche oggi possono esistere, anzi esistono, in quei pochi che hanno la natura dei cavalieri, pur senza essere esteriormente coperti di ferro o in procinto di combattere a cavallo con la spada. Anche oggi è possibile la cerca, anche oggi è possibile ergersi a campione del bene contro il male, anche oggi è possibile fare dell’onore, della verità, della fedeltà, le proprie prime categorie.
Certo si tratta e si tratterà sempre di pochissimi perché i cavalieri, in ogni tempo, rappresentarono e rappresentano una parte assai esigua del genere umano.
Ormai la cavalleria, nel senso etico e tradizionale, è morta; ma forse i cavalieri non sono tutti scomparsi; resteranno eterni i valori di certe istituzioni finché qualcuno avrà il culto dell’eroismo, della giustizia, della bellezza, dell’amore e della religione.
Non bisogna credere che la cavalleria sia stata caratteristica di questa o di quell’epoca. L’istituzione è morta ma il suo spirito continua a vivere; ci sono stati cavalieri che sotto ogni bandiera hanno difeso nel tempo l’onore, indipendentemente dalla razza cui appartenevano. Bisogna aggiungere, per non scoraggiare nessuno, che è ancora possibile essere cavaliere nei nostri giorni e forse è giunta l’ora per essere più che mai cavalieri.
BIBLIOGRAFIA
RAIMONDO LULLO, “Libro dell’ordine della cavalleria”, Ed. Arktos.
MOLLE, “I templari, la regola e g1i statuti dell’ordine”, Ed. Egig.
VICTOR EMILE MICHELET, “Il segreto della cavalleria”, Ed. Basaia.
CUOMO, “Gli ordini cavallereschi’’, Ed. Newton-Compton.
CUOMO, “Gunther D’Amalfi cavaliere templare”, Ed. Newton-Compton.
PECCHIOLI, “La cavalleria e gli ordini cavallereschi”, Ed. Editalia.
GASPARE CANNIZZO, “Cavalleria e Cavalieri”.
L’articolo è contenuto nel numero di Luglio 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
C’è un mistero nella cavalleria, un mistero che non si può comprendere con i soli rapporti della ragione. Aspetti esoterici ed iniziatici certamente vi furono, anche se non centrali per tutti i cavalieri.
La grande possibilità, il mezzo per manifestarsi della cavalleria e dei suoi substrati più profondi, è la guerra che viene spiritualizzata comparendone chiari i principi della grande e della piccola guerra santa.
La cavalleria dava una particolare significazione alla guerra, così come all’amore, alla morte, alla vita stessa. E guerra e amore e religiosità erano vissuti con la stessa tensione, con lo stesso spirito, con la stessa abnegazione, con la stessa disponibilità al sacrificio.
Il significato della cerca cavalleresca è tutto da comprendere. Se la cavalleria era anche una via iniziatica essa era da considerare come un mezzo e non certo come un fine; un mezzo per superare l’umano, per trovare e raggiungere Dio.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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