Capita sovente, soprattutto all’inizio di un cammino, di un progetto, di una situazione, di essere estremamente coinvolti dal punto di vista emotivo: tutto è un mondo nuovo, il mistero ancora fitto e la curiosità ci permette di essere al massimo della ricettività. Grazie a questo si è coinvolti, svegli e si impara in fretta. Insomma la soglia dell’attenzione è elevata e la volontà di proseguire pare incrollabile.
Tutto ciò si potrebbe paragonare alla prima fase dell’infatuazione amorosa, durante la quale tutto è idilliaco e sembra protetto da una bolla di cristallo. Ma cosa succede quando la bolla scoppia e le cosiddette farfalle nello stomaco svaniscono? È proprio questo il momento in cui la volontà sorretta dalle emozioni, comincia a dare i primi segni di cedimento. Bisogna fare molta attenzione in questo momento, poiché se ci si lascia trasportare dalle tentazioni dell’ignavia, la fatica che si farà a recuperare, non solo il tempo perduto, ma anche e soprattutto la concentrazione necessaria a proseguire, aumenterà in maniera esponenziale.
Si pensi soprattutto che in un percorso iniziatico occorre, auspicabilmente, oltre all’umana curiosità anche un sincero desiderio di conoscenza, per poterlo intraprendere. Infatti, i Maestri e gli anziani si premurano di chiedere più volte al neofita se è certo della sua scelta. Ci sono incontri, “tegolature”, prove da superare – fisiche e psicologiche – e giuramenti solenni da pronunciare. Non è dunque una decisione da prendere a cuor leggero, dato che si presume che oltre alle responsabilità materiali, ci si faccia carico di quelle più importanti, spirituali.
Noia, ignavia e insubordinazione però sono sempre in agguato, ed ecco quello che prima era percepito come una fonte di gioia, viene ora considerato come un dovere a cui adempiere è estremamente difficile.
Perseveranza, lo ricordiamo, è una parola che troviamo addirittura prima di entrare nel Tempio, insieme al termine vigilanza, quando ancora siamo nel gabinetto delle riflessioni, ancora profani e ignoranti.
Pertanto, sarebbe il caso di meditarci ulteriormente sopra, in quanto tale parola mette già in guardia il neofita sulla sua importanza e probabilmente sulla sua difficoltà di applicazione in caso di uno stato dell’essere ancora molto legato alla materia e con tenaci resistenze al cambiamento.
Con un po’ di umiltà quindi, si rende necessaria l’ammissione del fatto che, con tutta probabilità, questo requisito, la perseveranza appunto, non sia scontato e nemmeno immediato.
Fintanto che non ci sarà stato un cambiamento dell’essere, infatti, sia la mente che il corpo saranno ancora completamente sotto gli influssi materiali e passionali.
Si faticherà moltissimo nel decidere di partecipare alle tornate, organizzarsi, riuscire a lavorarvi, aiutare i Fratelli e le Sorelle, ecc.
Non solo, non ci si renderà nemmeno conto dei benefici che tali azioni posso apportare al candidato stesso.
Ma questa è solo una delle tante prove che il nostro ego ci impone, in quanto, è bene ricordarlo, sono difficoltà che noi stessi ci creiamo, e cadere nel tranello è come al solito molto facile; difficile invece è riuscire ad uscirne.
Perciò occorre meditare e domandarsi il perché di determinate reazioni, quando ci sembra impossibile o insopportabile farci carico delle responsabilità che noi stessi abbiamo accolto sulle nostre spalle.
Nella pratica di queste riflessioni potremmo comprendere qualcosa in più della nostra interiorità e lavorando proprio sulle parti difettose della nostra pietra, sgrossandola, potremmo forse essere in grado di perseverare in questa ricerca finché, ci si augura, gli impegni del Rito non ci sembreranno più noiosi obblighi e potremmo addirittura riuscire a non farci distrarre da tutte le lusinghe che il mondo materiale ci propone.
Solo in questo caso avremo dimostrato a noi stessi di aver effettivamente scelto la strada a cui avevamo chiesto accesso con la nostra iniziazione e forse, aver compiuto veramente un primo passo.
Matilde
L’articolo è contenuto nel numero di gennaio 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
L’entusiasmo iniziale è una “bolla” che presto scoppia: quando le farfalle svaniscono, affiorano noia, ignavia, insubordinazione. Qui si misura la perseveranza—già impressa nel Gabinetto di Riflessione insieme alla Vigilanza—non come slancio emotivo, ma come scelta umile e quotidiana: partecipare alle tornate, organizzarsi, servire Fratelli e Sorelle, nonostante l’inerzia della materia. Il vero ostacolo è l’ego che fabbrica alibi; la cura è riflettere sul perché delle nostre reazioni, entrare nel silenzio operativo e “sgrossare” gli spigoli, finché il dovere ridiventa gioia e l’impegno del Rito cessa di sembrare peso. Perseverare nella perseveranza è il primo passo reale della via scelta con l’Iniziazione.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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