Onorato di poter scrivere di Julius Evola, mi accingo a farlo dando una mia visione del suo pensiero e di quella tradizione occidentale, europea, che fin da bambino mi ha affascinato, con i suoi miti ed i suoi eroi, permettendomi di veleggiare su di un magico drakkar (dreki in norreno) nell’oceano dei miei sogni.
Spesso, vista la caratura di tale personaggio, si corre il rischio di essere equivocati ed allora salta fuori un Evola partitico.
Ma in realtà, io credo che non sia mai esistito un Evola che si sia dato in prestito alla politica, ritengo invece che vi sia stato un Evola che ha guardato alla politica con il distacco del pensatore puro.
Partecipe sicuramente di tante esperienze, ma viste con la curiosità e la capacità critica di chi vuol conoscere, prendere coscienza di quello che accade intorno, senza avallare nulla se non quello che scaturisce dalla personale esperienza di uomo, di filosofo, di iniziato.
L’Evola che qui intendo trattare, è sicuramente il poeta di una visione occidentale del pensiero, di una tradizione che oramai ci sfugge fra le dita e che solo in pochi oggi conoscono e cercano di mantenere viva.
Il mio Evola è il sognatore, l’innamorato delle brume dei boschi, degli eroi caduti in battaglia che raggiungono, guidati dalle Walkirie, il palazzo di Odino, il Walhalla, ingrossando le schiere di questo dio solare per l’ultima battaglia contro il Ragnarǿkkr cioè il fatale oscuramento del divino.
È l’ultimo cantore, l’ultimo scaldo del tramonto dell’occidente che bagna, con le sue lacrime, i fogli nei quali egli scrive dello spregio dei valori della conoscenza interiore e della contemplazione.
Evola, quindi, è profeta della concezione del ritorno ad un tipo di Stato la cui attuazione deve riportare l’uomo ad una felice età dell’oro e cioè del Drago che avvolge con le sue spire le albe rotanti di un sole che non muore mai; la visione del mito dell’eterno ritorno.
Lo Stato quindi, è la legittimazione più alta di ogni ordine che deve portare l’uomo a pensare, a vivere, a lottare ed eventualmente a morire per qualche cosa che va al di là della sua semplice individualità.
Conoscenza interiore e contemplazione, rappresentano nella dottrina esoterica, tradizionale e occidentale, le forme più appropriate affinché l’uomo si possa accostare alla realtà soprannaturale, superumana e super razionale.
Non vi è opposizione fra azione e contemplazione, esse rappresentano due distinte vie per la medesima realizzazione spirituale; l’uomo può infatti superare i condizionamenti individuali e partecipare alla realtà soprannaturale sia attraverso l’una sia attraverso l’altra.
Il ricorso all’azione è sicuramente la via più tipica che viene intrapresa da chi segue una pura tradizione occidentale. L’azione è lotta, guerra, vittoria. La guerra è lotta eterna fra forze metafisiche, da una parte il principio della “luce”, realtà uranica e solare, dall’altra la violenza bruta, elemento titanico – tellurico.
Questa visione porta inevitabilmente a concepire, come la suprema consacrazione del diritto al potere vada a confluire nell’idea di “Imperium”.
Nel mondo tradizionale occidentale, quindi, ogni realtà è simbolo, pertanto, la guerra interiore di questa milizia olimpico-solare è via del Divino.
Come in ogni favola od in ogni mito, vi è un significato recondito che è compreso solo da chi sa leggerlo, anche nel mondo esoterico occidentale la via da seguire per raggiungere il divino è cantata nel racconto simbolico del Walhalla, sede dell’immortalità celeste, riservata agli eroi caduti sul campo di battaglia. Il signore di questo luogo è Odino, colui che, con il suo simbolico sacrificio all’albero cosmico Ygdrasill, ha indicato la via ai guerrieri, via che conduce alla sede divina, ove fiorisce la vita immortale. Nessun sacrificio infatti è più gradito al Dio Supremo; sacrificio che si offre mentre si muore in battaglia. Le schiere che così si ingrosseranno, saranno pronte per l’ultima battaglia che si dovrà combattere contro l’oscuramento del divino incombente minaccioso sul mondo.
Questo è il combattimento che appartiene all’ordine spirituale contro i nemici che l’uomo porta in sé stesso, contro tutto ciò che è istintivo e legato a passionalità. Chi ha agito così, ha saputo creare in sé una forza che lo mette in grado di superare la crisi della morte. Si può, attraverso l’ascesi dell’azione e della lotta, superare la morte e realizzare in termini esoterici una “più che vita”.
Nella misura in cui il guerriero sia in grado di operare nella purezza, egli spezza le catene dell’umano ed evoca il divino come forza metafisica, in ciò trova illuminazione e liberazione.
Questo insegnamento solare occidentale è eredità primordiale custodita dal re-sacerdote.
Quest’uomo, tramite fra l’umano ed il divino, è il depositario del come si può raggiungere la meta finale, rappresentata dalla tensione attiva e dalla liberazione dionisiaca dell’elemento azione. L’immortalità, quindi, è un privilegio di pochi; principalmente un privilegio eroico. Il sopravvivere, non è come ombra ma come semidio ed è riservato solo a coloro che una determinata azione spirituale ha elevato dall’una all’altra natura. Tale azione consiste nel trasformare l’Io individuale della normale coscienza umana, in una forza profonda, superindividuale che è al di là di nascita e morte. In questo quadro, la vittoria, appare come segno tangibile per una consacrazione ad una mistica rinascita. Le Furie e la Morte, che il guerriero ha affrontato metaforicamente sul campo di battaglia, lo contrastano interiormente sul piano spirituale, sotto forma di un minaccioso irrompere delle forze primordiali del suo essere. Nella misura in cui egli trionfi su di loro, la vittoria è sua.
Pertanto, ogni vittoria assume un significato sacrale ed il resacerdote, acclamato per la vittoria ottenuta, offre a tutti coloro che lo circondano, l’esperienza e la presenza della forza mistica che lo trasforma.
Diventa così comprensibile il carattere ultraterreno che emerge dalla gloria del vincitore; infatti, il fuoco celeste, inteso come gloria, discende sui re-condottieri e li rende immortali. Luce, splendore solare, gloria, vittoria, divina regalità, sono immagini del mondo tradizionale occidentale.
In questa concezione tradizionale, s’innesta il problema dell’iniziazione e del centro iniziatico.
L’iniziazione consiste in un’apertura della coscienza di là dalle condizioni umane ed individuali, tale da comportare una modificazione, che porta l’individuo a partecipare ad una superiore libertà e conoscenza, è insomma una “rottura di livello”. Vi è, quindi, un innesto di un’influenza trascendente, influenza che viene trasmessa e la trasmissione è funzione essenziale del centro iniziatico.
L’iniziazione è un processo attivo. Come insegna l’alchimia: “per sciogliere un metallo bisogna riscaldarlo. Col metallo si allude alla fissità ed alla chiusura rigida dell’lo individuale. Il riscaldamento significa uno stato particolare di vibrazione ed esaltazione da suscitare; lo scioglierlo equivale al fine; e lo sciogliere, sia pure momentaneamente, la coscienza dei vincoli dell’essere finito”.
Vi è, quindi, una catena ininterrotta che ha origini remote e misteriose e, secondo la teoria di Renè Guenon: “vi sono vari centri iniziatici collegati ad un unico centro dal quale tutti hanno tratto origine”.
Le influenze spirituali però, non riguardano solo un’illuminazione spirituale, ma anche un “potere”.
Una compresenza alla quale si perviene mediante un’iniziazione. I centri iniziatici che consentono questo percorso, sono però diventati sempre più rari e di difficile accesso. Specialmente in occidente si può vivere il fenomeno di queste forze che si ritirano e si nascondono. È un fenomeno che già da tempo si sta verificando, fin da quando, come vuole una legenda, i Templari avrebbero abbandonato l’occidente per ritirarsi e nascondersi in contrade remote ed inaccessibili.
Ma questi centri, se pur pochi e riservati, dispongono sempre di quelle forze che consentono loro di fare da argine nei confronti di un processo involutivo e dissolutivo. La loro azione magari non sarà diretta, bisogna sempre aspettare che i tempi siano maturi e che il ciclo si compia, ma la trasmissione iniziatica, che questi sanno mantenere viva, sarà il seme che farà germogliare la pianta, medicamento alla frattura che il mondo moderno ha creato nel campo iniziatico e tradizionale.
Ma la trasmissione esoterica è pure religiosità.
Pertanto, la tradizione occidentale porta i popoli indoeuropei a fare una scelta, imponendo l’affermazione di un culto essenzialmente virile e patriarcale in contrapposizione al messaggio rappresentato dalle divinità femminili, simboleggiate dalla madre terra, dispensatrice di fecondità, che tiene le chiavi della vita e della morte, tipica delle culture mediterranee.
Nel loro migrare in epoche remote verso il sud d’Europa, portano i simboli solari, la croce raggiata, il cerchio riquadrato, il disco puntato e quello radiante. Questa gamma simbolica è indicazione della generazione e della resurrezione della luce.
Questo è il pensiero che si irradierà fino in Persia ed in India.
Come si legge nel Rig Veda, il concetto della religiosità indoeuropea è “quello dell’ordine inteso come logos universale e collaborazione di tutte le forze umane con tutte le forze divine. L’ordine concepito come la causa più alta in nome della quale è guerra continua contro tutte le forze prevaricatrici”.
Questa concezione dell’ordine è intuizione dinamica della molteplicità dell’essere, per la quale qualunque rischio si annulla di fronte al principio reintegratore del Tutto.
L’ordine, come essenza dell’universo, è nel mondo e fuori del mondo, la sua allegoria emerge nella tradizione del solstizio d’inverno, in cui la morte apparente della luce diurna è il simbolo dell’essenza imperituramente vittoriosa del Sole.
Famiglia, stirpe, Stato, diritto, il corso dell’anno e le celebrazioni, le regole morali e spirituali, la coltivazione dei campi, la cura della casa, tutto ciò ci riconduce ad un ordine cosmico ed in quest’ordine l’uomo vive, come membro di una stirpe che si perpetua attraverso l’ordine delle generazioni. A quest’ordine collaborano sia lo spirito dell’uomo sia più alte Potenze.
L’ordine, quindi, va strappato ogni giorno alle forze elementari del caos e della notte e si conserva e si rinnova mediante la lotta continua ed eroica dell’uomo che, a fianco della divinità, si batte contro le potenze ostili allo spirito divino.
Questi valori sono così espressi da Julius Evola:
“Il culto apollineo, la concezione dell’universo come Kosmos, ossia come unità, come un tutto armoniosamente ordinato, il valore dato a tutto ciò che è limite, numero, proposizione e forma, l’etica dell’unificazione armoniosa dei vari poteri dell’anima, lo stile di una calma, misurata dignità, il principio dell’euritmia, l’apprezzamento e la cultura del corpo, il metodo spirituale nelle applicazione scientifiche come un amore per la chiarezza opposto alle nebulosità pseudo metafisiche e mistiche, il valore dato anche alla bellezza plastica, la concezione aristocratica del reggimento politico e dell’idea gerarchica affermata nella concezione del vero sapere”.
Affrontati questi concetti, possiamo ora meglio comprendere su quali basi Evola traccia l’idea di uno Stato tradizionale.
Incominciamo con la dottrina delle quattro età, esse rappresentano un processo di graduale decadimento spirituale.
Esiodo parla di quattro ere contrassegnate simbolicamente dai quattro metalli: oro, argento, rame, ferro, l’attraversare le quali porta gli uomini da una vita simile a quella degli dei, a forme di esistenza sempre più dominate da violenza ed ingiustizia.
La tradizione indoariana parla dei quattro Yuga, l’ultimo dei quali, il Kali Yuga, ha il significato di età oscura.
Questa è la legge tradizionale di origine non umana, in particolare, è quella da cui ciascun essere trae il suo giusto luogo nella gerarchia sociale definita delle “caste”, essa è la rappresentazione dei quattro regni che si succedono a partire da quello aureo del re dei re, che riceve direttamente dal dio del cielo potenza, forza, gloria.
Nella considerazione tradizionale della gerarchia delle caste, troviamo i valori e le forze che hanno dominato in ciascuno dei quattro periodi.
Mentre l’età dell’oro è quella in cui la funzione regale opera secondo verità e giustizia, l’epoca intermedia ha come riferimento il mondo dei semidei o degli eroi, nella quale la caratteristica regale è quella dell’azione energica dove appaiono le forze titaniche, qui si evidenzia la casta dei guerrieri. Infine, l’ultimo periodo è predominio di forze oscure ed infere, legate alla materia come “oscuro castigo”, è l’avvento al potere della casta dei servi cioè, il puro “Demos”.
L’idea base è quella di uno stato come organismo spirituale, tale da innalzare chi ne fa parte, da una vita naturalistica ad una vita super naturale, attraverso un sistema che riconduce ogni classe ad un unico asse centrale.
Si tratta di una gerarchia che ha un fondamento essenzialmente spirituale, nella quale ciascuna casta corrisponde ad una ben determinata funzione del Tutto.
Nella lotta fra cosmos e caos, l’aristocrazia sacrale incorpora il “Divino”, nella sua funzione di ordine e la massa il “demoniaco”, nel senso di puro elemento naturalistico.
Per quanto attiene alla quadripartizione, m1 viene in mente la favola di Menenio Agrippa, essa si adatta benissimo ai concetti espressi.
Le caste corrispondono a parti del corpo umano, con funzioni distinte seppur solidali.
Al limite inferiore vi sono le energie indifferenziate della vitalità pura, più in su il sistema degli scambi vitali, ossia la vita vegetativa, su di esse la volontà che muove e dirige il corpo, infine, sopra tutte, lo spirito quale principio soprannaturale.
Le caste, quindi, distinte in servi, borghesia, aristocrazia guerriera ed aristocrazia spirituale, alla quale appartengono “le nature virilmente sacerdotali” gli “iniziati solari” i quali, concepiti come più che uomini, sono coloro che hanno il diritto al comando e la legittimità di capi.
Tradizionale, dunque, questa ripartizione, in quanto presente in Egitto, in Persia, in Grecia fino a giungere nel medioevo europeo, con la divisione in servi, borghesia, nobiltà e clero. Ma non si deve intendere per clero quello che è propugnato da recenti religiosità.
Al vertice della gerarchia, quella alla quale ci riferiamo, cioè quella tradizionale, vi è una sintesi del potere regale e sacerdotale in un’unica persona, incarnazione di una forza trascendente.
Il rex è deus e pontifex, il re quale facitore di ponti fra naturale e soprannaturale, in lui è riconosciuta la presenza proveniente “dall’Alto”, capace di animare riti e sacrifici, quali azioni atte a sorreggere lo Stato ed a propiziare fortuna e vittoria alla stirpe. Il suo mandato proviene direttamente dal cielo e gli infonde una super umanità virile e spirituale.
Ma quando inizia il processo regressivo di quest’ideale politico tradizionale?
Gli indizi si possono trovare nella sempre più frequente opposizione fra i detentori del potere spirituale e quello temporale.
Questo fenomeno segna idealmente l’inizio della decadenza. Come testualmente dice Evola:
“Quando subentrò la separazione e poi l’opposizione di autorità spirituale e di potere temporale e, a dir vero, nel senso di una spiritualità che non è più regale ma sacerdotale, e di una regalità che non è più spirituale e sacrale, ma semplicemente e materialmente politica e laica, la tensione gerarchica si allenta, l’apice frana, si produce come una frattura, che fatalmente dovrà prolungarsi fino ad intaccare dalle fondamenta l’integrità del Tutto tradizionale. Sotto tale riguardo, l’avvento al potere di una casta semplicemente sacerdotale esprime o una rinuncia dall’alto, o un’usurpazione dal basso, o l’una e l’altra cosa insieme, e caratterizza il primo elemento di un arco discendente”. Sta di fatto che in Egitto, il Faraone, re-dio solare, compiva egli stesso i riti, solo più tardi si costituì la casta sacerdotale, a detrimento di quella regale, nello stesso modo, a Roma, il resacerdote Numa aveva questi attributi, persi e poi ripresi nell’età imperiale. In epoca medioevale poi, gli imperatori e gli ordini militari-cavallereschi, cercarono di ricostruire la sintesi dei due poteri.
Comunque, è proprio dalla separazione di questi due poteri, che ha inizio il fenomeno discendente, che passa, man mano, dai re sacerdoti ai re guerrieri, “non più una aristocrazia virilmente spirituale, ma solo una nobiltà secolarizzata” come ben dice Evola.
In merito a ciò Guenon afferma che, per lo Stato, non si può parlare più di “autorità” ma di “potere”.
Ma il fenomeno continua.
Un siffatto sovrano, per consolidare il suo prestigio nei confronti dei principi feudali, non può far altro che cercare nuovi alleati e questi sono i mercanti.
Nel suo lavorio di distruzione della feudalità egli distrugge sé stesso.
Il sistema feudale è sostituito dal sistema nazionale. L’assolutismo dei re guerrieri, nel momento in cui sostituisce il cemento spirituale dato dall’ideale di fides, apre le porte all’onda della demagogia.
Attraverso un illusorio concetto di libertà, prende forma e potere un’oligarchia, che, sotto la forma di un regime parlamentare, domina la realtà politica. L’economia viene a dominare sui principi etici e spirituali.
Ma come “usurpazione chiama usurpazione”, ora i servi aspirano al dominio.
Con l’avvento della quarta casta, la massa intende instaurare una nuova epoca, siamo infine giunti allo Stato disanimato, disanimato nella vita, nella società, nella interiorità umana; barbari senza fede “intenti a rispettare la terra solo per i tesori che essa contiene”.
Nel distruggere ogni interesse per l’ordine dello Stato, concentrandosi solo sulla parte passionale del proprio essere, l’uomo da spazio a forze irrazionali, si disintegra, dimentica lo sforzo fatto per elevarsi al di sopra di quelle forze dalle quali ora è posseduto.
Ma è possibile instaurare un processo ricostruttivo di un siffatto tipo di Stato?
Potrei certo continuare e dare una interpretazione del come potrebbe o non potrebbe essere possibile tale ricostruzione e quali sarebbero le vie da seguire, se ce ne sono, per attuarla, ma preferisco fermarmi qui.
Invito, invece, tutti coloro che amano la tradizione, sul mio magico drakkar, per potere veleggiare sulle onde dei pensieri, dei desideri, dei sogni, affinché ciascuno possa essere libero di dare una risposta all’ultimo quesito.
BIBLIOGRAFIA
Evola: Rivolta contro il mondo moderno
Evola: L’individuo ed il divenire del mondo RigVeda
Renè Guenon: Forme tradizionali e cicli cosmici
Tilak: Le dimore artiche dei Veda
Snorri: Edda
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Settembre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
L’iniziazione è un processo attivo. Come insegna l’alchimia: “per sciogliere un metallo bisogna riscaldarlo. Col metallo si allude alla fissità ed alla chiusura rigida dell’lo individuale. Il riscaldamento significa uno stato particolare di vibrazione ed esaltazione da suscitare; lo scioglierlo equivale al fine; e lo sciogliere, sia pure momentaneamente, la coscienza dei vincoli dell’essere finito”.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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