Spesso non si riesce a “conoscere” in modo armonico ciò che sarebbe stato opportuno, necessario, perché prima non lo si è affatto “intuito” e poi quindi, neppure “compreso”; co-
sì, anziché ricominciare umilmente ma con tenacia il proprio percorso, magari ci si dirige emotivamente verso altro ed altrove.
Non sempre si riesce a dialogare efficacemente con un profano, oppure con un Apprendista (ma non solo) riguardo alcune basi del nostro metodo. In esso, a seguito degli auspicabili mutamenti di personalità e dei punti di vista conseguenti alla progressiva rigenerazione spirituale, alla sempre maggiore conoscenza di sé, nulla è mai dato per scontato, per cui ci si dovrebbe sforzare di vivere anche empiricamente qualsiasi postulato venga suggerito dalla liturgia dei Rituali di ogni camera.
Si usufruisce frequentemente di termini come comprensione oppure intuizione, magari dando personalmente per acquisita una piena e generale corrispondenza del significato delle parole, tramite cui ci si dovrebbe intendere in una particolare collettività.
Forse, se ci si medita un pochino, non è raro accorgersi che quelli sono termini utilizzati in modo abitudinario, secondo la modulazione lessicale corrente, ma che non si è sempre completamente e reciprocamente consapevoli di cosa possano indicare da più punti di vista.
Ad esempio, l’atto e la capacità di capire, cioè di “afferrare” con la ragione un insieme di cose che stanno dentro o dinanzi (cum-prehendo), potrebbe implicare una premessa oppure una conseguenza conoscitiva. Ovviamente, poi, sull’interpretazione della parola “conoscenza” si dovrebbe aprire un panorama vastissimo di ipotesi e di concetti.
Comunque, si tenderebbe a convenire che tutto ciò che si prova di fare in funzione di una decodificazione logica, potrebbe essere intesa come comprensione; infatti, la mente, servendosi della ragione, giudicherebbe praticamente fruibile per sé, oppure il contrario, solo ciò che riesce a comprendere, rispetto ai riferimenti che una molteplicità di oggetti hanno in comune, oppure no. Da quel momento, in modo soggettivo, la mente sarebbe in grado di riconoscere, senza dover procedere ad ulteriori elaborazioni, tutti quegli elementi che presentino anche solo in parte, quelle stesse caratteristiche particolari. Per cui, tanto maggiore sarà la comprensione di un concetto, di una cosa, tanto minore sarà l’estensione delle caratteristiche e viceversa.
Un aspetto particolare della comprensione riguarda ovviamente l’ermeneutica che nell’ambito delle ricerche iniziatiche dovrebbe suggerire una metodologia dell’interpretazione, sia filosofica, che dei testi sacri o di ogni altro scritto collocabile nell’elenco dei cosiddetti “tradizionali”, tendendo a scoprire un significato (per lo più nascosto) per tutto ciò che con un approccio “normale” e superficiale è difficile, se non impossibile, da individuare.
Una particolare ontologia spirituale potrebbe suggerire che il comprendere non sia un comportamento teorico specialistico, ma un rapporto soggettivo, profondo, che ognuno intrattiene con sé stesso.
Ciò potrebbe portare anche ad assimilare contemporaneamente il concetto di spiegare, duplicando gli orientamenti dell’analisi mentale, sia verso l’empirismo, che in direzione dello studio, della descrizione degli avvenimenti e delle cause.
A differenza di tutto ciò, con la parola intuizione si potrebbe voler indicare quel particolare tipo di conoscenza immediata che manifestandosi misteriosamente, non si avvale del ragionamento o delle informazioni provenienti dalle percezioni sensoriali.
Il termine intuizione sembrerebbe derivare dal latino intueor (composto da “in” ovvero dentro, e da “tueor” ovvero guardare, contemplare; in sintesi guardare dentro) e come accennato, non corrisponde ad una modalità di sapere spiegabile facilmente; infatti, nella maggior parte dei casi si svela per scintille improvvise, sulla cui origine ovviamente, i pareri sono molto discordi.
Si va da ipotesi riconducibili a processi automatici di causa-effetto, all’inspiegabile sapere trascendente che comunque sarebbe all’origine della stessa logica di causa-effetto, ma si tratterebbe di un sapere non acquisito, bensì innato, sin dalla nascita o addirittura prima della stessa.
Si potrebbe trattare anche della percezione immediata dei princìpi primi, ovvero dell’espressione di una conoscenza certa in cui il pensiero acceda direttamente ai propri contenuti, contemporaneamente, essendo soggetto e oggetto complementari e dialetticamente insieme. Ovviamente, alcuni sostengono che ciò non sia possibile ed implicitamente negano anche la possibilità fenomenica dell’intuizione contrapponendosi a chi, al contrario, ritiene che l’unità interattiva tra il soggetto, l’essere e l’oggetto del pensiero, tenda ad un assioma non solo formale, ma strutturale di ogni sapere che si proietti ad essere universale, oltre che necessario. Quindi, l’intuizione sarebbe identificabile con la forma massima e immediata del sapere, evitando di cadere in un relativismo irrazionale che prescindendo dall’identità con la verità, con l’essere, si avviterebbe in una contraddizione logica, la cui forma più esplicita non consentirebbe di dimostrare se la sintesi a cui sarebbe giunto il pensiero, sia vera o falsa. Questa suprema identità tenderebbe comunque ad un pensiero non dimostrabile di per sé, né accertabile empiricamente, ma raggiungibile unicamente per via negativa, quindi solo ammissibile tramite intuizione. Sono per lo più formulazioni filosofiche risalenti al periodo greco (ma ovviamente la valenza indiscutibile è per molti mantenuta anche oggi) in cui si sosteneva che solo con l’intelligenza sopra il pensiero logico e la dialettica, a prescindere dai fenomeni sensibili, dalla razionalità sillogistica, è raggiungibile la vera conoscenza.
Quindi, da questo punto di vista l’intuizione suprema potrebbe essere ricondotta anche verso ambiti mistici e quindi ad un collegamento con quello Divino. In tali esplorazioni intellettive si configurerebbe anche l’estasi o l’auto-intuizione dell’Uno che nell’auto-contemplazione diviene identità di essere e di pensiero.
In tal modo, si manifesterebbe conoscenza immediata ad un livello superiore di quello di tipo mediato, riconducibile all’Anima.
Tale ipotesi porterebbe ad esplorare uno sprofondarsi nella propria autocoscienza, fino ad approdare con l’estasi, alla compenetrazione con l’Uno. Quindi ad una condizione situata oltre il dualismo potenziale dell’Intelletto altalenante tra essere e pensiero; queste realtà benché tendenzialmente coincidenti, risulterebbero in esso ancora distinte e quindi da superare.
Continuando sul filone mistico (che però è aspramente criticato da molti come inutilmente irrazionale; infatti, i “contestatori” si adagiano solo su un piano definitivo non più trascendente, dove ogni principio coincide razionalmente con il suo contrario), l’intuizione si identificherebbe conseguentemente con l’illuminazione, cioè col momento in cui la volontà divina illumina una mente elevandola alla conoscenza della verità. Sarebbe così un tipo di conoscenza immediata, forse simile a quella delle intelligenze celesti (gli angeli), ben differente da quella per cui si deve passare attraverso la comprensione mediata dal pensiero logico o da un calcolo razionale.
In tal modo, si potrebbe postulare una sorta di superiorità di una conoscenza intuitiva, rispetto a quella derivata dal pensiero razionale-dialettico che discenderebbe proprio dall’intuizione. Sarebbe la forma più alta di sapere, superiore sia alla conoscenza sensibile, che a quella scientifica, in quanto permetterebbe all’intelletto di cogliere l’unicità di ogni cosa con un punto di vista riconducibile ai livelli più alti dello Spirito.
Ad ogni modo, per riportare il tutto ad una possibile osservazione del funzionamento della propria mente, si potrà notare che ogni volta che si tenta di comprendere razionalmente come e che cosa si possa essere intuito, quel canale misterioso si interrompe, per rimanifestarsi solo quando ci si riavvicinerà, per lo più casualmente, al silenzioso vuoto, al nulla, all’assenza degli schemi utilizzati normalmente per comprendere.
Se poi si prova a dare una sbirciatina (con prudenza ed in punta di piedi) anche ad alcuni punti di vista del composito e complicato filone kabbalistico, si potrebbe notare che non di rado si propone l’ipotesi di una “creazione” con più livelli universali (spesso se ne indicano almeno quattro) in cui lo Spirito interagirebbe con le Sephirot e quindi attraverso di esse.
Una curiosità può riguardare subito la parola plurale Sephirot che sarebbe collegata, anche secondo il Sefer Yetzirah (libro della Formazione o libro della Creazione), con sefer (scrittura, segno, contatto nel segno), sefar (numeri, computo, pensiero, gesto) e sippur (discorso, verbo, parola).
Sempre secondo gli ambiti mistici, la scrittura di Dio sarebbe la creazione (l’atto, cioè il Gesto); la Sua parola sarebbe la Sua scrittura; il Suo pensiero sarebbe la Sua parola. Pensiero, parola e scrittura sono per Lui un’unica cosa, mentre per l’uomo sono tre cose distinte.
Così, limitandosi a semplici accenni, ma-gari tenendo presente anche le essenze delle tre lettere madri: (Alef, Mem, Shin), si avrebbe il manifestarsi del “soffio divino”, ovvero anche della misericordiosa sapienza del “tutto” attraverso la prima posizione, quella della corona Keter, per poi proiettarsi verso le misteriose acque calme e profonde della seconda Chokhmah, associata all’elemento maschile che per posizione e fluidità sarebbe portato all’intuizione, nell’annullamento, nel silenzio sensoriale, ma poi anche costituente coscienza e memoria di ciò che si promana dal livello divino, configurandosi quindi come fonte del dare liberamente ciò che fluisce tramite l’intuito. Nella terza posizione Binah verrebbe individuato il fuoco femminile che scaturisce dall’acqua e che la infiamma focalizzandosi in un punto; quindi, non più dando, ma trattenendo giustamente e concependo Luce. Quindi, consentendo nel trattenere, nel restringere, la percezione, la comprensione di ciò che diviene visibile.
Infine, ma limitandoci ad un lieve e superficiale approccio di solo questa prima grande triade, non si può evitare di accennare alla possibile (ma affatto scontata) interazione “amorevole” tra le emanazioni della sephirah dell’intuizione (con attribuzione maschile) con quelle della comprensione (attribuzione femminile) comunque unite perennemente in modo assiomatico. Infatti, solo da tale non facile scambio (non è neppure semplice nella materia lo scambio veramente amorevole tra uomo e donna; spesso in tale ambito si svela per lo più, solamente passionale ed egoistico) potrebbe nascere come conseguenza, la conoscenza (frequentemente individuata in una non sephirah oppure tale ma nascosta, denominata Daat), ed anche la volontà.
In termini di psiche umana, queste tre caratteristiche potrebbero definirsi componenti della mente; ovvero, le facoltà che consentono la percezione delle cose e che determinano la sostanza e lo scopo della mente stessa. Si avrebbe così la capacità dell’anima di percepire, assimilare e porsi in relazione con le cose.
Ho premesso tutto ciò per affrontare ancora una volta le difficoltà comuni a tutti nel tentare di camminare su un percorso iniziatico come il nostro.
Infatti, deve essere evidenziato che le indicazioni metodologiche del nostro Rito, sono da ricercare prioritariamente del testo liturgico contenuto nei Rituali di ogni camera (ovviamente diversi per ciascuna). Occorre comunque ricordare, a differenza di quanto si potrebbe supporre in quest’epoca caratterizzata da un’enorme confusione delle comunicazioni (con conseguente difficoltà nel riuscire a pesarne le qualità) che accingersi ad esplorare certi ambiti, non è mai scevro di problemi di ogni tipo. Riuscire ad entrare in pace e poi ad uscire in pace, rappresenterebbe sempre un’auspicabile situazione personale, affatto scontata, ma di grande valore.
Ad ogni modo, è doveroso ricordare che lo studio del testo, supportato dalla sempre presente, intima fiducia tendente a scoprire cosa “nasconda” di buono ed efficace, porta frequentemente ad una sorta di progressiva applicazione di metodologie ermeneutiche, di esegesi, su quanto espresso nella liturgia e comunque altalenando dal punto di vista mentale, tra auspicabili intuizioni e possibile comprensione.
Quindi, senza voler mai stravolgere, contraddire il significato basilare, descrittivo, esteso, il primo approccio riguarderebbe semplicemente la possibilità d’assimilare il senso elementare o contestuale che però permetterebbe di acquisire familiarità anche con la deambulazione, con i gesti, con i ritmi di quanto vada svolto nel Tempio esteriore che col tempo si scoprirà avere precise corrispondenze con quello interiore. Seguirebbe poi la ricerca dei significati simbolici, allegorici che comincerebbero a svelare, andando oltre la semplicità letterale, la bellezza delle sintesi rappresentative, anche attraverso immagini od altro, esteticamente semplici ed a volte apparentemente banali.
Ne consegue che se si fosse arrivati con successo a questo punto che però è bene ribadirlo, ben poco avrebbe a che fare con i limiti metodologici di una scolastica indagine culturale (quindi un successo esclusivamente dipendente dalle indispensabili purificazioni, rigenerazioni interiori, spesso descritte anche dai progressivi cromatismi alchemici e poi dalla messa in pratica delle scelte), diverrebbe probabile, continuando a desiderarlo, riuscire a proiettarsi nell’indagine comparativa delle metafore, delle analogie, dell’omiletica, della retorica, utilizzando soprattutto gli strumenti della ragione e della logica. È questo un livello rischioso, dove concentrazione, silenzio interiore e perseveranza divengono essenziali anche per una sorta di protezione personale. Infatti, senza queste cautele, l’esplorazione potrebbe far deviare facilmente la mente nell’errore di scambiare il mezzo con il fine.
Per chi riuscisse poi a procedere anche oltre (avendo spostato la qualità del proprio stato dell’essere da una condizione prevalentemente egocentrica verso posizioni più luminose, riuscendo a conquistare sempre più amorevolezza nell’unire intuizione e comprensione), ecco che la decriptazione della liturgia (in progressiva evoluzione funzionale alla gradazione delle camere) potrebbe portare allo svelamento di una parte ancora più misticamente segreta, e comunque tesa ad ottenere dei risultati pratici, conseguenti ai momenti teurgici in cui gli strumenti andrebbero decisamente oltre la normale concezione di razionalità concepibile nella materia.
Sarà opportuno capire subito che la nostra liturgia, è composta anche di momenti teurgici; quindi, tende a mettere in condizione chi conduce correttamente il Rito, di cercare ed auspicabilmente trovare accoglimento alla propria invocazione rivolta a Dio, nel tentativo di acquisire per tutti quella conoscenza che possa portare a capire come sia possibile mettere in pratica anche nella quotidianità, ciò che è necessario per riavvicinarsi umilmente alla Sua Gloria.
Sarà forse abbastanza semplice comprendere che tutto quanto sopra accennato potrebbe apparire decisamente senza senso per chi si professi ateo o parimenti non abbia alcuna intenzione di modificare la condizione spirituale personale, se per lo più pesantemente avvolta dalle esigenze materiali, intrisa di passionalità di ogni genere di cui non si abbia alcun desiderio di liberarsi.
In tali situazioni, è poi interessante osservare che anche se qualcuno avesse subito una o molteplici iniziazioni, non capirà il peso dei giuramenti e delle promesse da lui pronunciati.
Infatti, spesso, si potrebbe addirittura notare anche una sorta d’incapacità di intendere il semplice significato etimologico delle stesse parole pronunciate.
In particolare, ad esempio, il concetto espresso di “non Rivelare” (non velare di nuovo) ciò che si è appreso, forse verrebbe banalmente confuso con il termine “Svelare”. Quindi si tenderebbe a non acquisire consapevolezza sul fatto che, si sarebbe promesso, si sarebbe giurato, almeno così lo intendo, di non ricoprire di nuovo con i menzogneri veli passionali ciò che si potrebbe aver scoperto coscientemente, seppur in modo minimale (magari anche con l’aiuto dei fratelli visibili ed invisibili), durante quella consapevole indagine interiore suggerita dall’acronimo alchemico V.T.R.I.O.L.
È bene comprendere che in tal modo, si prende anche implicitamente l’impegno, si giura di adoperarsi per “trasmettere” il metodo per riuscirci (se lo si sperimenterà con successo); questo rappresenta un atto, sia di conseguente doverosa responsabilità, che d’amore verso l’umanità (ma tutto questo, alla luce dei fatti, non sembra essere affatto chiaro a molti). Credo non sia necessario insistere nello spiegare come si tratti di una cosa straordinariamente differente dal semplice svelare qualche cosa, che per altro potrebbe risultare incomprensibile ad una mente non preparata (sia di un profano, che di un iniziato) ma di cui comunque non si sottovaluta la pericolosità. Infatti, l’uso distorto ed anche malvagio che si potrebbe fare di certe indicazioni, impone sempre, comunque, il prudente obbligo della riservatezza. Qualche cosa di simile potrebbe riguardare anche il giuramento a fine lavori che nel nostro caso, riguarda “il secretum” sugli stessi. Ovviamente, come si è più volte dissertato, non sarebbe male meditare sull’origine etimologica derivata in questo caso, soprattutto dal verbo “secernere”. Quindi, giurando su cosa si possa avere detto, messo a disposizione dei Fratelli, ancora una volta ci si potrebbe interrogare coscientemente e provare a rispondersi sul perché si suggerisca continuamente di utilizzare prudenza e concentrazione interiore ed esteriore nel parlare durante i Lavori.
Come accennavo all’inizio, però, è frequente che pur avendo passato anche un congruo periodo di tempo nelle frequentazioni dei lavori, non si riesca a “conoscere” armonicamente ciò che sarebbe stato opportuno, necessario, perché non lo si è prima “intuito” e quindi ovviamente neppure “compreso”. Oppure non si ha, né intuito ma neppure compreso, che le finalità non erano affatto quelle di risolvere i personali problemi materiali.
Così, anziché ricominciare umilmente ma tenacemente il proprio percorso, ci si potrebbe ritrovare stranamente ad essere coinvolti (o aggrappati volontariamente) quasi in modo bulimico, in tutta una serie di impegni quotidiani, anche psicologici (che assorbono molte energie ma che oggettivamente risultano inutilmente dispersivi) oppure in un disordinatissimo (ma quasi mai confessabile) non far nulla, che potrebbero indurre, non capendo a cosa servono veramente, a scegliere di usufruire anche dei momenti di “pausa” previsti da statuti e regolamenti. C’è poi anche un’altra opzione: quella che riguarda la ricerca delle scorciatoie intellettuali tramite cui si vagheggi orgogliosamente, quasi come riscatto personale delle proprie frustrazioni, di poter far parte di presunte, ristrette, cerchie elitarie in cui si supporrebbe di poter comprendere e decriptare velocemente chissà quali segreti contenuti in testi o pratiche di ogni genere (quando però non si è stati capaci di farlo con i propri rituali) per poi quasi sempre autosuggestionarsi con improbabili esperienze, o con fantasie esotiche, che si vorrebbe supporre soprattutto “magiche”.
Naturalmente non si possono scordare neppure le esigenze dei riconoscimenti personali in un gruppo, in una casta, tanto cari alla mentalità profana (persistente anche dopo le iniziazioni) che tende ad identificare in personaggi celebri, anche soggetti che però pur scrivendo corposi tomi, svelano agli addetti ai lavori, proprio per quello che scrivono, di non aver alcuna esperienza empirica riguardo a quei vagheggiamenti. Così, ci si potrebbe dirigere verso altro ed altrove tentando a volte, tramite una sorta di bizzarra tournée iniziatica, attraverso tutto ed il contrario di tutto, anche di disconoscere più o meno maldestramente il percorso originale intrapreso.
Ho prima utilizzato consapevolmente solo il termine “pausa”, perché qualsiasi cosa si sia capito, in un percorso iniziatico “vero”, è necessario non equivocare sul fatto che essendosi ogni azione e pronunciamento riverberati su più piani, si resta comunque coinvolti da quegli impegni e da quei giuramenti che si è declamati e sottoscritti liberamente. Per questo ci vuole sempre prudenza e attenzione (prima, durante e dopo). Non a caso lo si suggerisce continuamente, sia in fase di “tegolatura”, che durante le cerimonie iniziatiche. Infatti, sarebbe necessario non obliare il concetto che, soprattutto quando si vuole interagire con livelli non solo materiali (da tempo, in alcuni percorsi come il nostro è stata riscontrata oggettivamente la possibilità di riuscirci concretamente), è probabile che di fronte ad ogni errore ci possa essere sempre un giusto pegno da pagare; è qualche cosa che dipende da noi stessi. Infatti, sembrerebbe che proprio oltre il livello materiale, gli errori non passino mai inosservati e la giustizia si imponga prima della carità (non sempre però le cose sono considerate con lo stesso peso di una mente umana). Quindi non sarà affatto ininfluente per il prosieguo, essere valutati da altri piani, per come ognuno affronterà con le proprie scelte concrete, le conseguenze più o meno sgradevoli. Purtroppo la confusione odierna caratterizzata da strutture fasulle (alcune assolutamente fantasiose, completamente inventate a tavolino, addirittura senza alcuna trasmissione iniziatica vera), da altre che mantengono solo il nome altisonante e che nella migliore delle ipotesi sono ormai vuote, spesso abbandonate dall’egregora originale (nella peggiore delle situazioni sono anche fonte d’infezione) porta l’immaginazione generale a considerare tutti i percorsi a livelli sempre più bassi, effimeri ed oggettivamente lontani da qualsiasi cosa non sia uno schema riconducibile alle esigenze materiali.
Comunque, per lo meno in ambito umano, sociale, gli statuti ed i regolamenti (che vanno rispettati, in ogni loro parte, senza furbizie o stupidità di sorta, altrimenti si ricade ancora nel rapporto della giustizia con altri livelli, nella logica del rapporto basso-alto e viceversa) consentono la possibilità di entrare in pausa per riflettere e per comprendere eventuali fragilità personali ancora irrisolte. Però in mancanza di prudenza causata da emotività passionale, e di fronte ad eventuali scorrettezze, a slealtà, al mancato rispetto degli impegni liberamente presi, a menzogne, a tradimenti tesi a procurare nocumento più o meno grave ad altri (magari in qualche caso, non certo raro, con l’aggravante, dopo aver commesso i misfatti, di volersi spudoratamente erigere a paladini della virtù, della giustizia, oppure con l’aureola di vergini pudibonde) anche questa seppur effimera disponibilità cesserebbe inevitabilmente.
Concludendo, credo che nei percorsi iniziatici “sani”, insistere sul tentare di intuire, e di comprendere amorevolmente, non sia affatto un modo di indugiare in inutili pensieri fantasiosi.
Suppongo che però, senza la necessaria, conseguente, conoscenza, ben poco si possa prevedere per sé e per tanto altro.
Il S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫
L’articolo è contenuto nel numero di marzo 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
L’intuizione suprema potrebbe essere ricondotta anche verso ambiti mistici e quindi ad un collegamento con quello Divino. In tali esplorazioni intellettive si configurerebbe anche l’estasi o l’auto-intuizione dell’Uno che nell’auto-contemplazione diviene identità di essere e di pensiero. In tal modo, si manifesterebbe conoscenza immediata ad un livello superiore di quello di tipo mediato, riconducibile all’Anima.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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