Il culto isiaco ha origini antichissime e ogni volta che mi soffermo a riflettere sul tempo intercorso fra noi e la sua origine, non riesco a non pensare a quanti secoli siano trascorsi dai primi uomini e donne che ne hanno parlato, che ne hanno trasmesso la storia e che, da questo, ne hanno tratto forza e ispirazione. Come è altrettanto vero che non riesco a non pensare a quante forze ostili abbia dovuto affrontare, il culto e la sua essenza profonda, a quante tenebre, a quante chiusure, persecuzioni, abbia dovuto attraversare per arrivare sino a noi, ancora, come vedremo, quasi identico agli albori.
E mi chiedo il perché di tale potenza.
Cosa dobbiamo imparare da Iside? Cosa è fondamentale che impariamo da Iside? Così tanto importante che ha attraversato i millenni, che è stata custodita, protetta e tramandata?
Vorrei provare a ripercorrere molto brevemente la sua storia. Un ricercatore francese, Laurent Bricault, nel 2000 ha compilato l’atlante della diffusione dei culti isiaci a partire dal IV sec. a.C. fino al IV d.C. Questo perché la sua diffusione era molto estesa, quasi universale, considerando il mondo conosciuto, e comprendeva santuari: nell’Europa balcanica, in Grecia, nell’Asia minore, in Siria, Nord Africa, in Francia meridionale, in Spagna meridionale, in Britannia, e in Italia con diversi santuari. Pochissimi in Germania.
A Roma il culto era molto diffuso, con diversi templi, ai quali se ne aggiungevano dei nuovi. Nel 38 d.C. Caligola fece edificare un grande santuario a Iside, a Campo Marzio dove, molto importante, fu ritrovata la documentazione archeologica della presenza di iniziazione ai misteri isiaci. Ancora nel 390 d.C. ci sono documenti che attestano l’attaccamento dell’aristocrazia al suo culto, dieci anni dopo l’editto di Teodosio.
Infatti nel 380 d.C. Teodosio aveva proibito tutti i culti pagani. Unica religione consentita era la religione ufficiale romana, cioè il cristianesimo. Nel 391 vietò di entrare per qualsiasi motivo nei templi e, pochi mesi dopo, iniziò la distruzione di quelli pagani.
Il sacro fuoco eterno che le Vestali custodivano nel tempio di Vesta nel Foro Romano fu spento, e l’ordine stesso delle Vestali sciolto. Le pratiche del vaticinio vennero severamente sanzionate.
Eppure, nonostante questo, il culto isiaco, la sua storia, il suo messaggio riuscì a rimanere latente, fino ad arrivare fino a noi. È Iside la Dea della notte del Flauto Magico di Mozart. Il musicista voleva rappresentare, con la figura di Iside, la fede in un nuovo mondo che vincesse il regno delle tenebre.
Attestati, anche, l’esistenza di templi di Iside dove si praticava la guarigione attraverso i suoi riti; templi che furono trasformati, dopo l’editto di Teodosio, quasi senza discontinuità, in luoghi di culto cristiani, dedicati a santi che curavano attraverso il potere dei loro corpi, (reliquie depositate nel tempio) e utilizzando pratiche molto simili ai riti pagani legati ad Iside, chiamate incubazioni.
Il culto di Iside doveva essere molto conosciuto e sentito nel II sec. d.C. se Plutarco, dopo aver scritto le vite degli uomini illustri conosciuti fino ad allora, verso la fine della sua vita, decise di scrivere un’opera intitolata “Iside ed Osiride”.
Prima di lui, Omero aveva parlato degli Dei egizi nell’Odissea, e l’Egitto stesso era stato visitato da Pitagora (nel VI sec. a.C.) autore del termine Filosofia, e da Platone (IV sec. a C.).
I motivi potevano essere quelli di indagare una sapienza che si riconosceva come più profonda e arcana.
Secoli dopo questi grandi filosofi, Plutarco sentì il desiderio di scrivere questo trattato su Iside e lo dedicò ad una sua amica, a capo delle Tiadi, le sacerdotesse di Dioniso a Delphi, iniziata al culto di Osiride e sacerdotessa di Iside.
Di tutte le figure divine, dice Plutarco, sceglie di parlare di Osiride perché è il Dio “che muore e che ritorna dalla morte con fatica, e Iside perché capace di una forza d’amore che vince le leggi della natura”.
Tra gli appellativi usati per Iside, Plutarco usa anche quello di madre di Dio, archetipo di una altra gloriosa storia.
Nelle immagini del culto di Maria, madre di Dio, c’è qualcuno che crede di vedere la prosecuzione del culto di Iside, soprattutto nella raffigurazione di Maria che allatta, che riprende una delle simbologie di Iside. È attestato che il culto di Maria fu importato da oriente nel VI sec. d.C. riprendendo la storia lì narrata, e che ricorda molto quella di una Dea. Storia che ebbe poi più ampia diffusione nel 1200 quando fu riportata da Jacopo da Varazze nella sua Leggenda aurea.
Plutarco riporta il mito di Osiride e Iside conosciuto a quell’epoca, ed è riassunto così in una delle tante versioni: Osiride era molto amato. Durante il suo regno civilizzò l’Egitto, con la sua voce persuasiva, con il canto e la musica, tanto che i greci lo identificavano con Dioniso. Ma ci fu la congiura del fratello Seth, nato non in armonia avendo squarciato il fianco della madre; riuscì ad im-prigionare Osiride in un sarcofago, saldandolo con piombo fuso. Poi i congiurati abbandonarono la bara alla corrente del fiume affinché arrivasse al mare.
Furono i Pani ad accorgersi per primi della cosa; per questo, spiegava Plutarco, gli improvvisi spaventi sono chiamati “panici”.
Quando Iside fu informata della tragedia si tagliò una treccia e indossò una veste da lutto. Da quel giorno vagabondò senza meta chiedendo a tutti notizie di quella cassa. Iside venne a sapere che la bara, sospinta fuori dalle onde del mare, era approdata su un campo di erica. L’erica poi aveva avvolto completamente la bara ed era cresciuta forte e rigogliosa. Il re di quelle zone fece tagliare quel fusto e lo usò come colonna della sua casa.
Iside fu informata di questo da una predizione e allora si recò a Byblos e riuscì ad entrare nella casa del re come nutrice del principino. Lo allattava con un dito e non con il seno. Avendo deciso di regalare l’immortalità al bambino, decise di bruciarne la parte umana, e lo incendiò. Quando la regina lo vide bruciare urlò e l’incantesimo finì. La dea allora si rese visibile e chiese la colonna del tetto. Prese la bara e lasciò il tronco, che è ancora venerato a Byblos. Si mise in viaggio con la bara ma il fratello, trovandola per caso, fece a pezzi il corpo di Osiride, in 14 pezzi e lo disperse. Iside si mise allora ancora in cerca dei pezzi. È per questo che in Egitto ci sono tanti monumenti sepolcrali di Osiride. Uno per ogni pezzo trovato. L’unica parte che non riuscì a trovare fu il membro. Osiride ritornò dall’Ade per aiutare il figlio, ma Plutarco non dice nulla su come fu possibile e perché. Chi fece giustizia, successivamente, fu Iside.
Il nostro rito rivive questo racconto: Asar era stato assassinato; la grande vedova aveva avuto una visione: il corpo era rinchiuso nel tronco di un albero nel regno di Byblos. Tronco forse di erica, o di acacia o di cedro. Dentro al tronco ritrova il cofano con il corpo di Asar. È lei che riesce a vincere la morte e riesce a risvegliare, a far risorgere Asar.
Plutarco riporta questo come insegnamento di quel mito consapevole che l’essere umano è partecipe della natura divina: Iside fece giustizia, senza uccidere il fratello di Osiride, riuscendo a spegnere la sua follia e la sua rabbia. Per evitare che andasse perduto il ricordo delle sue fatiche, della sua sapienza, Iside introdusse, nei più grandi riti sacri, dei simboli che dovevano alludere alle sue conoscenze e patimenti.
Iside stessa istituì i Misteri.
Misteri che Plutarco ritenne fondamentali per accedere alla comprensione del divino.
Scrive: “Iside raccoglie e ricompone la sacra scrittura strappata e cancellata da Seth e lo fa per trasmetterla agli iniziati, a significare che la tensione verso il divino, attraverso regole di vita e agli esercizi spirituali, consenta di conoscere l’Essere primo”.
Spiegò Plutarco agli uomini ed alle donne del suo tempo che la storia di Osiride e Iside rappresenta un mondo duale dove il principio della nascita e del divenire lotta contro il principio malvagio. La lotta dei due elementi, dice, trova in Iside il punto di equilibrio.
Nel nostro rito Iside riesce a infondere vita a Osiride e questo deve essere stato fondamentale perché ci si recava nei templi di Iside per chiedere la guarigione. È rappresentata con il sistro, strumento anch’esso di guarigione. È la dea della magia, ma Plutarco riporta solo che esistevano i suoi Misteri, senza dire niente di più, perché forse neanche lui, essendo un sacerdote, ne poteva parlare.
Iside è la forza di volontà che spinta dall’amore, potente, piega gli elementi.
Quindi il culto di Iside era universale, presente in tutto il mondo conosciuto, e sappiamo anche che ciò che lo contrassegnava era l’insegnamento dei misteri. Misteri legati all’insegnamento della conoscenza di sé stessi e dei propri poteri, tali da poter forzare la morte, incidere sui quattro elementi naturali. La stella fiammeggiante rappresenta anche questo: l’intelligenza che regge le quattro potenze elementari, come dice il nostro rito. La potenza dell’iniziato e la sua possibilità di dominio dello spirito sugli elementi.
….E i suoi Misteri sono giunti fino a noi.
Fabiana
L’articolo è contenuto nel numero di luglio 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Dal Nilo al cuore di Roma, il culto di Iside attraversa i secoli: dai santuari censiti da Laurent Bricault (IV a.C.–IV d.C.) alla grande diffusione capitolina, fino alla sopravvivenza “latente” dopo gli editti di Teodosio. Plutarco narra il mito: Osiride tradito da Seth, il cofano nel tronco di Byblos, la ricerca instancabile di Iside, la ricomposizione e i Misteri da lei istituiti—scuola di conoscenza di sé e dominio sugli elementi. Tracce riaffiorano nella guarigione per incubazione, nelle immagini mariane e nel Flauto magico: la volontà amorosa che vince le tenebre. Questa guida rapida ti mostra perché Iside resta viva nella simbologia iniziatica (stella fiammeggiante compresa) e cosa del suo messaggio è ancora operante oggi.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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