Tra Equilibri e Squilibri Interessanti. Necessari

Quando si festeggia l’Equinozio, si osserva anche la questione dell’Equilibrio e quanto possa essere importante raggiungerlo con particolari caratteristiche (ad esempio la situazione che si configura verso l’Equinozio D’Autunno) e magari quanto si possa supporre sia altrettanto importante utilizzare la spinta dell’Ariete, per rompere poi questo Equilibrio, solo ad un certo momento (ad esempio dopo l’Equinozio di Primavera).

L’Equilibrio generalmente, viene mostrato e visto come se fosse esclusivamente qualcosa di positivo, che si deve raggiungere e che aiuta a vivere una buona e sana vita, oppure per fare un percorso giusto.

Sicuramente l’equilibrio è importante per prendere riposo e per raccogliere le forze necessarie ad andare avanti nella calma e nel silenzio. Così cerchiamo l’Equilibrio nell’Equinozio d’Autunno per poi andare verso il Solstizio d’Inverno. Nella terra del Capricorno si arriva dopo tutti i passaggi e tutte le esperienze dell’interiorità umana. In essa si tacciono le potenzialità che possono essere sviluppate sino al momento dell’imminente passaggio, per uscire trasformati.

Etimologicamente, l’equilibrio indica che le due braccia della bilancia hanno su di esse lo stesso peso; sono inoltre sullo stesso piano. Il nostro scopo però, riguardante un cammino iniziatico, potrebbe non essere raggiunto stando solo fermi, con i due piatti in orizzontale, ma forse tramite ciclici sbilanciamenti progressivi, con direzione verso l’alto, su un percorso in verticale. I due pesi che si equilibrano possono essere visti come gli opposti: notte giorno, maschile e femminile, ecc.  Questi però, si possono bilanciare solamente nel caso in cui ognuno dei due sia configurato pienamente nella sua essenza. Il giorno è giorno, e la notte è notte; la stessa cosa vale per il maschile e per il femminile, per il bene e il male.

Con questa premessa, nell’ambito della ricerca interiore, bisogna studiarsi e meditare assiduamente su sé stessi per intuire e comprendere cosa siamo, dove ci si trova in quel momento e soprattutto come si potrebbe essere veramente, mentre si cerca di andare dove sarebbe necessario.

Non essere, né una cosa, né l’altra, vuol dire in realtà non poter neanche essere messi sulla Bilancia. Non si può far parte del gioco, perché la propria essenza non ha una forma definitiva.

Se si prende in osservazione il bene e il male come coppia di opposti, si possono trovare degli interessanti punti su cui soffermarsi a meditare.

Prendendo come esempio alcune raffigurazioni originate dai molteplici sentieri della Kabbalah, si potrebbe osservare una sorta di Equilibrio nel trovarsi in mezzo a due alberi simbolici: quello Sefirotico che culmina nella Luce oltre Kether e quello dei Qlippot che sprofonda nell’opposto assoluto. Ognuno si potrebbe trovare lì in mezzo, tra i due, né freddo rivolto verso il basso, né caldo rivolto verso l’alto, né attirato dall’altissimo, né respinto muovendosi verso il basso, indeciso, per timore di muoversi e di sbilanciarsi.

Dante Alighieri, nella sua Commedia, si è espresso aspramente contro questo stato, attribuendone le specifiche caratteristiche agli ignavi, che, secondo la sua descrizione, sono coloro che non hanno mai agito, né nel bene, né nel male; né hanno mai preso una posizione o si sono formati una propria idea. Li ha disprezzati a tal punto da farli apparire indegni, sia delle pene dell’Inferno, che delle gioie del Paradiso.

Anche le Sacre Scritture esprimono questo stesso concetto. Nell’Apocalisse capitolo 3, 15-16 c’è scritto: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca.”

Il nuovo testamento è scritto in greco antico, ma rifacendosi ai testi ebraici, è interessante notare che la radice “Pi” può avere, sia il significato di vomitare, che di mangiare, divorare. Il male divora, mangia lo stesso male, mentre il bene lo vomita. In Dante, il Diavolo nell’ultimo girone dell’Inferno, divora, maciulla Giuda, Bruto e Cassio.

Continuo citando il Levitico 20, 22 dove si può leggere: “Osserverete dunque tutte le mie leggi e le mie prescrizioni e le metterete in pratica affinché il paese dove io vi conduco per abitarvi non vi vomiti fuori.” Questo paese dove il Signore conduce il suo popolo potrebbe essere visto allegoricamente, anche come il ritorno ai piani alti, nel regno del divino, dal quale si è esclusi, rimanendo né freddi, né caldi, e dal quale si è decisamente esclusi se si sceglie la via verso il basso.

Quando cercai la parola tiepido in ebraico antico, non la trovai in modo chiaro.

Sembrerebbe che non sia stata contemplata, forse anche perché il fatto di non scegliere è già una scelta.

Inoltre, se la direzione della via fosse verso l’alto e fosse su una scala mobile che si muove verso il basso, se si stesse fermi, non si fermerebbe anche la scala, ma continuerebbe a scendere. Il non scegliere, fermarsi e non muoversi, andrebbe bene solo per un attimo.

Una funzione di mutamento la si può trovare rappresentata anche nel ciclo dello zodiaco; il riposo equilibrante è previsto, però dopo bisogna continuare la salita, prima che l’immobilità possa portare anche a retrocedere troppo.

Si potrebbe così immaginare che probabilmente il fatto di essere con una qualità dell’anima in mezzo, tra due opposti, renderebbe qualsiasi soggetto di poco interesse, sia per i piani alti, che per i piani bassi.

Kaplan Aryeh, uno studioso ebreo ortodosso, esprime il seguente pensiero: “Quando una persona si apre alla spiritualità, si apre sia al bene che al male, il che significa combattere con le forze del bene e con quelle del male.”

Il fatto di sbilanciarsi ci espone ai mondi non visibili, siano essi in alto, che in basso.

Questo mostra come il non scegliere, oltre alla pigrizia di non voler fare più del dovuto, del necessario, sia anche un fattore di istintiva vigliaccheria, di mera paura di quello che ci potrebbe attendere dopo.

Si possono trovare i richiami di doversi schierare, di dover scegliere quale via prendere, sia nell’Apocalisse, che nei Proverbi, unitamente ad una sorta di disprezzo riguardo ad un’eventuale non scelta, ovvero, come si suol dire, al voler rimanere in mezzo tra due scelte.

Così nei Proverbi c’è la Saggezza che grida per le strade, per farsi ascoltare, che richiama l’attenzione verso di sé; lei vuole essere udita. Proverbi 1, 20- 21 “La saggezza grida per le vie, fa udire la sua voce per le piazze; negli incroci affollati essa chiama, all’ingresso delle porte, in città, pronuncia i suoi discorsi” (…) 24 Poiché, quand’ho chiamato avete rifiutato d’ascoltare, quand’ho steso la mano nessuno vi ha badato. (…) 33 ma chi mi ascolta starà al sicuro, vivrà tranquillo, senza paura di nessun male”. Così succede per coloro che vogliono ascoltare; il richiamo c’è. Tutto sta all’individuo nel prepararsi all’ascolto.

D’altra parte, bisogna cercarla e vegliare davanti alla sua porta.

Proverbi 8, 17 “Io amo quelli che mi amano, e quelli che mi cercano mi trovano. (…) 34-35 Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte, che vigila alla soglia della mia casa! Chi mi trova infatti trova la vita e ottiene il favore del SIGNORE.

Il fatto di cercare il divino attivamente, rende il proprio essere pronto ad ascoltarlo. Uno si predispone all’ascolto, rimanendo attivamente rivolto verso Lui; la premessa è chiara: chi cerca, trova.

Diversamente, nell’Apocalisse, il Cristo viene fino alla nostra porta e bussa.

Apocalisse 3, 20: “Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me.” Questo mostra come il divino cerca i suoi figli e vuole a sua volta, essere cercato. È interessante ricordare che anche noi all’inizio del nostro percorso, abbiamo bussato alla porta del Tempio per poterci entrare. Una volta entrati, bisogna stare attenti, all’erta e lavorare sinceramente con perseveranza sul proprio essere. Arriverà il momento in cui anche il Divino tenterà di bussare alle porte interiori del nostro cuore per entrare; forse solo quando si sarà pronti per udirlo.

Così si legge nell’ Apocalisse 3, 21- 22 “Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.” Qui si potrebbe trovare anche un’analogia riguardante la liturgia del nostro Rito Femminile, quando dopo l’iniziazione ci vengono illustrati i nostri doveri: “E quindi vostro dovere fare sempre attenzione, guardare e ASCOLTARE.

Questi doveri non sono rivolti solo verso le sorelle ed i fratelli, ma soprattutto verso la nostra interiorità e verso il Supremo Artefice.

Il richiamo al dover ascoltare si trova, sia nei Proverbi, che nell’Apocalisse e questo rende ancora più prezioso il concetto di Silenzio, perché è proprio questa capacità interiore ed esteriore che ci mette in condizione di poter ascoltare. Gli Apprendisti hanno così un importante obbligo/conquista che costituisce non solo l’inizio del proprio lavoro.

Se si continua la lettura delle due scritture, in entrambi i casi vengono promesse delle ricchezze e si parla dell’oro.

Apocalisse 3, 18: “Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e recuperare la vista.”

Proverbi 8, 19- 20 “Il mio frutto val più dell’oro, dell’oro fino, il mio provento più dell’argento scelto. Io cammino sulla via della giustizia e per i sentieri dell’equità, per dotare di beni quanti mi amano e riempire i loro forzieri.” Non è la ricchezza materiale che promettono, ma quella spirituale. L’oro purificato dal fuoco può essere visto come

l’oro alchemico in cui potremmo identificare la nostra crescita, stando nell’Athanor sotto il quale brucia il fuoco che permette la trasformazione del nostro essere.

Noi utilizziamo quel fuoco purificante descritto nell’Apocalisse. Ed è proprio con quel collirio che potranno essere tolti i fatali veli e dissipate le tenebre che nascondono la verità.

Tutto questo processo di crescita e di riconquista degli stati superiori è legato alla nostra scelta di non stare in bilico tra i due opposti.

Nei Proverbi viene detto chiaramente di abbandonare la vecchia via: Proverbi 9, 5-6 “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate la stoltezza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza”.

Come si è visto prima nel riferimento di Kaplan, scegliere di aprirsi alla spiritualità ha delle conseguenze; si viene messi alla prova, sia dal bene, che dal male.

Anche in questo caso, sia nei Proverbi, che nell’Apocalisse, si trovano dei chiari riferimenti a cosa succede a coloro che Dio ama: Proverbi 3, 11-12: “Figlio mio, non disprezzare la correzione del SIGNORE, non ti ripugni la sua riprensione; perché il SIGNORE riprende colui che egli ama, come un padre il figlio che gradisce.” Apocalisse 3, 19: “Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti.”

Le prove che l’individuo subisce potrebbero essere anche un chiaro segno che si sta lavorando nella direzione giusta. Altrettanto non ci si deve sconfortare nello scoprire di essere caduti nelle trappole delle seduzioni organizzate da parte del male.

Allorché si abbia smesso di essere neutri, né freddi, né caldi, e si cammini sulla via giusta, sia il bene, che il male prenderanno nota di noi. Altrimenti, potrebbe voler significare di essere ignorati dal divino, di non essere nelle sue grazie, ma anche di essere esclusi dal regno divino. Un tale prezzo per rimanere nell’ignavia, alla fine diverrebbe molto arduo da pagare.

In controtendenza c’è però l’invocazione che, ad esempio, ognuna di noi ha pronunciato: “Prego che una piccola parte dello spirito divino discenda nel mio cuore, lo rischiari, lo purifichi e mi conduca sul sentiero della verità. Che il Supremo artefice dei mondi mi aiuti.” La purificazione non può avvenire senza prova e quando fosse necessario, neppure senza rimprovero. Solo in questo modo si ritrova la via del ritorno; supporre che il male non tenterà di sedurci per impedirlo, sarebbe alquanto sciocco. Quindi, se lo sguardo rimane rivolto verso l’Altissimo e se il desiderio è sincero, tutte queste cose non possono e non devono intimorire coloro che vogliono tornare a casa.

Si ha chiesto l’aiuto del Supremo Artefice, allora se la nostra richiesta viene veramente dal cuore, sarà accolta. “Quelli che mi cercano, mi trovano.” È sempre un invito ad essere attivamente rivolti verso il divino.

Sarà però necessario capire che una volta chiesto l’aiuto, lo stare fermo non sarà permesso; il voler stare in questo Equilibrio nocivo non è più possibile.

Se si rifiuta di fare la scelta, forse sarà la stessa Provvidenza a prendere le scelte necessarie anche per noi. È un’ipotesi che potrebbe ricordarci un Arcano dei Tarocchi: “La Torre”, che secondo Waite può indicare anche il cambiamento sconvolgente, scioccante, improvviso che distrugge il vecchio edificio, il vecchio stile di vita o tutto quello che si è tenuto fermo. Sarebbe come avviarsi, dopo un inevitabile doloroso distacco, verso una nuova vita, però con la liberazione dalla propria schiavitù.

Forse, è meglio prendere consapevolmente la scelta di cambiamento e affrontarne le conseguenze, piuttosto che essere messi forzatamente di fronte alle prove con ancora l’IO che tenta di difendersi dal cambiamento.

La ruota dell’anno, attraverso le quattro festività dei due Equinozi e dei due Solstizi, ci aiuta presentandosi come una cartina che indica le varie tappe. In primavera, con la forza dell’Ariete, si distrugge un vecchio Equilibrio che prima si era conquistato a partire dall’Equinozio d’Autunno attraverso la Bilancia.

Ci si prepara al lavoro interiore e ci si rende adatti a poterlo intraprendere. Nel momento in cui si fosse capaci ad ascoltare il divino e si avesse ritrovato la propria pietra, si comincerebbe il lavoro attraversando la porta degli uomini nel Solstizio d’Estate; ovvero quando, nel nostro emisfero la luce irradia con la massima potenza, il sole è allo Zenit e siamo pronti a riceverla in noi. Ci rendiamo idonei a ricevere la luce divina in noi. Ci predisponiamo per essere preparati al lavoro. Dopo, una volta squilibrati, per avanzare verso il divino diventa di nuovo importante ritrovare l’Equilibrio. Così, si lavora per raggiungere un nuovo Equilibrio, passando attraverso l’Equinozio d’Autunno.

Questo però è un Equilibrio ricercato dove l’inutile viene comunque eliminato selettivamente; non ci si mette affatto a riposo, come la condizione autunnale potrebbe suggerire. Infatti, c’è da fare un duro lavoro, allorché avviandoci verso il Solstizio d’Inverno, si vorrà uscire dalla porta degli Dei, nella terra del Capricorno, dove si configurerà l’apice del lavoro interiore nel suo confronto con ciò che è esteriore, non perdendo mai di vista l’obiettivo di tornare al divino. Altrimenti se il proprio lavoro non fosse stato ancora sufficiente per poterla attraversare, questa sarebbe solo la terra della rigorosa concretezza.

Il Solstizio d’Inverno è il momento in cui, nel nostro emisfero, il sole ha concluso il suo ciclo materiale, ma ovunque è al massimo di quello spirituale, e concede riposo alle sue creature. Il particolare riposo del Capricorno è quindi di tipo attivo; in esso ci sono tutte le potenzialità per un nuovo ciclico squilibrio e ci si prepara ad andare verso l’Equinozio di Primavera. Si va verso il periodo in cui si deve di nuovo scegliere quale di queste potenzialità sviluppare, quale sacrificare, quale percorso interiore si vuole intraprendere, cosa del proprio essere si vuole fare evolvere.

Ecco allora che il richiamo nei Proverbi: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate la stoltezza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza”, diventa ancora più significativo per noi.

La scelta di quale pane si mangia e di quale vino si beve, si ripropone tutte le volte in ogni ciclo di passaggio.

Tutti gli anni, ogni componente dell’umanità sceglie nuovamente, e continua a farlo in un ciclo eterno, e così tutti assieme, fin quando non si interromperà questo Equilibrio nocivo nel quale si ha scelto di vivere.

Nonostante tutti i progressi, si deve prendere in considerazione che anche se si ha scelto una volta, si deve continuare a scegliere nuovamente, probabilmente, come accennavo all’inizio, sfruttando la spinta dell’Ariete per andare avanti; squilibrarsi, poi bilanciarsi e rifarlo di nuovo. In questo processo cerchiamo di andare sempre di più verso l’Altissimo, fin quando non si avrà veramente la grazia di poter oltrepassare, nei piani sempre più luminosi, la Porta degli Dei.

Quindi, come tutti dovremmo sapere, non sarà importante la quantità di coloro che ci proveranno (illudendosi magari, con una mentalità ancora fortemente profana, di poter contare anche sul numero, sul gruppo e poi fallendo sistematicamente), ma bensì solo la qualità di coloro che ci riusciranno.

Lisetta Eva

L’articolo è contenuto nel numero di luglio 2018 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

L’equinozio non è solo quiete: è una soglia. L’equilibrio serve a raccogliere forze, ma sul cammino iniziatico avanza per ciclici “sbilanciamenti” verso l’alto: Ariete che rompe, Bilancia che misura, Solstizi come porte, Capricorno che concentra. Gli opposti si bilanciano solo se sono pieni nella propria essenza; la “tiepidezza” esclude tanto quanto l’errore. Cercare, ascoltare, vegliare: Proverbi e Apocalisse indicano il lavoro interiore-silenzio, prove, oro purificato e “collirio” per togliere i veli. Se non scegliamo, la Torre abbatte il vecchio per liberarci. La ruota dell’anno diventa mappa operativa: squilibrarsi, riequilibrarsi, e ancora, finché la qualità del lavoro consenta il passaggio oltre la Porta degli Dei).

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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