“Via, strada” sono termini che utilizziamo spesso nel tentare di descrivere ciò che rappresenta la metodologia complessiva, riguardante i traguardi di un ambito iniziatico; il termine rappresenterebbe il concetto di base del pensiero che porta alla ricerca della consapevolezza spirituale e che è espressione di una intuizione del-la primarietà o della centralità assoluta della creazione e della realtà. Si potrebbe così immaginarla come la “strada per eccellenza”, tramite cui tentare di intuire e di comprendere le leggi secondo cui si attua ogni cosa esistente.
Di solito, per ognuno, la conoscenza razionale è ricavata dall’esperienza che abbiamo degli oggetti e degli eventi del nostro ambiente quotidiano. In tal modo, l’intelletto può discriminare, dividere, confrontare, misurare e ordinare in categorie. Ne conseguono un gran numero di distinzioni intellettuali, di opposti, che possono esistere solo l’uno in rapporto all’altro ma che non necessariamente si escludono dualisticamente a vicenda; infatti, possono essere complementari.
Non dimentichiamo che questa situazione dicotomica, ci viene evidenziata anche da due colonne d’altissimo valore simbolico, poste ai lati dell’ingresso nel Tempio.
È questa però in prevalenza, un tipo di conoscenza “relativa” che ci consente di percepire solo sensorialmente ciò che è presente nel Tempio e/o che è scritto nei testi liturgici.
In generale, per poter confrontare e classificare la varietà di forme, di strutture e di fenomeni che ci circondano, è quasi impossibile riuscire a prenderne in considerazione tutti gli aspetti, ma se ne possono scegliere solo alcuni significativi.
Ne deriva uno schema intellettuale della realtà nella quale le cose sono ridotte alle loro configurazioni più superficiali. La conoscenza razionale è pertanto un sistema di concetti astratti e di simboli concepiti in funzione di uno spazio con un tempo lineare e sequenziale, tipico del nostro modo di pensare.
Da un approccio di questo tipo, possiamo ricavare solo una rappresentazione ap-prossimata della realtà e di conseguenza tutta la conoscenza razionale è necessariamente limitata, così come lo è la cosiddetta “cultura” ad essa collegata ma di cui, non solo profanamente, a volte si fa uno sfoggio affatto appropriato.
Il campo della conoscenza razionale è, naturalmente, il campo della scienza che misura, quantifica, classifica e analizza. I limiti di una qualsiasi conoscenza ottenuta con questi metodi, sono diventati sempre più evidenti anche nella scienza moderna e in particolare nella fisica da cui si è appreso che ogni parola o concetto, per chiari che possano sembrare, hanno soltanto un campo limitato di applicabilità.
Questo ci dovrebbe portare ad essere prudenti e umili all’inizio del nostro percorso ma anche dopo, soprattutto se non si è camminato correttamente. Purtroppo a volte, nonostante le indicazioni ed i suggerimenti di come applicare i metodi di cui siamo portatori, qualcuno si ritrova ad esibirsi avventatamente con la sola conoscenza relativa, in quelle che sbagliando, ritiene “dotte” formulazioni tese a spiegare i significati delle simbologie, degli aforismi, degli assiomi e di altro, presenti nei nostri testi liturgici, comunque differenti per ogni camera. Ad esempio, i cosiddetti citazionisti possono farlo spesso, limitandosi a prendere maldestramente a prestito il sapere altrui. Purtroppo tutti coloro che sono dotati di una buona memoria e si siano dedicati alla lettura di un certo numero di libri, possono, anche se solo provvisoriamente, trovarsi ad indulgere in inutili comportamenti tipici dei citazionisti.
Infatti, nella maggior parte dei casi, è molto difficile tenere costantemente presenti i limiti e la relatività della conoscenza concettuale. Così, non riuscendo a fare altro, si forza la descrizione di una personale rappresentazione della realtà che è molto più facile da percepire ma che non è la realtà stessa, tendendo a confondere le due cose e ad “imporre”, sia a sé stessi, che agli altri, i propri concetti e i propri simboli come se fossero la realtà.
Uno dei principali scopi del nostro metodo è quello di liberarci da questa confusione, tramite la ricerca di un’esperienza diretta della realtà che trascenda non solo il pensiero intellettuale, ma anche la percezione sensoriale.
La preparazione personale per l’esecuzione teurgica del Rito, dovrebbe derivare dall’essere riusciti stabilmente a concentrarsi su ciò che sia al di là dell’udito, del tatto, oltre la vista, il gusto e l’olfatto, per tentare “un contatto” cosciente con ciò che è indefettibile ed eterno, senza principio e senza fine, più grande del grande; in sintesi: indefinibile.
In tal modo con la preparazione prevista, durante i lavori potrebbe accadere di riuscire ad elevarsi spiritualmente, di essere auspicabilmente “riconosciuti” nell’ambito metafisico; infatti solo in questo caso, le istanze pronunciate tramite le invocazioni avrebbero qualche possibilità di essere accolte.
La scintilla di conoscenza che a volte, sempre in modo differente per ognuno, deriva dalle molteplici e variegate conseguenze di un’esperienza di questo tipo, potrebbe per convenzione, essere definita prudentemente: “conoscenza assoluta” perché non si baserebbe su discriminazioni, astrazioni e classificazioni dell’intelletto, le quali, sono sempre relative e approssimate. Si tratterebbe del riverberarsi degli esiti di quell’esperienza diretta dell’essenza indifferenziata, indivisa, indeterminata. Non un’essenza di qualcosa, bensì essenza in quanto tale.
Una sua eventuale comprensione “perfetta” è oggettivamente individuabile come la caratteristica fondamentale di ogni esperienza mistica, dal momento che la cosiddetta realtà ultima non può mai essere oggetto di ragionamento o di conoscenza dimostrabile. Né può essere descritta adeguatamente con parole, perché sta al di là del campo dei sensi e dell’intelletto dai quali derivano le nostre parole e i nostri concetti.
È ciò che ogni vero, nostro, iniziato, ad un certo punto, constata semplicemente e con umiltà di non sapere, né di conoscere in quale modo lo si possa spiegare, ma di cui può e deve indicare ad altri la strada unitamente ad un metodo per avvicinarvisi.
La “conoscenza assoluta” è quindi un’esperienza della realtà totalmente non intellettuale, una esperienza che nasce da uno stato di coscienza non ordinario, che può derivare da uno meditativo, mistico e in alcuni casi, dalla sua unione ad una corretta pratica rituale; però solo se questa è sorgente da un deposito iniziatico, sacrale “sano”.
Diversamente, un normale essere umano usufruisce in prevalenza della conoscenza che chiamiamo razionale, che è soltanto un tipo particolare, mentre tutto intorno ad essa, separate da schermi spirituali, esistono forme potenziali di conoscenza completamente diverse, non acquisibili sensorialmente.
Può quindi accadere che un iniziato che abbia seguito correttamente i suggerimenti formativi, derivati dai testi liturgici e dalle comunicazioni orali, usufruisca efficacemente dell’intuito che rende possibile immergersi in quelle che forse potremmo definire in semplicità grossolana, come “visioni”.
Queste tendono a manifestarsi all’improvviso, e non necessariamente solo quando si è seduti in Loggia cercando di eseguire correttamente quanto è previsto, ma semplicemente quando ci si rilassa; ad esempio nella vasca da bagno, a passeggio nei boschi, distesi sulla spiaggia, ecc. Durante questi momenti di riposo, probabilmente dopo aver svolto una corretta esecuzione rituale, e/o dopo un’intensa attività intellettuale nel tentativo di decriptare l’oggetto dei propri studi, la mente intuitiva sembrerebbe subentrare automaticamente a quella razionale e potrebbe produrre improvvise visioni chiarificatrici, dalle quali deriverebbe la grande gioia e la soddisfazione di constatare come alcune tessere del puzzle si siano riunite correttamente e svelino almeno una parte dell’insieme che si stava cercando di assemblare da tanto tempo.
A questo punto però, nasce il problema di tentare di descrivere a sé stessi e ad altri cosa si sia intuito.
Le formulazioni verbali si servono di concetti che forse possono essere compresi intuitivamente, ma che oggettivamente per i loro stessi limiti, sono sempre imprecise e ambigue quando si tenta di enunciarle in qualsiasi lingua.
Forse per questo, come metodo, si suggerisce al singolo di concentrarsi quasi interamente sull’esperienza di quella che si potrebbe definire “illuminazione” e di interessarsi solo marginalmente di interpretare verbalmente quest’esperienza. Infatti, nell’istante in cui parli di una cosa che si sia manifestata, essa sfugge dal collegamento originale che l’ha generata.
A scanso di equivoci, una profonda esperienza nell’ambito metafisico richiede generalmente molti anni di esercizio e forse a volte, necessita dell’indispensabile aiuto di Mistagoghi esperti (o di Sibille in ambito femminile); ad ogni modo, come nel caso della preparazione scientifica, il periodo di tempo dedicato all’apprendimento non garantisce affatto, da solo, il risultato.
Tuttavia, se l’iniziato avrà successo, sarà in grado di “ripetere l’esperienza”.
La ripetibilità è in effetti una condizione essenziale di garanzia per ogni apprendimento in quegli ambiti misteriosi ed è lo scopo reale dell’insegnamento spirituale del nostro percorso iniziatico.
Un’esperienza mistica, perciò, non è affatto un evento unico, più di quanto non lo sia un moderno esperimento scientifico.
D’altra parte, non è neppure meno complesso, sebbene la sua complessità sia di natura molto diversa.
Però, sarà opportuno tenere presente che sebbene di solito non si verifichino esperienze straordinarie senza una lunga preparazione, è probabile che ognuno abbia sperimentato durante la normale vita quotidiana, semplici visioni intuitive dirette. Mi spiego meglio con un esempio forse grossolano ma adatto, utilizzato da molti e che anche io ho accennato più volte negli anni. Escludendo imperfezioni cerebrali che possono creare problemi più o meno gravi a qualsiasi età, a tutti è sicuramente capitato di aver dimenticato e di non riuscire a ricordare, nonostante la più intensa concentrazione, il nome di una persona, di un luogo, o di qualche altra cosa. Di solito si dice: mi sembra di averlo sulla punta della lingua. Però, dopo che si ha ormai rinunciato e spostato l’attenzione su qualche altra cosa, come in un lampo, ci si ricorda improvvisamente il nome dimenticato. Non è intervenuto alcun ragionamento. È stata una visione improvvisa, immediata.
Ho utilizzato quest’esempio dell’improvviso ricordarsi di qualcosa perché è particolarmente pertinente, in quanto simile alle conseguenze di un processo d’illuminazione iniziatica la quale deriverebbe dalla nostra natura originaria spirituale che in seguito noi abbiamo dimenticato ma che vogliamo recuperare co-scientemente, cominciando dal ritrovamento di quella pietra occulta suggerita dall’acronimo ermetico V.I.T.R.I.O.L.
Come ho precisato più volte, quel ritrovamento è il vero punto di partenza per camminare poi sui nostri sentieri.
Nella vita quotidiana, le visioni intuitive, dirette che penetrano nella natura delle cose, sono normalmente limitate a istanti estremamente brevi.
In un percorso come il nostro, si dovrebbero riuscire a conquistare un poco alla volta, periodi più lunghi che infine diventeranno uno stato di consapevolezza continuo.
La preparazione della mente a questo stato di consapevolezza, liberato progressivamente dai condizionamenti passionali, dovrebbe consentire di percepire la realtà in maniera immediata; quindi non concettuale.
Ciò che è stato elaborato come tecniche o per particolari rituali, al fine di conseguire questo scopo, contempla sempre qualche cosa che può essere assimilato alla meditazione nel senso più ampio del termine.
La funzione fondamentale di tutto il complesso liturgico è prima di ogni cosa, quello di suggerire come far tacere la mente pensante e di spostare la consapevolezza dalla modalità razionale di coscienza a quella intuitiva. Durante le cerimonie, il silenzio della mente razionale (è ciò che, per altro, viene suggerito subito agli Apprendisti che però, di solito, comprendono solo quello fisico, verbale) può essere ottenuto concentrando l’attenzione su momenti particolari, come ad esempio l’accensione delle luci, oppure le frasi invocative, il suono dei sistri in ambito femminile, ecc. Per gli officianti potrebbe avvenire anche tramite l’attenzione sulle deambulazioni, su movimenti del corpo che devono essere eseguiti correttamente ma in modo spontaneo, senza l’interferenza di alcun pensiero.
I movimenti fluidamente ritmici possono condurre alla stessa sensazione di pace e di acquietamento, caratteristica delle forme più statiche di meditazione.
Quando la mente razionale tace, la modalità intuitiva ricuce uno stato di straordinaria consapevolezza di ciò che viene percepito direttamente senza il filtro del pensiero concettuale.
In tal modo, si manifesta anche una particolare esperienza di unione con l’ambiente circostante. Questo diviene uno stato di coscienza nel quale ogni forma di frammentazione è venuta meno, dissolvendosi in un’unità indifferenziata.
La mente si ritrova totalmente vigile andando oltre alla normale comprensione sensoriale della realtà, ma percependo tutti i suoni, le impressioni visive e gli altri stimoli che provengono dall’ambiente circostante, senza trattenerne le immagini sensoriali per analizzarle o interpretarle. Ad esse non è consentito distrarre l’attenzione.
Per chi si sia avvicinato alle arti marziali (personalmente mi è capitato di fare questa esperienza in gioventù), riconoscerà uno stato di coscienza non dissimile da quello mentale di un combattimento in cui si attende l’attacco con estrema vigilanza, registrando ogni cosa che si può muovere da ogni lato ma senza venirne distratti neppure per un istante.
Chi abbia vissuto esperienze di questo tipo, noterà subito come le osservazioni in merito a questo stesso scritto, vengano subito interpretate e l’interpretazione molto spesso viene colta, condizionata, dal limite delle parole. Poiché le parole sono sempre un’astratta e approssimativa rappresentazione della realtà, le interpretazioni verbali di un’esperienza mistica sono però inevitabilmente imprecise e insoddisfacenti.
Occorre essere consapevoli del fatto che tutte le descrizioni verbali della realtà sono imprecise e incomplete.
L’esperienza diretta trascende l’ambito del pensiero e del linguaggio e poiché tutte le esperienze su un percorso iniziatico si basano su cosa tale esperienza emetta, qualsiasi cosa venga detta su di essa può essere vera solo parzialmente.
Forse anche per questo, tra noi si è interessati principalmente a fare esperienza della realtà e non a descrivere tale esperienza; perciò, generalmente per dare indicazioni ad altri, non ci si preoccupa di predisporne una descrizione ma bensì le istruzioni per tentare di viverla. D’altro canto, allorché si desiderasse comunicare la propria esperienza, un iniziato si troverebbe sempre di fronte alle limitazioni del linguaggio.
Per risolvere questo problema in ogni ambito iniziatico ma anche religioso, sono state proposte, da sempre, parecchie strade differenti; ovvero creazioni di miti, di leggende, di favole, ecc. servendosi di metafore e di simboli, di immagini poetiche, di similitudini e di allegorie, ecc.
Tutto ciò si configura meno condizionato dalla logica o dal senso comune.
È un universo ricco di divinità, di situazioni magiche o paradossali ma suggestive che rappresentano i molteplici aspetti della realtà e che non è mai preciso.
Si presta quindi meglio a trasmettere il modo con il quale un iniziato che cammini correttamente, dovrebbe sperimentare la realtà ma si è sempre consapevoli delle limitazioni del linguaggio.
Sono limitazioni che divengono importanti quando, ad esempio, si tenta di esporre un’ipotesi come quella di sacrificio, di contrazione che il Supremo Artefice farebbe di sé stesso e per mezzo del quale Lui renderebbe manifesta ogni cosa, il mondo, l’umanità, ecc. (comprese le sue varie straordinarie incarnazioni nei millenni, come per altro quella di Gesù, in ambito abramitico, cristiano) che alla fine ridiventerebbero il Supremo Artefice, reintegrandosi in Lui.
Ovviamente le complicazioni possono sicuramente aumentare se si continua a confondere con la realtà, la miriade di forme derivate dalle emanazioni divine, senza percepirne l’unità che sta alla base di tutte queste forme.
In Oriente, si sostiene che con questa forma mentale, più o meno confusa, si è sotto “l’incantesimo di Maya” che però, a ben guardare, non è l’artefice dell’illusione come si potrebbe supporre.
L’illusione, si troverebbe forse nel nostro punto di vista, quando si pensa che le forme e le strutture, le cose e gli eventi attorno a noi siano la realtà della natura, invece di comprendere che sono concetti della nostra mente la quale misura e classifica.
Maya sarebbe l’illusione che deriva dallo scambiare questi concetti per realtà, ovvero dal confondere la fotografia di un ambiente con il territorio reale, percepibile solo con l’esperienza personale, radicalmente empirica, sperimentale, indipendentemente dalla dialettica che il singolo possa utilizzare in un secondo momento per descrivere o approfondire il significato di quella esperienza.
Tutto ciò ci potrebbe condurre ancora una volta a meditare sul perché la nostra via preveda un’organizzazione particolare con al suo vertice uno Hyerophante.
Infatti questi è la guida per il nostro incedere iniziatico, per mostrare, spiegare, interpretare le cose sacre an-che nei momenti culminanti dei Riti dove i Ceryci (oppure le Sibille Libiche in ambito femminile) si impegnano per far eseguire quanto è previsto dai testi rituali.
Può e deve essere solo lui con la sua autorevolezza, a suggerire, disporre, in ogni ciclo, tramite una struttura organizzativa piramidale, come e quando si devono pronunciare certe formule sacre e come deve funzionare la componente associativa, unitamente alle metodologie per gli insegnamenti più segreti dei misteri.
È infatti, colui che riceve ereditandolo nel modo convenzionale da noi previsto (da Hyerophante a Hyerophante anche solo come lascito testamentale ma poi sempre consacrato ritualmente in ambito del Sovrano Santuario), il patrimonio sacrale ed eggregorico, divenendo in tal modo, il più importante dei Mistagoghi, ovvero di coloro che danno le istruzioni non solo agli iniziandi accolti in gruppi ristretti di Triangoli o di Logge, entro i quali è vietato l’accesso ai comuni profani.
I nostri Riti sono praticati prevalentemente nei templi il cui aspetto esteriore può essere quello di scuole, dove la progressiva conquista di conoscenza dovrebbe costituire progressivamente un tutt’uno con la disciplina pratica, i cui segreti trasmessi direttamente dallo Hyerophante, soprattutto nella modalità di soli “suggerimenti direzionali” sono poi custoditi e veicolati a discendere, secondo uno schema piramidale, da cerchie riservate di Maestri (o Maestre) con le diverse funzioni precisate nelle molteplici liturgie, sia maschili, che femminili, diverse per ogni grado e modalità (Triangolo o tipologia di Loggia).
Volendo concludere questa dissertazione sulla conoscenza, colgo l’occasione per ribadire che il Rito e l’Ordine non essendo entrambi una religione o una emanazione ecclesiastica, riconoscono e rispettano tutte le «Fedi», purché non siano glorificanti entità notoriamente oscure e malvagie.
Così, ognuno può continuare tranquillamente ad avere Fede ed a praticare ciò che ritiene adatto a lui.
L’esperienza di tanti anni, ci ha evidenziato che spesso proprio il nostro metodo ha consentito ad alcuni che si erano “smarriti”, un ritrovamento più lucido, cosciente ed intenso della propria religiosità originale, che però proprio per questo, non si può e non si deve sovrapporre in modo prevaricante sui nostri suggerimenti.
Purtroppo, ogni tanto, qualcuno si lascia prendere da esaltazioni religiose, non essendosi affatto liberato dei propri moti passionali.
Non dovrebbe accadere mai se si è compresa qualche cosa sulla nostra via dove similmente ai fedeli di ogni religione passata o presente, affermiamo di credere in ciò che indichiamo come Supremo Artefice.
Suppongo sia evidente per tutti, la difficoltà di definire con precisione, il contenuto del concetto di questa entità misteriosa, ineffabile e poi come eventualmente si manifesti.
Da qui nasce la necessità di non rimanere più o meno consciamente condizionati dalla formazione religiosa che si ha ricevuto o che si è scelta e soprattutto senza scivolare nell’assunzione inconsapevole di punti di vista più o meno dogmatici oppure non di rado, nel rifiuto anche aggressivo degli stessi.
Così si ritorna ancora una volta a dover prendere in considerazione l’esigenza di avere la mente sempre più libera da ogni condizionamento, sia interiore, che esteriore, al fine di consentire il riverberarsi delle scintille di conoscenza intuitiva, intese come esiti di un istante esperienziale in ambito metafisico, diretto verso l’essenza indifferenziata, indivisa, indeterminata.
Non dimentichiamo mai che la nostra è una “via” speciale, per lo più al di fuori delle scritture consuete di altri percorsi.
è un’esperienza che non si basa prevalentemente su parole e lettere, ma che, attraverso il Rito, punta direttamente alla mente-cuore dell’uomo che guarda e indaga nella propria natura per rettificarsi ed evolvere verso il Supremo Artefice.
S⸫G⸫ H⸫ S⸫ G⸫ M⸫ Renato Salvadeo
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto/Settembre 2022 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
La preparazione personale per l’esecuzione teurgica del Rito, dovrebbe derivare dall’essere riusciti stabilmente a concentrarsi su ciò che sia al di là dell’udito, del tatto, oltre la vista, il gusto e l’olfatto, per tentare “un contatto” cosciente con ciò che è indefettibile ed eterno, senza principio e senza fine, più grande del grande; in sintesi: indefinibile.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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