Sono piena di gratitudine nei confronti delle persone tramite cui ho intrapreso i miei percorsi e poi, di conseguenza, ho affrontato anche determinati studi specifici ad essi collegati.
Tra questi ultimi, mi è risultata utile, in particolare, la conoscenza progressiva dell’astrologia corroborata da riscontri concreti.
Questi, in parallelo a varie meditazioni strutturate, mi hanno permesso di comprendere molti lati del mio carattere, sia buoni che sbagliati; ovvero, la possibilità di individuare le origini di certi pensieri e delle presunte deduzioni su determinati argomenti.
Il percorso di conoscenza interiore mi ha portato a guardare un poco alla volta, le situazioni nella loro crudezza.
Sono convinta che vivere non sia frutto del caso ma abbia uno scopo preciso.
Uno di questi potrebbe consistere nel vedere come uno riesce a cavarsela di fronte a determinate prove.
Ovviamente, chi dovrebbe essere l’osservatore degli eventuali risultati, non è affatto scontato; se si supponesse anche una opzione esistenziale di tipo metafisico, diverrebbe indubbiamente misterioso ipotizzare qualsiasi altro, oltre allo stesso soggetto.
Rimarrebbe altrettanto misterioso immaginare il perché delle prove.
Nel mondo profano, animale, nella materia grezza, lo scopo basico è quasi sempre la sopravvivenza a tutti i costi. Sembrerebbe che la natura prediliga la conservazione della vita, senza particolare interesse per qualcuno.
Di conseguenza, per limitare espansioni indesiderate di particolari specie, contempla anche il predatore dominante, sia singolo, che attraverso il gruppo di appartenenza. In questo si inserisce poi per tutti, il consueto conflitto permanente per procurarsi cibo, territorio, riproduzione.
In termini semplicistici, attraverso le lotte e le competizioni per famiglia, lavoro e territori, ecco manifestarsi il ritratto umano.
La dualità della materia (in sintesi, la vita e la morte), impone l’obbligo di uccidere per vivere (sia in ambito animale, che vegetale). Le eventuali deroghe provvisorie esistono; ad esempio c’è la disposizione istintiva di non sopprimere gli elementi del proprio gruppo (perché assieme si è più forti) mentre in caso di guerra o di particolari situazioni estreme, si possono eliminare anche quelli della propria specie. Quindi, per vivere si possono de-cimare, abusare o utilizzare, anche tutte le altre forme viventi.
Di conseguenza, la cosiddetta giustizia in un tale contesto non è mai assoluta. Dipende dal punto di vista della preda o del predatore. Tutti possono, a seconda delle situazioni, trovarsi ad impersonare uno dei due ed esigerla a proprio vantaggio.
Per lo più, si suppone di sentirne la mancanza solo quando si diventa delle vittime o per lo meno dei perdenti, mentre secondo quanto ho accennato in merito alla natura, si può anche essere tranquillamente soppressi se si è deboli o poco scaltri.
Infatti questa entità (vera o immaginata) prenderebbe in considerazione solo i vincenti; quelli che lo siano in qualsiasi modo e con ogni mezzo, attraverso lo spirito di adattamento, di fronte alle difficoltà.
Se non bastasse questo faticoso gioco in cui si esiste come base di partenza, tenendo conto solo della nostra parte grezza e istintuale, per gli esseri umani si ipotizzerebbe da quanto si abbia memoria, in ogni tempo e luogo, che si debbano portare a termine anche altri progetti, per altro assolutamente misteriosi, dal momento che implicherebbero l’esistenza affatto scontata di molteplici livelli esistenziali in realtà infinite che si svilupperebbero in contesti a-temporali.
A fronte delle innumerevoli ipotesi, spesso confluite nelle origini delle religioni o in astrazioni filosofiche però in qualche modo, quasi sempre ad esse collegate, ogni umano si troverebbe perennemente di fronte a delle scelte che caratterizzeranno la qualità e la durata della personale esistenza.
Ad esempio, ci si potrebbe limitare a vivere “passivamente” solo attraverso gli stimoli istintuali, ovviamente saranno vincenti se si sarà arrivati ad esistere tramite una lunghissima catena di progenitori. Questa sarebbe la normale situazione condivisa da qualsiasi essere esistente in natura.
Diversamente, si potrebbe essere consapevoli (non è però affatto facile riuscirci) di ciò che si possa essere veramente e quindi scegliere in coscienza, di vivere nella piena malvagità o nel cercare di fare del bene o il meno male possibile.
Intendo la coscienza come la capacità della mente di essere particolarmente presente in uno stato di veglia ma anche come capacità di distinguere il bene e il male non solo da un punto di vista soggettivo, egocentrico, nel semplice rapporto preda-predatore e poi per comportarsi di conseguenza.
Secondo i mistici, la coscienza potrebbe rappresentare un’occasione ideale per tutti gli uomini
saggi, di cogliere la “verità” inerente, almeno in n parte, ai misteri di cui ho fatto cenno sopra.
Riguardo alla malvagità, immagino un individuo cattivo che abbia compiuto atrocità, spesso anche col desiderio di farne fare ad altri. Ovvero che provi un piacere nel dolore arrecato agli altri e che di conseguenza, provi una sorta di soddisfazione perversa nel causare danni in qualsiasi modo, senza necessità di collegarsi alle normali esigenze naturali di sopravvivenza.
Accennavo sopra ai miei studi astrologici. Tale materia è stata sempre di mio grande interesse, al di là della possibilità di tentare di osservare avvenimenti e predisposizioni, andando avanti ed indietro nel tempo. Infatti, anche attraverso questa mi sono posta la problematica se si sia nati con un programma di vita: casuale, obbligato o scelto.
Di solito, i cultori di questa disciplina ipotizzano per ogni cosa esistente (non solo soggetti umani ma anche cose, situazioni, ecc.) una predisposizione natale di molteplici misteriose influenze che però non determinerebbero completamente le conseguenze obbligate.
Quello che si potrebbe definire come “programma esistenziale” sarebbe predisposto ma non determinato. Le variabili dipenderebbero dal cosiddetto libero arbitrio e quindi dalle libere scelte, di fronte alle difficoltà o alle fortune.
Esiste però il problema di intuire e di comprendere il concetto di libertà che di solito si immagina come la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, di esprimersi e di agire senza costrizioni, trovando così la volontà di ideare e di mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla.
Ne consegue la necessità di chiedersi quanto si possa essere veramente liberi dai condizionamenti istintuali ereditati e/o cosa si possa tentare di fare per mitigarli almeno in parte, fino a quando si avrà un corpo fisico.
Guardando un tema natale, suppongo che un eventuale interesse possa riguardare la ricerca di comprendere le predisposizioni alla eventuale “debolezza” a causa della quale ci si ritroverà nella situazione della vittima.
Se si considera il problema della dualità della vita terrena, con pesi e doni, si potrebbe immaginare che nei doni ci sia la felicità; l’armonia sarebbe tutto ciò che renderebbe la vita facile, bella; la fortuna consentirebbe la gioia di vivere. Con i pesi invece, le difficoltà, gli intoppi, le malattie, si potrebbe individuare tutto ciò che impedisce le realizzazioni di ciò che appariva come predisposto.
Secondo alcuni studiosi di discipline che porterebbero a considerare anche vari punti di vista karmici, sarebbe indispensabile capire che la parte negativa andrebbe valutata come un debito di cose collegate ad un soggetto e che da questo devono essere pagate per poter alleggerirne peso (sono esemplificative le quadrature e le opposizioni dei 7 pianeti dell’astrologia classica, tenendo conto anche del loro collegamento con l’alchimia).
Per fortuna i pianeti cosiddetti “afflitti” si presentano per lo più contemporaneamente anche con aspetti positivi; così, forse si possono trasformare i “vizi” che li caratterizzano in “virtù”.
Secondo altri, guardando i pianeti afflitti da quadrature o da opposizioni, si potrebbero individuare per ognuno il “vizio originale” e le relative filiere concatenate con predisposizioni-avvenimenti, in cui si sarà l’artefice o la vittima di uno squilibrio.
Oppure si procederà con simboli e allegorie, attraverso l’osservazione dei miti collegati ai sette pianeti con gli dei dell’olimpo e le loro storie, con le caratteristiche dei loro caratteri opposti: positivi e negativi; gli addetti ai lavori potrebbero esemplificare influenze non favorevoli come: il Sole-superbia, la Luna-accidia, Vene-re-lussuria, Marte-violenza, Giove-ingordigia, Sa-turno-avarizia, Mercurio-invidia.
La finalità della conoscenza di sé stessi e poi delle scelte per operare eventuali prudenti rettifiche, sarebbe quella di trasformare, ad esempio, i vizi nelle virtù teologali: (fede, speranza e carità) e in quelle cardinali: (temperanza, giustizia prudenza e fortezza).
A questo punto potrebbe sorgere un semplice quesito: perché pur essendo stati accolti in un percorso tradizionale, spesso si tende a continuare a scappare dalla conoscenza di sé stessi? Rimanendo in ambito di studi astrologici, l’ignavia non risolverebbe alcunché dal momento che, prima o poi, un pianeta in transito evidenzierà in modo sempre più drammatico l’urgenza di un problema lasciato irrisolto (se esiste, e non solo sin dalla nascita).
Le risposte al non voler “conoscere”, potrebbero essere per paura dell’ignoto, per la paura di non essere all’altezza, oppure l’essere depressi, forse anche ritenere che la fatica per l’indagine sia troppa; se al contrario si trattasse di una sorta di autopunizione? Oppure se si trattasse solo per la paura di dover fare sacrifici e di do-ver rinunciare ai propri vizi?
Credo che per un iniziato sia sempre importante fare chiarezza con sé stesso.
Le possibilità di riuscirci esistono a patto che non diventino solo di convenienza.
Il punto di vista mistico sostiene spesso che la “parte elevata” conosca le nostre fatiche, sappia che ognuno cerca di fare quello che può.
Siamo in mezzo al contrasto tra la sopravvivenza nella materia e la ricerca di qualcosa di più elevato. I punti di vista riguardanti il male e il bene sono a volte come attorcigliati e le scelte sono complesse, dal momento che nel vivere quotidiano ciò che è bene per uno, può essere male per un altro.
A volte mi viene spontaneo pensare: “Quando si avranno le idee più chiare e si sarà compiuto quanto lo necessitasse, si potrebbe anche sperare di un “tornare a casa”, o forse occorrerà completare meglio il programma o addirittura aiutare altri a capire?”
Non è affatto facile rispondersi senza indulgere in ipotesi e fantasie.
C’è però una preghiera che mi fa meditare: quella del Padre Nostro, soprattutto tramite la frase: “…dacci oggi il nostro pane quotidiano”. Mi fa pensare alla richiesta di aiutarci nella sopravvivenza (perché siamo materia), e poi “…rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori (compito non semplice quello di tentare di intuire cosa e quale sia debito; è comunque da comprendere e risolvere). Suppongo sia importante cercare una vita corretta; così forse sarebbe meno misterioso anche meditare su: “non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male”.
Ciò, rimanendo nel punto di vista mistico, mi conduce anche ad altro; ad esempio: “…E Dio tergerà ogni lacrima dai loro occhi. La morte non ci sarà più, né afflizione né lamento né fatica, perché le cose di prima sono sparite!”
E poi: “ …Ecco sono compiute! Io sono l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine.
A colui che ha sete darò gratuitamente, acqua della fonte della vita”. (Apocalisse 21).
In tal modo, sembrerebbe un ritorno all’inizio; ovvero: “Così il Signore Dio fece crescere dal suolo ogni albero desiderabile alla vista e buono come cibo e anche l’albero della vita nel mezzo del giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male”. (Genesi 2).
Suppongo che continuerò a meditarci.
L’articolo è contenuto nel numero di Marzo 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
A fronte delle innumerevoli ipotesi, spesso confluite nelle origini delle religioni o in astrazioni filosofiche però in qualche modo, quasi sempre ad esse collegate, ogni umano si troverebbe perennemente di fronte a delle scelte che caratterizzeranno la qualità e la durata della personale esistenza.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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