Proseguiamo, quindi con un’analisi puntuale della Pietra di Shabaka.
Il testo comprende due suddivisioni principali completate da una breve introduzione e da un riassunto finale; in tutto quattro sezioni.
La prima parte riguarda l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. Ptah (che incorpora l’Atum eliopolitano) opera attraverso Horus per realizzare questa unificazione.
La seconda ci narra un mito sulla creazione del mondo, la “Teologia menfita” o “Cosmogonia menfita” che stabilisce che Ptah è il creatore di tutte le cose, compresi gli dèi.
Il testo sottolinea che è a Memphis che avrebbe avuto luogo l’unificazione dell’Egitto.
L’iscrizione afferma anche che questa città sarebbe stata il luogo di sepoltura di Osiride, dopo che era andato alla deriva.
Questo particolare risulta della massima importanza.
A ribadire lo stretto legame tra regalità e mito di Osiride, Seti I padre di Ramses II e vero fondatore della regalità della XIX Dinastia, nel costruire il bellissimo tempio di Abydos celebre per la sua lista di faraoni, fece inserire nella struttura un anche un Osireion, un cenotafio del dio Aser che fungeva da porta per il Duat.
Ma torniamo al testo.
Introduzione e titolazione reale
La prima riga della pietra presenta il quintuplice titolo reale del re: “L’Horus vivente: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre; le Due Signore: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre; Horus d’oro: Sebaq tawy – Che ha benedetto le Due Terre; il Re dell’Alto e del Basso Egitto: Neferkare; il Figlio di Ra: [Shabaka], amato da Ptah-Sud-del-Suo-Muro, che vive come Ra per sempre.”
I primi tre nomi sottolineano la manifestazione del re come dio vivente (in particolare del-l’Horus dalla testa di falco, dio protettore dei re egizi), mentre gli ultimi due nomi (il nome del trono del re e il nome di nascita) si riferiscono al potere del faraone sull’Egitto, come suddiviso in Alto e Basso e come regno unificato dal potere del sovrano.
La seconda riga, un’introduzione dedicatoria, afferma che la pietra è una copia del contenuto superstite di un papiro mangiato dai vermi che Shabaka trovò mentre ispezionava il Grande Tempio di Ptah.
Tre indizi in questa prima sezione ci mostrano quanto importante fosse per il faraone nero, collegare la sua pretesa al trono alla santità di Memphis e alla sua teologia.
Il primo è l’assunzione di Neferkare (Perfetto è il ka di Ra) come nome del trono o in lingua originale, quale nome di nisu-bity, cioè del giunco e dell’ape, i simboli dell’Alto e Basso Egitto.
Non è un caso. Neferkare fu il Nome del Trono adottato da Pepi II, il celebre ultimo (o penultimo faraone) della dinastia che chiuse l’Antico Regno, la VI.
L’Antico Regno, con il fascino suscitato dalle sue conquiste in ogni campo tra cui le piramidi, rappresentò per tutte le dinastie successive, piccole o grandi che fossero, un’età dell’oro e una pietra di paragone fondamentale.
Il regno di Pepi II, considerato il più lungo di tutti i tempi perché durato ben 94 anni, rappresentava nella storia (forse un po’ mitizzata) della Khemet, una sorta di apogeo del potere regale.
Il secondo indizio risiede sempre nella titolatura di Shabaka e precisamente nel suo none di sa-ra, il nome di nascita.
Nelle sue titolature rinvenute in altri luoghi, il nome Shabaka appare da solo o al massimo, come Shabaka mery-Amun (amato da Amun) in omaggio a quella che a quell’epoca era considerata la divinità dominante nella sua unione con Ra, mentre nell’iscrizione menfita egli si presenta come “ (Shabaka) amato da Ptah-Sud-del-Suo-Muro, che vive come Ra per sempre.”
Risulta evidente che questo titolo ad hoc sia stato adottato per ribadire gli strettissimi legami tra il monarca e il tempio di Memphis, tra la sua regalità e la divinità del dio creatore Ptah-Atum.
Ma si va oltre. Il faraone nubiano vuole giustificare il suo diritto al trono, difficilmente ricollegabile alle dinastie precedenti sul piano della consanguineità, attraverso l’incuria e l’abbandono delle giuste tradizioni da parte degli egiziani “autoctoni”.
Il grande faraone ispezionando il tempio, avrebbe rinvenuto (come già accennato) un papiro “mangiato dai vermi” contenente la teologia menfita.
Il topos letterario della “scoperta” e dell’incuria degli eredi della grandezza passata, giustificano le pretese del re venuto dalla Nubia che va a riempire un vuoto di potere e, soprattutto, a combattere l’empietà delle generazioni presenti.
L’unificazione dell’Egitto
Le righe da 3 a 47 descrivono l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto sotto il dio Horus a Memphis.
Il testo dichiara innanzitutto la supremazia politica e teologica del dio Ptah, re sia dell’Alto che del Basso Egitto e creatore dell’Enneade. L’iscrizione descrive poi come Horus, in quanto manifestazione di Ptah, regni inizialmente sul Basso Egitto mentre il suo rivale Set governa l’Alto Egitto.
Tuttavia, Horus riceve l’Alto Egitto da Geb, diventando l’unico sovrano della terra.
La cosmogonia menfita
Le righe da 48 a 64 raccontano il mito della creazione noto come teologia menfita.
Ptah, il dio patrono degli artigiani, dei metallurgici, degli artigiani e degli architetti, era visto come un dio creatore, l’artefice divino dell’universo, responsabile dell’intera esistenza.
La creazione fu dapprima un’attività spirituale e intellettuale, facilitata dal cuore (pensiero) e dalla lingua (parola) divini di Ptah. Poi, la creazione divenne un’attività fisica svolta da Atum, che, creato dai denti e dalle labbra di Ptah, produsse l’Enneade dal suo seme e dalle sue mani.
Riassunto
Le righe da 61 a 64 riassumono il testo nel suo complesso.
I miti relativi alla creazione del cosmo nell’antico Egitto appaiono in diverse fonti: I testi delle piramidi, i testi dei sarcofagi, il libro dei morti, la teologia menfita, nonché in vari inni, testi sapienziali e bassorilievi murali.
Queste fonti dimostrano che la cosmologia egizia possiede una base uniforme ed è allo stesso tempo diversificata.
Sebbene esistano quasi una dozzina di miti egizi della creazione, i tre principali sono sorti nei siti culturali di Eliopoli, Memphis ed Ermopoli.
Questi tre miti sono interconnessi l’uno con l’altro, come dimostra l’apparizione delle stesse divinità in più di una tradizione. Le cosmogonie di Eliopoli e di Memphis hanno più punti in comune tra loro che con quella di Ermopoli.
Tuttavia, tutte e tre ci mostrano un comune riferimento ad un oceano primordiale, ad una collina primordiale e alla divinizzazione della natura.
Queste tre cosmogonie si occupano specificamente di come il dio o gli dèi avrebbero creato il mondo.
Non affrontano direttamente la creazione degli uomini e degli animali.
Gli Egizi svilupparono una tradizione separata per spiegare la creazione degli uomini e degli animali, ovvero il mito di Khnum, il dio vasaio.
Vediamo ora più nel dettaglio le tre maggiori tradizioni egizie sulla creazione del mondo:
ELIOPOLI
Eliopoli fu una delle più antiche città
dell’antico Egitto, occupata fin dalla preistoria. Si espanse notevolmente sotto l’Antico e il Medio Regno, ma oggi è in gran parte distrutta: i suoi templi e altri edifici sono stati recuperati per la costruzione del Cairo medievale.
Eliopoli è la forma latinizzata del nome greco Ἡλιούπολις, che significa “Città del Sole”.
Helios, la forma personificata e divinizzata del sole, era identificato dai Greci con le divinità egizie Ra e Atum, il cui culto principale era situato nella città.
Il suo nome nativo era iwnw (i pilastri), la cui pronuncia esatta è incerta perché l’antico egizio registrava solo valori consonantici. La sua trascrizione egittologica tradizionale è Iunu, ma in ebraico biblico compare come Ōn (און, אן) e Āwen (ןוא) . Il nome è sopravvissuto come copto ⲱⲛ ŌN.
La città compare anche nei Testi delle Piramidi dell’Antico Regno come “Casa di Ra”.
Proprio i Testi delle Piramidi contengono le prime espressioni cosmogoniche conosciute degli Egizi.
I sacerdoti del tempio di Eliopoli registrarono questi testi geroglifici all’interno delle piramidi di Unis, Teti, Pepi I, Merenre I, Pepi II (faraoni delle dinastie V e VI).
Non dimentichiamo che tutte queste sepolture sono situate nella Necropoli di Saqqara, e che Eliopoli e Memphis, città non molto distanti tra loro, gravitavano entrambe sullo stesso luogo sacro per il culto dei defunti, Saqqara per l’appunto.
In questi testi possiamo leggere la cosmogonia eliopolitana.
A Eliopoli, nove divinità costituiscono la Grande Enneade.
Atum funge da dio creatore da cui hanno origine le altre otto divinità. Il testo della piramide n.1655 elenca gli dèi della Grande Enneade e riconosce Atum come padre degli altri otto.
Si legge: “O voi Grande Enneade che siete su On (Eliopoli), (cioè) Atum, Shu, Tefnut, Geb, Nut, Osiride, Iside, Seth e Nefti; o voi figli di Atum, estendete la sua benevolenza a suo figlio nel vostro nome di Nove Archi (i paesi stranieri nemici dell’Egitto)”.
Atum sorge per primo dalle acque primordiali (personificate come Nun) da cui emerge anche la collina primordiale.
Si posiziona sulla collina primordiale e inizia la sua opera di creazione. Non avendo una consorte, si masturba per far nascere altri dei che lo assistano nella sua opera.
Il testo della piramide 1248 descrive graficamente questo evento. “Atum si è evoluto crescendo in modo itifallico, a Eliopoli. Si mise in mano il pene per poter raggiungere l’orgasmo con esso, e nacquero i due fratelli – Shu e Tefnut”.
Tuttavia, i testi delle piramidi 1652 e 1653a descrivono l’evento senza linguaggio erotico: “Atum Scarabeo! Quando sei diventato alto, come una collina, quando ti sei alzato, come il benben (la collina primigenia che emerse dall’oceano primordiale del Nun e sulla quale il dio creatore Atum generò sé stesso e la prima coppia divina, poi trasformatasi in piramide) nel recinto della Fenice a Eliopoli, hai starnutito Shu, hai sputato Tefnut”
Dal suo starnuto o dal suo sputo hanno origine Shu e Tefnut che divinizzano rispettivamente l’aria e l’umidità. Poi, Shu e Tefnut copulano e producono Geb, la terra, e Nut, il cielo. Geb e Nut generano a loro volta cinque figli: Osiride, Iside, Horus il Vecchio, Set e Nefti.
Tuttavia, Horus il Vecchio[1] (Heru-Wer, chiamato così per distinguerlo dal figlio di Iside e Osiride, Heru-sa-Aset) non diventò mai un membro della Grande Enneade. Invece, insieme a Thot, Maat, Anubi e altre divinità non chiaramente identificate, fu incluso nella Piccola Enneade o Enneade Minore.
MEMPHIS
Abbiamo già descritto la Pietra di Shabaka, fonte principale della famosa Cosmologia menfita.
I teologi menfiti presero come fondamento del loro mito, la Grande Enneade di Eliopoli e la modificarono secondo la loro peculiare visione
Ptah apparentemente sostituì Atum come dio creatore, ma quest’ultimo non scomparve dalla nuova teologia. L’Atum divenne il cuore (comprensione) e la lingua (parola) di “Ptah il Grande”, come a sua volta Ptah fu definito il cuore e la lingua dell’Enneade.
Ptah (cioè Atum) venne rappresentato come l’enneade in emanazione e manifestazione. Così, le altre otto divinità dell’enneade menfita non potevano che essere che Ptah stesso in manifestazione.
La riga 55 della Pietra di Shabaka sostiene tale visione e rivela che Ptah crea con la parola divina.
Si legge: “La sua Enneade (di Ptah) è davanti a lui come denti e labbra. Sono il seme e le mani di Atum. Infatti, l’Enneade di Atum è nata attraverso il suo seme e le sue dita. Ma l’Enneade è costituita dai denti e dalle labbra di questa bocca che ha pronunciato il nome di ogni cosa, da cui sono usciti Shu e Tefnut, e che ha dato vita all’Enneade”.
In questo testo, l’opera creativa di Ptah attraverso la parola, viene contrapposta alla creazione effettuata dall’Atum attraverso la masturbazione, e il metodo di Ptah viene mostrato come la vera causa, dietro il metodo di creazione di Atum.
La teologia menfita non raffigura Ptah mentre usa la magia (heka) per creare il mondo.
Il creatore divino non è immaginato come un mago che recita i suoi incantesimi; è visto come colui che prima ha concepito nella sua mente ciò che doveva essere creato per formare il mondo e poi lo ha fatto nascere pronunciando il comando necessario perché il mondo venisse all’esistenza.
ERMOPOLI
Nella città di Ermopoli[2] fu concepita la cosmogonia dell’Ogdoade, composta da quattro divinità e dalle loro rispettive consorti: Nun e Naunet, Keku e Kauket, Hehu e Hauhet, Amun e Amaunet.
Ognuna delle quattro dee riceve il suo nome dalla forma femminile del nome della sua controparte maschile.
Queste divinità rappresentano le quattro condizioni presenti all’inizio della creazione egizia e sono molte le interpretazioni che gli studiosi hanno offerto su tali figure.
Questa è una delle più popolari:
Nun e Naunet personificherebbero le acque primordiali.
Nun avrebbe incarnato l’oceano primordiale e Naunet, sua consorte, avrebbe dominato l’abisso che giaceva sotto l’oceano primordiale. Per qualcuno, al contrario, Naunet sarebbe la divinità dell’oceano di sopra, con riferimento al successivo concetto biblico di shamayim.
Keku e Kauket personificherebbero l’oscurità che accompagnava lo stato primordiale.
Hehu e Hauhet sarebbero il simbolo dell’assenza di confini e di forma della condizione primordiale.
Amun e Amaunet presentano qualche difficoltà ulteriore nell’accertare il loro significato preciso.
C’è chi ha suggerito che “Amun” derivi dalla radice mn che significa “nascosto”.
Sebbene Amun sia stato identificato già durante il Medio Regno con il dio del sole Ra, in origine era conosciuto come il dio dell’aria e del vento.
Si può notare un’associazione tra l’aria e il vento e l’idea di “nascosto” o “non visibile,” di forza invisibile dotata anche di grande potenza, come le tempeste tipiche del deserto egiziano.
In tale ottica, Amon e Amaunet personificherebbero l’aria e il vento nascosti che avrebbero sferzato l’oceano primordiale.
Altri hanno sottolineato il mutevole ruolo di Amon e la sua diversa funzione nell’Ogdoade, in riferimento alle successive letture simboliche del dio. Amon potrebbe quindi essere stato concepito in tempi successivi come l’elemento dinamico del caos, la molla della creazione, il soffio della vita nella materia morta.
Ma questa non sarebbe stata la concezione originale che semplicemente, per mezzo dell’Ogdoade e dei suoi diversi elementi, avrebbe reso il caos primordiale più specifico, più adatto a essere compreso.
Riuniti sull’Isola delle Fiamme, gli Otto avrebbero fatto misteriosamente emergere il dio Sole dalle acque, e con ciò la loro funzione sarebbe stata assolta.
DIFFERENZE TRA LE TRE COSMOGONIE EGIZIE
Le tre cosmogonie di Eliopoli, Memphis ed Ermopoli presentano somiglianze e differenze. A volte le differenze creano contraddizioni nella mente del lettore moderno.
Tuttavia, queste contraddizioni tra le tre tradizioni e persino all’interno delle stesse tradizioni, non costituivano un problema per gli antichi egizi.
Se c’è una cosa che abbiamo imparato attraverso oltre due secoli di studi di egittologia, è la grande capacità degli abitanti della Khemet nel sincretizzare divinità diverse tra loro e di trovare somiglianze e convergenze anche in presenza di apparenti contraddizioni.
Si prendano due macro-concetti come maat e heka con le relative divinizzazioni; si prenda la figura di Amon-Ra e tante altre, ovvero la sovrapposizione dei due Horus etc.
Si pensi inoltre, alle diverse triadi culturali sul modello padre-madre-figlio/a (oltre 15) che caratterizzavano e diversificavano tra loro, i diversi distretti (nomi), quali la triade menfita (Ptah, Sekhmet dea leonessa della guerra e della pestilenza e Nefertem dio del loto e della guarigione), la triade tebana (Amon, Mut la dea avvoltoio del cielo e Khonsu dio lunare della fertilità) o la celebre triade di Abydos (Osiride dio della morte, dell’Oltretomba e della rinascita, Iside dea dell’amore, della luna e della magia e Horus dio falco solare, protettore della monarchia).
Per gli antichi Egizi questa complessità simbolica era tutt’altro che caotica; al contrario rappresentava una ricchezza ed un modo per diversificare le varie aree del territorio attribuendo importanza a ciascuna di esse.
Al di là delle discussioni nominalistiche, erano i domini funzionali delle varie divinità ad interessare gli Egizi, come dimostrano tutti i di-versi titoli e rappresentazione derivanti dal culto solare,
SOMIGLIANZE TRA LE TRE COSMOGONIE EGIZIE
Dallo studio delle varie testimonianze relative alla concezione egizia della creazione, emergono tre concetti comuni che conferiscono unità alle storie della creazione, altrimenti diverse. Tutte le storie di creazione condividono la credenza in un oceano primordiale, in una collina primordiale e nella deificazione della natura.
Questi concetti trovano rappresentazione in ciascuno dei siti templari dell’antico Egitto.
LA CREAZIONE DELL’UOMO NELLE COSMOGONIE EGIZIE
Gli egizi consideravano la creazione del mondo come un atto creativo separato dalla creazione dell’uomo.
Mentre le cosmogonie di Eliopoli, Memphis ed Ermopoli trattano dell’origine del mon-do, la creazione degli uomini e degli animali riceve poca attenzione.
Le tre principali cosmogonie egizie si concentrano principalmente sulla condizione dello stato primordiale, sulla origine degli dèi e sulla creazione del cielo, della terra e del sole.
Per quanto riguarda gli altri aspetti, come abbiamo sopra specificato, esistevano triadi modellate sul modello della generazione umana che potevano far pensare ad una “procreazione” degli esseri viventi ma e soprattutto, era diffusissimo il mito di Khnum il dio vasaio.
LA TRADIZIONE DELLA CREAZIONE DI KHNUM
Se la creazione di uomini e animali riceve poca attenzione nelle principali cosmogonie, le testimonianze egizie sulla creazione dell’uomo non mancano.
In effetti, una delle scene più familiari dell’arte egizia è quella di Khnum, il dio dalla testa d’ariete, che modella una persona dall’argilla sul tornio del vasaio.
Khnum ha la particolarità di essere una delle prime divinità egizie conosciute. Il suo nome e le invocazioni che lo menzionano, sono stati scoperti in alcuni dei più antichi monumenti e scritti egizi.
Non a caso il suono nome è stato letto in relazione a radici che significherebbero “unire,” “congiungere” ma anche “costruire”.
Il suo ruolo era altrettanto importante. In primo luogo era considerato il dio della sorgente del Nilo e come tutti sappiamo, il Nilo era il cuore pulsante dell’intera civiltà egizia antica; in secondo luogo, era visto come il creatore dell’umanità e degli altri esseri viventi.
Il culto del dio è addirittura predinastico; i luoghi a lui maggiormente dedicati furono Elefantina ed Esna, ove Khnum era visto far parte di una sua specifica triade ed era riverito come dio creatore dell’intero universo, divinità comprese: Khnum, Satet dea della guerra e delle inondazioni del Nilo e Anuket dea delle cataratte[3].
Nel celebre tempio di Deir el Bahari, il faraone donna Hatshepsut (XVIII Dinastia – Nuovo Regno) fece scolpire su una delle pareti un rilievo che raffigura Khnum che modella lei e il suo ka dall’argilla sul tornio del vasaio.
Khnum crea uomini e animali sul suo tornio usando il limo del Nilo, cioè l’argilla e non un’argilla qualsiasi ma quella lasciata dalle inondazioni vivificanti del fiume divino.
Dopo aver modellato una persona, la sua consorte Heket (considerata anche lei moglie del dio come Satet) offre il “soffio della vita”, simboleggiato dall’ankh, al naso della figura di argilla.
Questo anima l’effigie d’argilla e la persona riceve una durata di vita assegnata, personificata come Shay, che significa “ciò che è stato (pre)ordinato”.
Nell’ultimo contributo ci domanderemo se e in che misura, queste concezioni possano aver influenzato il testo di Genesi.
[1] Dio guerriero dalla testa di falco, rappresentava la luce, e i suoi occhi erano il sole e la luna.
Era il dio patrono della città di Nekhen (Hierakonpolis) ed è stato probabilmente la prima divinità protettrice dei faraoni, oltre ad essere patrono dei fabbri e dei guerrieri.
Uno dei suoi principali aspetti è quello di Heru-Behdety, Horus della città di Behdet, raffigurato come un disco solare alato; si narra che in questa forma, datagli da Ra, abbia sconfitto Seth o il serpente Apofis.
Sua moglie era Hator (il cui nome significa appunto Casa di Horus), la signora della bellezza e dell’amore; il loro matrimonio, detto Festa della Gioiosa Riunione, veniva festeggiato ogni anno intorno al solstizio d’inverno. I due generarono Ihy. Il suo culto si fuse con quello dell’altro Horus generando così un sincretismo che ha prodotto alcune confusioni tra i primi studiosi della religione egizia
[2] Hermopolis in greco significa “città di Hermes”. I Greci le diedero questo nome perché era un importante centro di culto del dio Thot (dhwty), che essi associavano al loro dio Ermes, ma gli Egizi la conoscevano come Khmunu (la città degli Otto). Purtroppo Ermopoli fu distrutta nel V sec.
[3] Khnum era venerato nelle città dell’Alto e del Basso Egitto e i culti dedicati a questo dio erano numerosi. Le città dell’Antico Egitto che raggiungevano lo status di centro di devozione diventavano estremamente ricche e potenti e quindi c’erano diversi centri che veneravano Khnum con una serie di diverse consorti che erano dee favorite in particolari luoghi. Oltre a Heket e Satet era associato a Neith e Menhit (due dee della guerra come Satet).
L’articolo è contenuto nel numero di Novembre 2023 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
La creazione fu dapprima un’attività spirituale e intellettuale, facilitata dal cuore (pensiero) e dalla lingua (parola) divini di Ptah. Poi, la creazione divenne un’attività fisica svolta da Atum, che, creato dai denti e dalle labbra di Ptah, produsse l’Enneade dal suo seme e dalle sue mani.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
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