L’Orlo dell’Umanità

In una recente occasione, è stato possibile affrontare da molteplici versanti, le questioni poste dal “Inno del punto di rottura” di Kipling: esistenziale, morale, intellettuale, infine iniziatico, nelle accezioni individuali e collettive. Ci siamo resi conto degli ampi spazi di sviluppo e di comprensione offerti dalla frase: “il male inizia quando inizi a trattare le persone come cose”.

Di là dall’aspetto morale o etico, esiste un problema che travalica i buoni sentimenti e si radi-ca nella nostra “fratellanza”, nel modo di guardare a sé e agli altri.

Poniamoci quindi la domanda sul perché noi, liberi muratori, riconosciamo la necessità di riunirci e, nel contempo, di isolarci; di sceglierci, non per distinguerci, ma per differenziarci.

Una prima risposta, che ha una sua logica istintiva ed attuale, è: “per spirito gregario”, per sentirci protetti dal numero (indistinguibili pecore nel gregge) con la tensione continua a passare inosservati, a tenerci lontani dal pericolo di essere a contatto con l’esterno e coltivando l’inconfessata speranza che il lupo mangi qualcun altro. Scartiamo questa ipotesi come forma mentis indegna di un libero muratore, ma per ora, lasciamola sullo sfondo.

Un’altra lettura passa per la “fratellanza”, decisamente a noi pertinente, ma non nella versione buonista, inconcludente e devozionale del “siamo tutti fratelli”, quanto in quella iniziatica dei “figli della Vedova”. Noi, nel nostro prossimo (e la tegolatura lo esemplifica) cerchiamo di ritrovare la nostra parte migliore, quella essenza profonda e identitaria rivelata da una scintilla di umanità, che ci permette di riconoscerci come fratelli, in quanto figli di uno stesso Spirito, del quale conoscere i tratti rispecchiandoci negli altri, visto che di Esso siamo tutti nati orfani e postumi: figli di quella Vedova che incarna la Tradizione; ma anche la privazione.

Se non guardiamo al nostro prossimo con questo intendimento, qualsiasi cosa si dica è solo chiacchiera vana e posticcia, che verrà prontamente smentita dai fatti. Se non consideriamo gli altri come nostri sempre diversi alter ego, neghiamo la loro umanità e possono quindi facilmente divenire “cose”, privi di quella considerazione che oggi si vuole estendere anche agli animali, e che non è dovuta perché “noi siamo buoni”, ma perché loro sono uomini.

È riconducibile a una questione di identità e di riconoscimento.

Questo è certamente un atteggiamento mentale, ma comporta l’utilizzazione pratica di una scala di valori “bipolare”, degna del marchese del Grillo, ove (per chi può) tutto è lecito: sopraffazione, disprezzo, predazione, usura, distruzione fisica, in vista nemmeno di maggior guadagno, ma di illimitato potere dell’uomo sull’uomo, non più considerato come tale. 

Homo homini lupus; peggio ancora, suggente vampiro o necrofaga iena. Il tutto con una frenesia senza limiti per passare dalla parte dei “potenti” o almeno dei loro “clientes”, e proprio la mancanza di qualsiasi limite, è il marchio e la chiave di lettura di questa patologia dell’anima. “Soluti” da qualsiasi dovere, ma impossibilitati a “coagulare”, a costruire sé stessi.

Siamo pericolosamente sull’orlo dell’umanità (loro e nostra) ed oltre c’è l’abisso. Ma oggi potrebbe anche essere l’orlo per l’Umanità (con la maiuscola). Non percepirlo, non solo moralmente ma con tutto il nostro essere, è semplicemente disumano, con tutto ciò che comporta. Negare l’umanità altrui implica ignorare la propria.

Comunque sia, non illudiamoci: l’uomo non è buono, è tutto quello che può o deve essere. I dissidi e le guerre ci sono sempre stati, la volontà di prevalere ha sempre condizionato i comportamenti e il credersi migliori, li ha sempre giustificati. Dico questo con la consapevolezza che però è nostro dovere, desiderio e volontà diventare noi stessi realmente migliori: non degli altri, ma di ciò che attualmente siamo. Abbiamo citato l’integrità personale, di cui avvertiamo la carenza, e che quindi non va conservata così com’è, ma proprio ricostituita, poiché il mondo in cui viviamo (antitradizionale per sua propria natura) non ci permette di acquisirla traendola dall’ambiente di vita, ma ci costringe ad un lavoro lungo e problematico su noi stessi, di carattere edificante, ovvero “costruttivo”: l’aspetto maggiormente evidente e comprensibile della Libera Muratoria.

Riprendendo l’immagine del gregge, non saremo uomini mimetizzandoci nella massa indistinta e tenendoci lontani dai pericoli, ma solo essendo consapevolmente attivi su quella linea che demarca umanità e disumanità, posta “alla frontiera fra Tradizione e anti-tradizione”. Un luogo scomodo e pericoloso, ma l’unico che risponda alla vocazione eroica che ogni vera personalità deve sentire: anche il libero muratore. In sette, in cinque, in tre, anche da soli: presenti dove è necessario. Altrimenti, qualsiasi pretesa di nobiltà d’animo cavalleresca sarebbe, più che assurda, ridicola.

Ennio

L’articolo è contenuto nel numero di giugno 2025 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

La vera fratellanza iniziatica non si fonda su affinità superficiali, ma sul riconoscimento dell’altro come specchio dello Spirito comune. In un mondo che smarrisce il limite e abbraccia la sopraffazione, il Libero Muratore è chiamato a custodire la frontiera tra Tradizione e antitradizione, ricostruendo in sé l’integrità perduta e agendo, anche da solo, come presenza cosciente sull’orlo dell’Umanità.

CATEGORIE:

Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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