…sto ancora imparando… Michelangelo Buonarroti a 87 anni
Premessa
Nel complesso e affascinante contesto dei rituali del N.V.R., lo Scongiuro dei Quattro rappresenta un esempio paradigmatico di come le pratiche ritualistiche e magiche sotto alcuni aspetti possano assumere un ruolo essenziale nel promuovere la crescita spirituale degli iniziati mitzraimiti all’interno della Sezione Illuministica appartenente alla serie Mistica-Kabbalistica. La presente analisi intende esaminare un ipotetico significato simbolico e la forza evocativa di questo rito, evidenziando come tali elementi si integrino in una prospettiva ermeneutica che supera la semplice esecuzione formale del rituale, per giungere a una dimensione più profonda di connessione con il sacro.
I rituali, come lo Scongiuro dei Quattro, non sono semplici gesti o formule; essi racchiudono significati profondi e stratificati, eco di simboli e di credenze che si tramandano nel tempo. Attraverso una lettura personale e attenta, desidero evidenziare l’importanza di tale rituale all’interno del panorama della cultura esoterico-massonica. Questo rito si configura anche come un mezzo per una ricerca interiore, volta a ristabilire l’equilibrio di fronte alla vacuità esistenziale, intrecciandosi con il concetto di “Sitra Achra” – L’Altro Lato. Quest’ultimo rappresenta una delle prospettive speculative più affascinanti della mistica ebraica. Piuttosto che adottare una visione dualistica, in cui Dio e il Male si contrappongono come forze apparentemente equivalenti, la Kabbalah suggerisce una genesi interna al divino, invitando a un momento di riflessione profonda e personale, guidata dalla nostra libera ricerca interiore. Dette peculiarità meritano un dovuto approfondimento in altra sede.
Nella presente diallage, cercherò di delineare i simboli e le metafore che abitano lo Scongiuro, ponendo l’accento sulla sua funzione purificatrice e sul suo potere di creare legami anche tra il mondo terreno e quello ebraico-kabbalistico nei limiti della mia conoscenza e conseguente interpretazione. Attraverso questa analisi, ci si propone di rivalutare la presenza di tali pratiche rituali sottolineando la loro capacità di rispondere a bisogni profondi e di fornire un approccio di ulteriore studio. In questo modo, confidando nei molteplici significati del rituale, si anela di giungere a una maggiore comprensione non solo dello Scongiuro in sé, ma anche delle dinamiche ancestrali e universali che permeano il nostro rapporto con il sacro e l’ignoto.
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La valenza simbolica dello Scongiuro dei Quattro, nella sua formulazione più interna e depurata dalle sovrastrutture operative, si presenta non solo come un atto magico rivolto all’esterno, ma anche come una liturgia di reintegrazione dell’essere, un movimento ordinato attraverso cui l’iniziato riporta a unità le proprie componenti disperse. Ciò che nella forma appare come evocazione degli elementi e delle potenze, nella sostanza si svela come un processo di riallineamento tra il microcosmo umano e il macrocosmo divino, secondo quella legge eterna che nella tradizione ermetica e nella Kabbalah trova espressione nella corrispondenza tra i mondi.
L’origine attribuita alla rielaborazione di Éliphas Lévi di rituali antichi, non deve trarre in inganno. Se nella sua opera si rintraccia una sistematizzazione delle forze elementari, nel contesto del Rito di Mitzraïm e Memphis e ancor più in modo specifico negli Arcana Arcanorum, tale operazione viene elevata a un piano superiore, dove l’elementare cede il passo all’angelico, e la natura visibile si trasfigura nella sua radice invisibile. L’iniziato non chiama più ciò che è inferiore, ma si dispone a ricevere e riflettere ciò che è superiore, divenendo egli stesso punto di congiunzione tra i piani dell’essere.
Il riferimento a Éliphas Lévi non può essere letto come semplice citazione dottrinale, né come mera fonte rituale; esso rappresenta piuttosto un punto di torsione nella trasmissione del sapere ermetico, un momento in cui la tradizione viene resa intelligibile al pensiero moderno ma al contempo, velata da una nuova stratificazione simbolica. Lévi non trasmette la tradizione in forma pura, bensì la rielabora attraverso una sintassi che potremmo definire “iniziatica mediata”. Egli traduce l’arcano in linguaggio, ma il linguaggio, inevitabilmente, introduce distanza dall’esperienza diretta.
È proprio in questa distanza che si inserisce la funzione del rito all’interno del Rito di Mitzraïm e Memphis. Se in Lévi l’operazione magica mantiene ancora una dimensione evocativa, seppur elevata e filosofica, nel contesto mitzraimitico essa viene trasmutata in atto di accordatura ontologica. L’evocazione cessa di essere chiamata di forze esterne e diventa riconoscimento di corrispondenze interne; il microcosmo umano viene riportato in risonanza con il macrocosmo universale. In termini kabbalistici, si potrebbe dire che l’uomo non “chiama” più le forze, ma si riallinea ai flussi delle Sephiroth, lasciando che esse operino attraverso di lui.
Lévi, con la sua insistenza sul Pentagramma come figura dell’uomo e del dominio sugli elementi, offre una chiave simbolica fondamentale: l’uomo come centro ordinatore. Tuttavia, questa centralità, se letta superficialmente, può essere interpretata come volontà di potere; nel contesto iniziatico più elevato, invece, essa si svela come responsabilità di equilibrio. L’iniziato non domina perché impone, ma perché è in grado di mantenere in sé la giusta proporzione tra le forze. In questo senso, il Pentagramma non è un sigillo di comando, ma una mappa dell’essere.
Il passaggio agli Arcana Arcanorum segna un ulteriore approfondimento. Qui il simbolo non è più oggetto di contemplazione, ma strumento operativo. Il riferimento agli Arcana non è casuale, perché essi rappresentano il punto in cui la conoscenza smette di essere descrittiva e diventa trasformativa. L’iniziato non si limita a comprendere il simbolo: egli diventa il simbolo. In questa prospettiva, il rito dello Scongiuro dei Quattro non è una pratica tra le altre, ma una soglia: attraversandolo, l’iniziato è chiamato a passare dalla rappresentazione alla partecipazione.
Lévi, pur non appartenendo formalmente alla struttura degli Arcana Arcanorum, ne prefigura alcuni contenuti attraverso la sua visione unitaria delle tradizioni. La sua opera può essere letta come un ponte tra la frammentazione del sapere esoterico e la sua possibile reintegrazione. Tuttavia, il ponte non è il luogo di arrivo: è il luogo di passaggio. Il Rito di Mitzraïm-Memphis, nella sua elaborazione più interna, assume il compito di condurre oltre quel ponte, verso una conoscenza che non è più mediata dal testo, ma vissuta nel rito.
In termini ermeneutici, si potrebbe dire che Lévi offre una “lettura” del simbolo, mentre gli Arcana Arcanorum propongono una “scrittura” del simbolo nell’essere dell’iniziato. Il rito diventa così un atto di iscrizione: ciò che era esterno viene interiorizzato, ciò che era parola diventa esperienza, ciò che era evocazione si trasforma in presenza.
In questa luce, l’accordatura tra microcosmo e macrocosmo non è un’operazione tecnica, ma un processo di riconoscimento. L’uomo scopre di essere già inserito in una rete di corrispondenze, e il rito non fa che renderlo consapevole di tale appartenenza. Lévi indica la via, ma è nel silenzio operativo degli Arcana che quella via si compie, trasformando l’iniziato da interprete del simbolo a sua incarnazione vivente.
Lo Scongiuro dei Quattro si presenta come una costruzione rituale che, al di là dell’apparato di lettura, costituisce una vera grammatica simbolica dell’atto creativo e della reintegrazione dell’uomo nel principio. La sua lettura ermeneutica soprattutto alla luce della tradizione ebraico-cabalistica, rivela una progressione precisa: dalla dispersione degli elementi alla loro riunificazione nel Nome.
L’incipit “SPIRITUS DEI FEREBATUR SUPER AQUAS” richiama direttamente il versetto iniziale della Genesi, dove il Ruach Elohim aleggia ancora sulle acque primordiali. Il termine ebraico Ruach non indica soltanto aria o spirito, ma anche vento e respiro, e questo rende immediatamente significativo il gesto successivo del soffio verso i quattro punti cardinali. Il Pontefice della Verga non compie un atto arbitrario: egli si pone come imitator Dei, riproducendo il movimento originario della creazione. I quattro punti cardinali, in questa prospettiva, sono una proiezione spaziale delle quattro lettere del Tetragramma, e quindi dei quattro stati dell’essere. Il soffio distribuito nello spazio è il Nome che si espande nel cosmo.
Quando si legge “ET EXSPIRAVIT IN FACIEM HOMINIS SPIRACULUM VITAE”, il riferimento è alla creazione dell’uomo come essere animato dal respiro divino. Qui il gesto rituale diventa introspettivo: non si tratta più della creazione del mondo, ma della creazione dell’uomo come microcosmo. Il Pontefice assume implicitamente la funzione adamica, divenendo il punto di intersezione tra il divino e il creato.
La formula “SIT MIKAEL DUX MEUS” introduce la dimensione angelica. Arcangelo Michele non è semplicemente una figura protettiva, ma il principio dell’ordine divino. Il suo nome, “Chi è come Dio?”, è una negazione di ogni autonomia egoica. Invocarlo come guida, significa subordinare l’azione rituale alla legge superiore. Il testo prosegue con “IN LUCE ET PER LUCEM”, espressione che, letta cabalisticamente, rimanda all’Ohr, la luce divina che attraversa le Sephirot e che rende possibile la manifestazione.
Nel passaggio “FIAT VERBUM HALITUS MEUS”, si compie una identificazione radicale: il soffio dell’operatore diventa Verbo. Il Verbo, in chiave ebraica, è Davar, parola efficace, creatrice. Qui si può intravedere la funzione della lettera He (ה), che nel Nome divino rappresenta l’espirazione, il manifestarsi del respiro. Il celebrante Pontefice della Verga non parla semplicemente: egli emette un soffio che, se allineato, partecipa alla potenza creatrice.
La frase “IMPERABO SPIRITIBUS AERIS HUIUS” non va letta in senso dominativo profano. L’“imperare” deriva dall’essere in accordo con la volontà superiore. L’aria, elemento mobile e instabile, viene ricondotta all’ordine attraverso la volontà e la mente (“voluntate cordis mei, cogitatione mentis meae”). Cuore e mente, in termini cabalistici, corrispondono a polarità che devono essere integrate: intenzione e forma.
Quando compare “EXORCISO TE, CREATURA AERIS, PER PENTAGRAMMATON ET IN NOMINE TETRAGRAMMATON”, si stabilisce una relazione fondamentale tra microcosmo e macrocosmo. Il Pentagramma rappresenta l’uomo equilibrato nei cinque elementi, mentre il Tetragramma rappresenta il principio divino. L’esorcismo è quindi una reintegrazione: l’elemento aria viene ricondotto alla sua origine divina attraverso la corrispondenza tra uomo e Dio.
Nel momento della consacrazione del sale, “IN ISTO SALE SIT SAPIENTIA”, il sale diventa veicolo della sapienza. In termini kabbalistici, questa sapienza è Chokmah, principio dinamico e generativo. Il sale conserva e purifica, quindi rappresenta la stabilità della sapienza nel mondo della corruzione. L’invocazione “RECEDANT AB ISTO FANTASMATA” indica la funzione apotropaica: la sapienza dissolve le illusioni.
La consacrazione della cenere, “REVERTATUR CINIS AD FONTEM AQUARUM VIVENTIUM”, introduce il tema della trasformazione. La cenere è il residuo del fuoco, quindi ciò che resta dopo la distruzione. Il suo ritorno alla fonte implica una rigenerazione. Le tre Sephirot citate, Netzach, Hod e Yesod, rappresentano i livelli di Olam Yetzirah attraverso cui l’energia divina si struttura prima manifestarsi in Olam Asiyah. La cenere che germina l’albero della vita è un’immagine potente della morte iniziatica che precede la rinascita.
Il passaggio “FIAT FIRMAMENTUM IN MEDIO AQUARUM” riprende ancora la Genesi, ma subito si intreccia con l’assioma ermetico della Tavola di Smeraldo: “quod superius sicut quod inferius”. Qui l’acqua diventa specchio del cosmo, luogo di riflessione e di inversione. Il Pontefice della Verga chiede che essa sia “speculum Dei vivi”, cioè strumento di conoscenza del divino attraverso il riflesso.
L’invocazione triplice “MIKAEL! SAMAEL! ANAEL!” introduce una tensione dialettica. Samael rappresenta il rigore e il giudizio, mentre Anael è associato all’amore e all’armonia. La triade crea un equilibrio tra forze opposte, riconducibile alle colonne dell’albero sephirotico: misericordia, severità e armonia.
La sequenza dei sette profumi planetari traduce la cosmologia in termini sensibili. Ogni pianeta diventa una qualità interiore, e il loro insieme rappresenta la totalità dell’influenza cosmica sull’uomo. Il rito, quindi, non agisce su entità esterne, ma sulle corrispondenze interiori.
Nel passo “CAPUT MORTUUM, IMPERAI UBI DOMINUS”, il “caput mortuum” indica ciò che è privo di vita, la materia inerte. Il comando non è umano, ma divino. L’espressione “ADAM IOT-CHAVAH” suggerisce l’identità tra uomo e Nome divino: Adam come immagine del Tetragramma. Qui si compie una sintesi fondamentale della kabbalah: l’uomo è formato a immagine del Nome e ne è veicolo.
L’invocazione finale delle gerarchie angeliche, culminante nei Serafini, rappresenta la risalita lungo i livelli dell’essere. Il triplice “KADDOSH, KADDOSH, KADDOSH”, tratto dal libro di Isaia, afferma la santità come separazione e trascendenza. La ripetizione triplice richiama i tre mondi principali della manifestazione.
La struttura dello scongiuro non è una semplice sequenza di evocazioni, ma un percorso di reintegrazione. Ogni elemento viene purificato, ogni livello viene riallineato, e il celebrante attraversa simbolicamente il cammino dall’emanazione alla manifestazione e ritorno. L’intero rito può essere letto come un tentativo di ricostruire l’unità originaria dell’uomo, facendo del Tempio esteriore il riflesso di un Tempio interiore in cui il Nome divino torna a risuonare come soffio vivente.
Bibliografia considerata
– Rituale 30° 90° NVR
– Dogma e Rituale dell’Alta Magia – Éliphas Lévi
– Magia Pratica – Éliphas Lévi
– Zohar – tradizione ebraica
– La Cabala Mistica
– Il mistero delle cattedrali
– Psicologia e Alchimia Jung
-Tradizione ermetico-alchemica (trasmutazione e reintegrazione)
-Tradizione iniziatica e massonica (contesto del rito)
L’articolo è contenuto nel numero di Giugno 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Il riferimento agli Arcana non è casuale, perché essi rappresentano il punto in cui la conoscenza smette di essere descrittiva e diventa trasformativa. L’iniziato non si limita a comprendere il simbolo: egli diventa il simbolo. In questa prospettiva, il rito dello Scongiuro dei Quattro non è una pratica tra le altre, ma una soglia: attraversandolo, l’iniziato è chiamato a passare dalla rappresentazione alla partecipazione.
Lévi, pur non appartenendo formalmente alla struttura degli Arcana Arcanorum, ne prefigura alcuni contenuti attraverso la sua visione unitaria delle tradizioni.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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