Il Sole di Mezzanotte

Può verificarsi la mancata partecipazione di alcuni fratelli a una o più tornate; la cosa dispiace e va a indebolire numericamente il lavoro, ma è molto meno grave dell’assenza della tensione partecipativa, della fedeltà e della presenza spirituale di un singolo membro della Loggia. Se si è “presenti”, nulla sfugge, nessun problema resta estraneo, nessun avvenimento lascia indifferenti, tutto assume significato e diviene utile materia di lavoro.

Quando il discorso di Loggia si fa universale, lo stesso carattere viene ad assumere la presenza dei fratelli; così, dal centro attivo della Loggia, assimilato al centro del mondo, lo sguardo può spaziare ovunque. Questo aspetto va collocato in un quadro intellettuale, temporale e istituzionale più vasto, senza avere la pretesa di un immediato riscontro pratico, ma applicandosi al lavoro di Loggia, senza fretta, con costanza, tenacia e fedeltà.

Si può dire che nell’avviamento iniziatico la fedeltà ha lo stesso valore del credo nella via religiosa. Questa immagine riproduce esattamente la forza racchiusa nella fedeltà quando viene rivolta a qualcosa di veramente vivo; infatti, ad essa fa riscontro uno stato di tensione, una forza strettamente correlata con l’azione iniziaticamente impostata. E, si badi bene, trattiamo di fedeltà non a una persona, ma ad una “forma” dello spirito.

Si tratta propriamente di applicarsi all’Opera, o meglio, di dedicarsi all’opera interiore avendo in vista quella esteriore; e si incomincia così col risvegliare l’intelligenza, suscitando inevitabilmente l’allarme e la reazione dell’antitradizione, che al riguardo così si esprime:

Non vi è nulla di più dannoso dell’iniziativa individuale; se è assecondata dall’intelligenza, essa ci può recare maggior danno dei milioni di esseri che abbiamo aizzato a dilaniarsi vicendevolmente”.

Ma veniamo ad un’esperienza che tutti, con maggiore o minor consapevolezza, continuamente facciamo. Gli effetti più immediati della stanchezza, fisica o mentale, si presentano come una sonnolenza, che immediatamente causa un distacco, un grande oblio. Il sonno a sua volta è la liberazione dalla stanchezza, da uno sfinimento che procura per gradi di sempre maggior profondità uno stato di perplessità, d’intontimento, per cadere infine tramortiti e, sia pur dolcemente, nello stato di sonno fisico.

Le forze che concorrono a realizzare questo fenomeno sono di natura infraumana e riguardano la parte fisica e la psiche più profonda, che sfugge ad ogni sistema analitico. Cosa che del resto non riguarda l’ambito iniziatico. Ciò che invece lo riguarda, sia pur in forma relativa, è il controllo su queste forze. Qui si tratta di “sonno”, di “oblio” e si sa – o si dovrebbe sapere – che il sonno corrisponde alla piccola notte, rispetto alla grande notte, correlata alla morte fisica, e non c’è via iniziatica che non tocchi direttamente o indirettamente questo problema.

Attenendoci strettamente ad una impostazione iniziatica, il problema resta legato a quelle fitte nebbie (correlate alla fenomenologia del sonno) che invadono tutta la zona di confine tra la sfera individuale ed il dominio spirituale. Dominio spirituale nel quale, sia rispetto alla piccola notte che alla grande notte, brilla perenne il sole di mezzanotte, e non si conosce più il sonno.

Un residuo di queste verità tradizionali lo si può ancora ritrovare nel nostro rituale, ove recita: “i lavori hanno termine a mezzanotte”. Di solito, questa frase viene assimilata ad un banale “poiché è tardi” ed il momento che precede la chiusura dei lavori viene vissuto come una constatazione della propria limitata capacità di veglia e di espressione; quindi diventa quasi una liberazione da uno sforzo partecipativo che ci impegna fino al limite le nostre forze.

In realtà, realizzando la “pienezza” della mezzanotte, si esce dalla sfera individuale per sfociare nell’infinito del dominio spirituale; perciò a quel punto non si può più parlare di lavoro, che appartiene alla sfera inferiore dell’uomo. Non è che in quel momento finisca qualcosa: mancano, ma più non servono, le parole. Il fine è lo stato continuo di veglia, la pienezza del sole, la definitiva vittoria sul sonno. Ma, in pratica?

Poiché si tratta unicamente di un aspetto iniziatico, occorre conoscere qualcosa della natura più profonda del tranello del sonno, che non si deve precipitosamente voler capire, fermandosi così alla superficie; bisogna invece operare indirettamente e per gradi nella manipolazione della materia prima, cercando di realizzare uno stato di presenza lucida e attenta. La presenza del Libero Muratore, del quale si è assunta la figura.

Allora, per quanto riguarda la mancata partecipazione fisica alle tornate, quando non deriva da inderogabili necessità esistenziali – bisogna chiedersi: è dovuta forse a un cedimento verso quel sonno a cui si abbandona lo spirito quando viene avvolto dalle nebbie? Corrisponde ad un vero stato d’assenza?

Dal nostro punto di vista, è importante denunciare l’eventualità di cadere in quel sonno, nella mancanza di presenza spirituale che inibisce ai fratelli la possibilità dell’incontro proprio quando è mezzogiorno in punto; mentre se questo incontro avviene, la presenza fisica diviene in effetti del tutto relativa.

Certo, se un fratello non frequenta non può applicarsi all’Arte, ma anche essere presenti fisicamente e mantenere un silenzio glaciale ed assente, oppure lanciarsi nel discorso senza prima aver abbandonato i metalli, non smuove le tenebre dello spirito; anzi, a lungo andare paralizza anche la più ferrea volontà.

Si sa che l’incontro avviene in Loggia – nel punto noto ai soli figli della Vedova – tra coloro che partecipano al discorso di quella Loggia, e la presenza – la vera presenza – si verifica e si dimostra con il manifestarsi di un’efficace e generale partecipazione che potremmo chiamare “coralità”. Essa è anzitutto identità di spirito e non esibizione dialettica: bastano anche due parole per far sentire la propria presenza, se si opera in identità di spirito.

Così si realizza la Loggia e si rende presente il suo spirito. E uno spirito ben individuato è potenza operante. Con la coralità, il discorso di Loggia diventa operativo, realizzando in tal modo il sole di mezzanotte. E come a mezzanotte, alla chiusura dei lavori, si riconosce l’impossibilità di procedere oltre e quindi segue il silenzio, anche raggiungendo la perfetta coralità nulla si può più aggiungere, perché le tenebre si squarciano e appare il sole spirituale di mezzanotte.

In questi termini, possiamo dunque considerare la “coralità” come la perfezione (relativa) della partecipazione al discorso, e chi ha potuto in tal modo attingere alla personalità sovra-individuale della Loggia, porta sempre viva in sé quella esperienza. Purtroppo tale evento si verifica molto di rado e potremmo dire “per grazia”, ma non ci si deve scoraggiare né cercare un metodo per ottenerla; essa avviene (simbolicamente) per “congiunzione astrale”.

L’immagine rivelatrice più appropriata, è quella dell’intreccio della squadra con il compasso. I lavori si aprono con la squadra posta sopra al compasso, con la materia che predomina sullo spirito ma, poiché la coralità corrisponde al perfezionamento dell’evoluzione di questo simbolo, quando questa si verifica e si manifesta, il compasso viene a trovarsi sopra la squadra e l’ordine spirituale finalmente predomina. Tutto ciò avviene spontaneamente, ma le condizioni essenziali devono verificarsi tutte, dignità, identità di spirito e identità di intenti comprese. Oltre a un quid imponderabile.

Questa trattazione e le sue immediate implicazioni, svelano molteplici aspetti delle funzioni e degli scopi delle tornate e della Loggia, ma forse, il significato più importante su cui lavorare è il passaggio dal materiale allo spirituale, simboleggiato dall’apparire del “sole di mezzanotte”. Passaggio che si comprende essere di estrema difficoltà, e si intuisce che l’avviamento iniziatico della Libera Muratoria, con l’aiuto ed il riscontro che si può ricevere dai Fratelli, è fondamentale e può – forse – permetterci questa trascendenza. Fatto che si può verificare anche individualmente e nella solitudine, ma in altri tempi, per altre vie e con altri uomini.

 

 

 

L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Settembre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

In realtà, realizzando la “pienezza” della mezzanotte, si esce dalla sfera individuale per sfociare nell’infinito del dominio spirituale; perciò a quel punto non si può più parlare di lavoro, che appartiene alla sfera inferiore dell’uomo. Non è che in quel momento finisca qualcosa: mancano, ma più non servono, le parole. Il fine è lo stato continuo di veglia, la pienezza del sole, la definitiva vittoria sul sonno.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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