Promemoria Autunnale

Proviamo ancora una volta a rivisitare mentalmente alcune esperienze cerimoniali.

Immagino che sarebbe un’esperienza da sperimentare ciclicamente da parte di chiunque. Potrebbe essere utile a tutti.

Cogliamo così l’occasione per focalizzare l’attenzione nei riguardi di vari elementi sui quali probabilmente non ci si è soffermati a sufficienza o che appaiono misteriosi, in particolare per un nostro Apprendista.

Ad esempio, alzando gli occhi verso le pareti che si uniscono alla volta di un nostro Tempio, si possono osservare i Nodi d’Amore; per il percorso maschile li si ritrova lungo un cordone rosso oppure blu-azzurro per quello femminile (a tal proposito, ognuno potrebbe approfondire le varie possibilità interpretative riguardanti queste differenze cromatiche di cui abbiamo già disquisito molte volte). Questi elementi non sono sempre presenti allo stesso modo in tutte le strutture massoniche dove si diversificano per colore, numero, funzione; in alcuni ambiti il cordone e i nodi mancano del tutto.

Nel nostro caso, immagino che possa essere interessante notare che siano collocati in alto e non in terra; di solito nell’antichità (ma non solo) allorché si avesse voluto delimitare uno spazio sacro tramite una fune, sarebbe stata posta sul terreno. Tra le varie opzioni, questo dovrebbe suggerire una possibilità operativa che il nostro testo liturgico associa in qualche modo, anche allo sviluppo della sequenza zodiacale ben evidente lungo le pareti e in alto sul soffitto, dove l’eclittica è immersa nella meraviglia della rappresentazione cosmica. Però, proprio in funzione di quella collocazione elevata, un’ipotesi di intimo sviluppo spirituale si evidenzierebbe solo a seguito di una concreta progressiva modifica animica di coloro che si predisponessero a tentare l’esecuzione di un particolare progetto, sia interiore, che collettivo. Tutto diventerebbe possibile, allorché ciò che è in basso riuscisse ad incontrarsi con ciò che è in alto ma questo non si svelerà mai di semplice realizzazione; per riuscirci, occorrerà esercitare la volontà depurata dai condizionamenti emotivi e passionali. D’altronde, il Tempio in cui ci si riunisce e che si dovrebbe riuscire a frequentare correttamente il più spesso possibile per i motivi di cui si è scritto già tante volte, è la manifestazione fisica di quello interiore ove ognuno indaga e rettifica ciò che gli necessita. In quello materiale si procede con le cerimonie previste; non a caso, ogni anno viene predisposto un calendario delle riunioni a cui ognuno dovrebbe sempre partecipare, secondo il grado posseduto, in modo da eseguire anche teurgicamente ciò che la liturgia di ogni Camera prevede. Quello interiore andrebbe frequentato continuamente.

Mi permetto di ricordare e di evidenziare che il nostro metodo predispone la frequentazione cerimoniale in quello fisico al fine di imparare a entrare poi, ogni giorno, in quello interiore; si tende ad acquisire, tramite i momenti teurgici previsti, anche quegli aiuti spirituali che sono indispensabili per procedere in modo corretto ed efficace, su un percorso rivolto alla ricerca della conoscenza e all’avvicinamento ai livelli spirituali più elevati.

Occorre tenere presente che in una fase iniziale in cui si forma un nostro Triangolo o una Loggia, consacrandoli ritualmente, la cosiddetta comunione spirituale tra gli adepti non è affatto scontata immediatamente; è inutile illudersi diversamente. Infatti (nel migliore dei casi), circola solo energia psicofisica tra i Fratelli; ma il nostro metodo tende a favorire la progressiva elevazione qualitativa dell’energia dell’eggregoro il quale, è bene tenerlo presente, si forma sempre quando più persone si riuniscono con intenti e sensibilità in comune. Però, evolvendo da un semplice legame fisico, quello può poi consolidarsi in una particolare forma spirituale che così si identifica con una nuova identità, amalgamandosi e ritrovandosi come parte integrante di quello generale ma unico del Rito.

Tornando al cordone con i nodi, il fatto che questi siano 7, induce a intuire anche altri riferimenti con le varie simbologie, allorché si caratterizzano con quella sequenza. Ad esempio, si potrebbe meditare anche sulla Menorah che si accende al centro del Tempio, oppure sull’albero kabbalistico (con 7 Sephirot immaginate nei tre Mondi Inferiori della creazione) e su tanti altri elementi caratterizzati tradizionalmente con quel numero. Nell’ambito della creazione e non solo in Malkuth nel quale (secondo quella tradizione) si concretizza l’esistenza che percepiamo sensorialmente, si manifestano le cosiddette 7 virtù e le loro antitesi (d’altronde la dicotomia pervade ogni livello). Le virtù per mantenersi stabili, secondo un punto di vista ermetico-alchemico, necessitano di un fissaggio cromaticamente ben definito (analogicamente un nodo è immaginato e creato sempre per fissare qualche cosa), mentre ciò che è loro antitetico, esige un allentamento, oppure una dissoluzione (quei nodi sono configurati in modo tale che oltre all’ipotesi di fissaggio, possono essere sciolti abbastanza facilmente).

I cordoni sono legati al fusto delle due colonne d’ingresso che nel nostro caso, sono caratterizzate in particolare, dai riferimenti solari e lunari. Non ha una specifica importanza da dove parta la fune ma lo è ribadire che è legata a ciò che rappresenta l’ambito dicotomico che pervade ogni cosa e quindi anche la personalità di ognuno. Per questo è importante ciò che si compie nel mondo materiale e che risuona in quello metafisico; infatti, è lì nella quotidianità che avviene la messa in pratica delle scelte conseguenti all’intuizione e alla comprensione di quanto interiormente si possa aver deciso di realizzare, in relazione al concetto di reintegrazione spirituale. D’altronde, la lavorazione della propria pietra interiore avviene nel fare, nella materia, nel rapporto con la coscienza che deve trovare il giusto spazio nell’interazione tra mente e cuore. Non solo un Apprendista dovrebbe meditare a questo riguardo, ma trovandosi di fronte ad analogie, allegorie, simboli, ecc. sarebbe anche indispensabile per lui, cercare di approfondire culturalmente nei limiti delle personali predisposizioni, possibilità, quanto possa derivare da filoni tradizionali come: ermetismo, alchimia, kabbalah e tutti gli altri aspetti filosofici, religiosi, misterici, ecc. che hanno contribuito a formare il corpo dei vari testi liturgici, propri delle nostre diverse Camere.

Ad ogni modo, le riunioni rituali, senza una corretta esecuzione della operatività teurgica, da parte di coloro che non abbiano neppure il giusto stato dell’essere per essere riconosciuti dall’alto, possono svelarsi per lo più inutili.  È importante tenerlo presente, soprattutto da parte di chi, in fondo, vorrebbe semplicemente acculturarsi. Infatti per questo obiettivo non sarebbe necessario essere iniziati (con tutto quello che questo comporta sempre), basterebbe leggere libri e studiare.

Ciò che viene pronunciato nel Tempio, nel tentativo di condividere i personali punti di vista conseguenti all’evolversi progressivo del processo formativo (purtroppo a volte confuso, da parte di qualcuno, con un arido arricchimento culturale, privo delle intuizioni animico-spirituali), è importante ma è proprio ciò che viene operato anche tramite la catena d’unione, oltre alle invocazioni-evocazioni previste, ad essere fondamentale. In quella (la catena) vengono sempre coinvolti i Fratelli di qualsiasi grado, sia fisicamente, che interiormente, per realizzare un’azione “magica”, dove il tocco, il gesto, la parola ecc. hanno la loro importanza. Chi dirige i Lavori deve sempre assumersene la responsabilità (se in determinate circostanze non se la sentisse per qualsiasi motivo personale, dovrebbe rinunciare a quel compito e prima dell’ingresso nel Tempio, lasciare la direzione ad un altro Fratello in condizioni ottimali); a loro volta, tutti gli altri Fratelli devono tentare di essere nelle condizioni idonee per esercitare la volontà in direzione di un contatto collettivo, coordinato verso l’alto.

Nell’eventualità che tutto si svolga correttamente e che le condizioni dell’interiorità degli operatori (Venerabile, Mistagoghi e vari Dignitari; oppure le Sibille in ambito femminile) sia ottimale, ci si ritroverà auspicabilmente collegati spiritualmente all’Eggregoro di tutto il Rito per attivare ciò che è previsto; questo, anche se non tutti i presenti tra le colonne riusciranno ad averne consapevolezza. Diversamente vi potrebbero essere alcune situazioni alternative; ad esempio:

  • Non lo si esegue tecnicamente bene, la mente non è concentrata, la volontà è debole ma senza desideri negativi, e quindi il contatto, l’interazione, non avvengono; in tal caso, è evidente che si siano sprecati solo tempo ed energie.
  • Lo si fa male ma anche in condizioni di emotività passionale fuori controllo e affatto positiva; in questo caso è bene non sottovalutarne mai le conseguenze. Chi si unisce in operazioni teurgiche con un una sorta di marasma emozionale al proprio interno, crea danni a sé ed agli altri. Se si offusca o si spegne la luce spirituale, entrano le tenebre e possono manifestarsi le conseguenze anche nel piano psicofisico.

È importante che a partire dagli Apprendisti, si prenda consapevolezza da parte di tutti (quindi, nessuno escluso), di doversi comportare progressivamente in un modo sempre più corretto, così come viene suggerito dal testo liturgico e dalle comunicazioni verbali.

Però, i nostri riferimenti rituali sono pervasi da allegorie, metafore, simbologie, provenienti da concetti filosofici, da racconti religiosi oppure leggendari, da filoni misterici, ecc. Quindi come ho già accennato, è necessaria anche una formazione culturale, oltre alla purificazione animica.

Prendiamo ad esempio il mito di Asar (Osiride) così importante nella cerimonia iniziatica della Camera di Mezzo maschile. Credo che chi abbia conseguito il grado necessario, possa poi trovare particolarmente interessante osservarlo anche attraverso le analogie che si manifestano in quella femminile dove i ruoli, le funzioni, i punti d’osservazione, si ritrovano ribaltati rispetto alle esigenze dei Fratelli.

Ad ogni modo, rimanendo in ambito maschile (per quello femminile si potrà dissertare in altra occasione, non certo meno importante), un primo elemento su cui dovrebbe essere opportuno riflettere, è la posizione che si fa assumere al postulante appena entra in questa camera: l’iniziando difatti entra in modo da non vedere l’Oriente ma solo il buio dell’Occidente. Si tratta di un Compagno, quindi di un soggetto che è ancora in una prima fase intermedia della sua ricerca in quella situazione e così gli viene detto che dovrà subire delle ulteriori prove.

Però, ricordiamoci che il nostro metodo, a differenza di altri che predispongono una diversificazione di alcuni settori iniziali (ad esempio, la massoneria azzurra) da quelli di approfondimento, di specializzazione, prevede un cammino senza soluzione di continuità e d’importanza, dal primo all’ultimo grado.

In quella situazione, una prima prova è costituita dalla pronuncia di affermazioni negative. Questo consiste in un importante problema preliminare, poiché il postulante è chiamato a scegliere di dare ascolto alla coscienza oppure di ignorarla e forse ritrovarsi a mentire (non credo sia il caso di dissertare ancora una volta sulle eventuali conseguenze, soprattutto personali ma ovviamente non solo, riguardanti la menzogna). Solo dopo aver letto la confessione e confermata la sua intenzione, al soggetto potrà essere consentito di girarsi per vedere la sala Maati. Si troverà di fronte alla rappresentazione della psicostasia; infatti presto dovrà essere “pesato”. Per questo gli si domanderà se vorrà proseguire per fare ulteriori esperienze; queste non sarebbero altro che un’ulteriore immersione nella nigredo, nel buio della tomba dove dovrebbe far morire la personalità. Tale operazione rituale la si compie poi in parte individualmente ed in parte la si subisce coralmente.

Ad ogni modo, la nostra liturgia di quella Camera, ci porta a riflettere sulle azioni che si sviluppano nel mito di Asar e sulla sua morte fisica per mano del fratello Seth. Ci suggerisce che esistono delle conseguenze pericolose, se ci lascia vivere lasciandosi sedurre dalle esigenze materiali, ovvero se ci si indebolisce mentalmente e spiritualmente. Qualunque sia la condizione esistenziale raggiunta, c’è sempre la possibilità di essere vittima di un predatore. Però, l’allegoria collegata a quel mito, ci indica che non tutto si esaurisce in modo definitivo ma la dinamica esistenziale continua in modo differente e straordinario. Infatti, quando tutto potrebbe apparire concluso in modo drammatico e definitivo, si manifesterebbe anche l’arrivo degli aiuti, ovvero delle entità esterne che avrebbero la possibilità di agire a nostro favore. In particolare nella nostra descrizione liturgica, gli aiuti consentono al fratello postulante di poter emergere dall’oscurità tombale, ma solo dopo che sia stato riconosciuto. Quindi, in modo analogico, nell’ipotesi di cammino verso ambiti luminosi, lo stato dell’essere deve essere tale da poter dimostrare la propria idoneità a chiunque sia preposto per tale verifica e quindi ad un riconoscimento.

Questa allegoria riguardante l’adeguatezza, il riconoscimento e l’interazione, seppur con modalità diverse, verrà poi riportata anche in altre camere.

In questa, se si fosse stati riconosciuti come idonei, allora si verrebbe accolti con la concessione della Chiave della Vita mentre la personale struttura spirituale, energetica, simboleggiata dal Djed, si ergerebbe di nuovo verso l’alto. Al compimento di ciò, si verrebbe poi accolti sul trono di Iside per un progetto di armonia e di fecondità animico-spirituale (analogia con le “nozze alchemiche”). In quel momento, tutto si dovrebbe manifestare come nelle intenzioni: il soggetto sarebbe un essere nuovo, avendo acquisito l’Ankh mentre la sua dirittura spirituale sarebbe stata rigenerata. Sarebbe proprio in questo frangente che l’allegoria di ciò che viene rappresentato durante quell’iniziazione, riassumerebbe ancora una volta, tutto il nostro cammino iniziatico.

Ovviamente, inoltrandosi in altre Camere, si possono trovare conferme di ciò che si abbia già sperimentato ma anche nuovi punti di vista. Ad esempio, nell’ambito dell’esperienza collegata ai Commendatori degli Astri, Patriarchi, Grandi Installatori Teologisti, potrebbe risultare evidente che in quella loro settima Camera ci si possa trovare ad un punto di svolta. Infatti, dopo le esperienze maturate in quella che si potrebbe definire più propriamente come sezione massonica, comprensiva della Serie Simbolica e della Serie Filosofica, qui ci si preparerebbe per accedere alla Serie Illuministica ove si distribuiscono e si sviluppano anche i suggerimenti degli “Arcana Arcanorum”, propri ed esclusivi del Rito Egiziano di Mitzraïm e Memphis Rettificato.

In questo grado si potrebbe, dovrebbe, mettere sotto esame sé stessi per verificare se anche la formazione, almeno culturale, riguardante tre dei filoni tradizionali (Ermetismo-Alchimia, Astrologia, Kabbalah) da cui attinge buona parte del complesso delle nostre liturgie, si sia acquisita e consolidata personalmente ad un livello dignitoso di base.

Alcune simbologie riguardanti elementi alchemici, astrologici e kabbalistici, uniti alle invocazioni per determinate entità angeliche, proprie anche della tradizione ebraica, caratterizzano in generale buona parte dei lavori previsti; questi, li ritroviamo in particolare, durante la cerimonia di iniziazione a Commendatore degli Astri.

Quindi, nel caso che ognuno possa scoprire in coscienza, di non essersi formato a sufficienza per tentare di decriptare quanto lo necessiti, potrebbe utilizzare il tempo di permanenza di questo grado (ma anche in altri superiori se vi è transitato comunque), per tentare di acquisire correttamente ciò che ancora non sia nelle sue disponibilità.

Ciò è indubbiamente necessario. Infatti non a caso, un passaggio liturgico di questa Camera, riporta: “…Noi insegneremo le Vie che conducono a Te e gli ignavi e gli empi torneranno verso di Te…”.

Questo passaggio potrebbe risuonare come un interessante collegamento con un altro presente nella liturgia di una Camera femminile: “…che io e le mie sorelle possiamo essere riuscite a renderci degne, almeno un poco, della discesa dello Spirito del Signore sopra di noi; per questo siamo state consacrate. Per essere in grado di annunziare ai poveri di spirito un lieto messaggio, di proclamare ai prigionieri delle tenebre la liberazione dal buio, di aiutare i ciechi a recuperare la vista oltre le miserie della materia, di aiutare gli oppressi dalle proprie passioni, a rimettersi in libertà…”

Ne consegue chiedersi anche quale impegno ognuno abbia profuso per essere nelle idonee condizioni di reale Conoscenza, al fine di trovare e di rivolgersi correttamente anche ad eventuali nuovi postulanti. Non dimentichiamo che solo un progressivo equilibrio tra mente e cuore, conseguente alla conquista del silenzio interiore (ovvero il controllo rettificante di emozioni e passioni) può portare ad essere nella giusta condizione per essere cercati ed individuati da uomini di Desiderio.

Le prove e le azioni che caratterizzano simbolicamente l’iniziazione a Commendatore degli Astri sono volte a suggerire, come da Tradizione, la trasformazione della “materia prima”. Essendo consapevoli della debolezza spirituale umana, si potrebbe comprendere perché sia previsto un tentativo di contatto con determinate presenze “angeliche”; questo al fine di essere aiutati non solo in ambito metafisico. Però, ognuno dovrebbe chiedersi se giunti a questo punto del percorso, si sia in grado di percepirle, così come si potrebbe o dovrebbe farlo anche nel caso di interazione con forze del piano orizzontale, ovvero quelle cosiddette “elementali”.

È nostro dovere interrogarci continuamente; dobbiamo sempre mettere in dubbio le nostre convinzioni con particolare attenzione a ciò e a come supponiamo possano essere configurate le personali caratteristiche spirituali, unitamente alla correttezza della formazione iniziatica ricevuta e sperimentata. Questo per non cadere nell’illusione di aver raggiunto chissà quali stati di coscienza, quando a volte, in realtà, ben poco si è realizzato.

Dobbiamo vigilare costantemente su di noi, sulle nostre finalità, sui nostri comportamenti, per non rischiare di divenire vuoti ed inutili esecutori di liturgie, che mai avrebbero la possibilità di attivarsi nella parte teurgica, senza un profondo contatto con la Coscienza, con la consapevolezza di tutto ciò e con la volontà di farlo, senza essere condizionati da emotività passionale.

D’altronde, la vita profana è spesso dura; sia dolori, che piaceri, ci allontanano continuamente dal centro del nostro essere spirituale. Non è affatto difficile inciampare e cadere pur avendo fatto qualche passo lungo la Via iniziatica; però, è importante riuscire ad avere l’umiltà di riconoscerlo e la volontà di rialzarsi.

Avendo sempre a riferimento il Supremo Artefice, quando si avesse la possibilità di giungere in prossimità delle cerimonie e dei suggerimenti propri deli “Arcana Arcanorum”, per poter interagire correttamente con le forze elementali ed angeliche, è però imperativo aver prima raggiunto interiormente qualcosa di stabile e di silenzioso. Camminare sul nostro percorso non è mai assimilabile ad un gioco di società come purtroppo avviene in qualche altro ambito; quindi, nei confronti di simili entità dobbiamo provare anche un giusto senso di Timore.

Ad ogni modo, senza voler continuare a dissertare su ciò che per alcuni potrebbe risultare bizzarro ed incomprensibile, proviamo a metterci nei panni di un Apprendista o di qualcuno che si avvicini per la prima volta al nostro cammino iniziatico. Un profano, osservandoci, si potrebbe, dovrebbe, domandare cosa facciamo e in cosa siamo coinvolti. È compito nostro guidarlo con chiarezza e prudenza, ricordando sempre che per lo più, chi si accosta ai nostri insegnamenti non possiede ancora un’intuizione in merito a ciò che trattiamo. Dobbiamo evitare di fornire interpretazioni o “decodificazioni” troppo personali e/o fantasiose (purtroppo a volte accade quando si ha la mente confusa per non aver intuito alcunché e meno che mai compreso) riguardanti simboli, allegorie, metafore, perché rischieremmo di condizionare in modo errato anche la sua comprensione. Le possibili intuizioni infatti, sono esperienze intime e soggettive. Il nostro compito non è imporre decodificazioni più o meno dogmatiche, ma offrire un metodo per tentare, in coerenza con le opportune indicazioni di direzione (frutto di reali sperimentazioni e non certo di sole letture) di dirigersi verso gli obiettivi del nostro metodo (sanciti anche dallo Statuto), in modo da imparare a riconoscerne un linguaggio, sia generale, che personale. È importante distinguere tra le decodificazioni culturali comuni e quelle riguardanti non solo le allegorie e/o le simbologie specifiche che caratterizzano il nostro sistema iniziatico. Ogni Obbedienza e ogni Rito, infatti, ne possiede un patrimonio preciso, che non sempre può essere interpretato in modo univoco. Ciò che per noi ha un significato profondo, potrebbe non averlo per altri. I testi liturgici del nostro Rito sono ricchi di riferimenti analogici con vari elementi delle correnti tradizionali più note, come ho già accennato ad esempio, quelle di natura ermetica, alchemica, kabbalistica, ecc. le quali aprono sempre molteplici possibilità di lettura. La prima domanda che un Apprendista (ma non solo) dovrebbe porsi ripetutamente è: che cosa sto cercando? Poi, una volta trovata auspicabilmente la propria “pietra occulta” (avendo perseverato nella sua ricerca ma non è cosa affatto scontata poiché non è facile riuscirci), dovrebbe chiedersi: che cosa è? Cosa faccio? Dove mi dirigo? È proprio in quel momento che forse comincerà per lui il vero percorso iniziatico. Sul piano spirituale e in una visione animica, ciascuno è guidato dalle proprie caratteristiche interiori verso esperienze differenti. Che lo si voglia o no, ognuno è frutto della propria eredità genetica, sia fisica, che spirituale. Solo con le giuste scelte, messe poi in pratica, si può modificare, almeno in parte, un progetto che altrimenti seguirà il suo indirizzo scritto sin dalle origini.

Un Apprendista forse intuisce che può tentare di camminare solo in base al proprio grado di consapevolezza. Però, poi, senza un dignitoso equilibrio mentale e/o carente della capacità di osservarsi, diventa per lui difficile tacitare le passioni personali e riuscire ad accedere a una vera intuizione. Non a caso la simbologia insita metaforicamente nell’esecuzione del suo primo viaggio iniziatico, dovrebbe suggerirgli che non sarà facile. Infatti, dovrebbe essere un’esemplificazione dell’esistenza nella materia, dove si cerca di incedere da “incoscienti”, tra rumori e inciampi, accompagnati da qualcuno che cerca di aiutarci, avendo bussato ad una nostra porta. Tra l’altro, al fine di non rifugiarsi in inutili fantasie, per lui dovrebbe essere importante ricordare anche i moniti presenti sulle pareti del gabinetto delle riflessioni; ma d’altronde se non si vive pienamente il presente, se si resta imprigionati nel passato o proiettati nel futuro, si corre il rischio di uno scollegamento tra cuore e mente. Poi, da questo squilibrio e dalla conseguente incapacità di “rettificarsi” correttamente, nasce la tendenza ad appropriarsi delle idee altrui, con una forma di auto-manipolazione, che non deve mai essere sottovalutata e meno che mai incoraggiata negli Apprendisti (ma non solo in questi ultimi; può accadere a chiunque). La via iniziatica richiede sempre l’esperienza diretta, i fatti concreti, ovvero la presa di coscienza di ciò che si è vissuto e sperimentato. Non necessita di estrosità immaginarie, non si devono suscitare emozioni fini a sé stesse, né mettere a tacere la propria coscienza per esigenze personali. Se la natura impone un adattamento intelligente come mezzo di sopravvivenza, è indispensabile tenere presente che l’Io materiale, se lasciato libero di dominare, tende a soffocare la voce della coscienza e probabilmente, a causa dell’emotività passionale, anche quella dell’intelligenza.

Per questo motivo, ad un nostro postulante viene suggerito qualcosa d’importante collegato ai suoi ipotetici impegni esistenziali ancora prima di essere formalmente accolto; però, proprio perché viene dal mondo profano, non è detto che colga subito il suggerimento. Infatti, col Testamento gli viene comunicato implicitamente che ci sono delle responsabilità a cui far fronte: nelle tre domande c’è in sintesi tutto il percorso del Rito. Ad ogni modo, un postulante non è abituato ad assumersi sempre la sua responsabilità, similmente a come accade nella sua vita profana; dipende anche dalla sua eredità genetica.

Come ci suggerisce l’esperienza, grado dopo grado, non è detto che poi abbia mai colto e che abbia acquisito la comprensione delle responsabilità rispetto alle tre domande che gli sono state rivolte nel Gabinetto delle Riflessioni, a cui è necessario aggiungere implicitamente quella verso il Rito. Spesso in merito a questi argomenti, purtroppo si risponde pronunciando parole in libertà, prese a prestito da vari ambiti culturali. Tipico manierismo massonico accattivante.

Però il nostro metodo, i nostri strumenti, a partire da quelli utilizzati per la ritualità sull’Ara, consentono di tentare d’intuire per poi forse riuscire a capire qualche cosa di più. Il metodo, come già accennato molte volte, suggerisce movimenti, passi interiori, studi, ecc. tendenti a rettificare ciò che si scopre lo necessiti. Così, forse, si potrebbe sviluppare la personale intuizione e poi, auspicabilmente, anche la propria comprensione.

Non a caso si chiede all’Apprendista di fare silenzio.  Questi normalmente, non capisce cosa gli viene chiesto. Di solito intende semplicemente di non parlare. Non riesce ad intuire la necessità di conquistare un ben più importante silenzio interiore che come tutti sanno o dovrebbero sapere, è una delle cose più difficili da ottenere per chiunque.

A volte anche chi avesse avuto accesso ai gradi più alti, si rende conto di non averlo raggiunto stabilmente; sempre ammesso che ci sia mai riuscito. Infatti, poi, è capitato ad alcuni di ricordare qualche occasione in cui si possa aver parlato a vanvera in modo presuntuoso e oggettivamente inutile, quando non è stato addirittura dannoso.

Di solito, in merito al silenzio, per un Apprendista è complicato intuirne l’esigenza e la responsabilità. Infatti in prima istanza, può trovare per lo più abbastanza incomprensibili i suggerimenti che dovrebbe acquisire dall’acronimo V.I.T.R.I.O.L., finalizzati anche a quella conquista. Così, è abbastanza normale che per molti sia difficile realizzarla in tempi brevi.

Ad ogni modo, se si supererà correttamente la fase iniziale (ma non è affatto un’opzione scontata), allora, si potrebbe cominciare a pronunciare qualcosa da veri Iniziati oppure scegliere di continuare a rimanere in silenzio.

Ogni volta che si parla, soprattutto all’interno del Tempio durante i Lavori, succede sempre qualcosa. È una conseguenza anche fisica. Infatti il suono si propaga attraverso gli elementi che in qualche modo reagiscono. Però, ricordiamoci che in assenza di materia, non c’è vibrazione sonora percepibile fisicamente.

Quindi, sarebbe opportuno meditare anche su come si trasmette il pensiero, l’afflato animico nel mondo spirituale.

Però, chiunque parla nel Tempio, lo fa perché gli è stata conferita una responsabilità che ha giurato di assumersi.

È diverso ciò che può pronunciare un profano, rispetto a quello che deve o dovrebbe fare un Iniziato. Quest’ultimo non dovrebbe mai parlare giusto per il gusto di farlo o per esibirsi durante una cerimonia rituale (i manierismi inutilmente aulici e per lo più noiosi all’ascolto di un vero iniziato, sono da evitare). In quel modo non si creerebbe niente, si rischierebbe anzi, di distruggere l’armonia spirituale e forse anche di provocare qualche cosa di peggio.

Un Apprendista in particolare (ma vale anche per altri) deve essere aiutato a comprendere che non è pronto. Forse potrà esserlo per qualcuno, il giorno in cui potrà prendere coscienza della responsabilità insita nei tre quesiti del testamento di cui ho fatto cenno sopra, e di cosa vi abbia risposto. Però non è escluso che chiunque possa riuscirci solamente una volta che sia giunto correttamente, ovvero in modo coscientemente consapevole, sino all’ultimo grado.

Da ciò si potrebbe dedurre che non esistono posizioni intermedie in cui fermarsi; è necessario per ognuno completare correttamente l’esperienza del percorso sino all’ultima di tutte le Camere, mentre opera anche in modo da avere nuovi postulanti a cui trasmettere ciò che avrà acquisito.

Nei vari gradi si insisterà implicitamente sempre su quei tre quesiti iniziali rivolti al Postulante, espansi e osservati da diversi punti di vista. Per lo più si tratterà di un’espansione su più livelli, di tutto ciò che era stato sintetizzato in quelle poche parole che ben pochi hanno la possibilità di comprendere in prima istanza.

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L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Settembre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.

DESCRIZIONE ARTICOLO:

I nostri riferimenti rituali sono pervasi da allegorie, metafore, simbologie, provenienti da concetti filosofici, da racconti religiosi oppure leggendari, da filoni misterici, ecc. Quindi come ho già accennato, è necessaria anche una formazione culturale, oltre alla purificazione animica.

Prendiamo ad esempio il mito di Asar (Osiride) così importante nella cerimonia iniziatica della Camera di Mezzo maschile. Credo che chi abbia conseguito il grado necessario, possa poi trovare particolarmente interessante osservarlo anche attraverso le analogie che si manifestano in quella femminile dove i ruoli, le funzioni, i punti d’osservazione, si ritrovano ribaltati rispetto alle esigenze dei Fratelli.

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Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.

Al centro dell’Ara dei Giuramenti viene deposto il Libro della Legge Sacra, aperto sul Vangelo di San Giovanni. È il punto focale della cerimonia in cui si compie il Mistero del Rito Sacrificale: rappresenta il Verbo Divino e le leggi ineffabili della Creazione, che l’iniziato è chiamato a intuire e, per quanto possibile, comprendere.
Sopra di esso si collocano, incrociati, la Squadra e il Compasso: strumenti fondamentali del Lavoro interiore.
La Squadra indica la necessità di precisione etica e coerenza: invita a misurare ogni pensiero, scelta, parola e azione, avviando l’immersione cosciente nella Nigredo, prima fase dell’Opera alchemica.
Il Compasso, simbolo della coscienza attiva, orienta la connessione tra cuore e mente. Serve a purificare la parte ricettiva dell’anima, rendendola degna di ricevere la Luce e permettendo allo Spirito di prevalere sull’Io materiale.

L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.

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