A partire dal 1945, la legittima fusione dei due Riti egizi, presentati in alcune forme particolari alcuni secoli addietro, ha portato ad evidenziare vari elementi che fanno parte dell’odierno metodo di ricerca spirituale da noi proposto; questi, da quel periodo, sono stati scelti unitamente a determinati strumenti che troviamo collocati sull’Ara durante i Lavori.
Come abbiamo già dissertato più volte, quelli che vediamo sono per lo più riconducibili alle associazioni di mestiere dei “costruttori”. Ma anticamente, a seconda dei luoghi, sappiamo che ne erano stati usati anche altri in base a differenti attività di riferimento.
Per esempio, a Ravenna esisteva la consorteria dei Pescatori, in Toscana quella dei Tessitori e in ulteriori luoghi, altre ancora. Quindi, in quei tempi e in quegli ambiti, erano stati utilizzati anche gli strumenti propri di quei mestieri.
Tutti questi erano e sono per lo più dei mezzi funzionali per procedere a supporto di varie narrazioni allegoriche, finalizzate a indicare specifiche direzioni di ricerca che fanno parte di un metodo specifico.
Tra l’altro, nell’immaginazione collettiva, ciò che chiamiamo Tempio interiore necessita di intuizioni e di azioni che parrebbero implicare il concetto di costruzione.
I differenti testi liturgici dei nostri gradi, dal primo all’ultimo (non si prevede alcuna soluzione di continuità), tendono a volerlo ricordare. Però, rispetto all’esigenza della costruzione, premettono la necessità di fare prima pulizia, di purificare, di rettificare ciò che lo necessita. Ad esempio, la conquista del silenzio interiore, progressivamente liberato da pensieri, immagini, per lo più passionali, è collegato a quella pulizia animica (punto di vista mistico) di cui abbiamo già parlato molte volte, sia tramite il punto di vista ermetico-alchemico, che quello kabbalistico ma ovviamente non trascurando di riferirci anche a quelli delle tradizioni orientali, che si presentano per lo più analogiche e convergenti.
Ad ogni modo, osservando la nostra Ara, dovremmo notare subito, come prioritari, due elementi indispensabili: il Libro Sacro e forse prima ancora, il Settenario (Menorah).
Da un punto di vista mistico, l’intenzione di collegarsi in modo teurgico con l’ambito metafisico, si manifesta con l’accensione delle luci simbolicamente collegate a particolari entità riconducibili anche a tre dei mondi kabbalistici della creazione (è una conformazione analogica anche a varie altre cosmogonie religiose), al fine di riuscire ad interagire, auspicabilmente, con i livelli spirituali che indichiamo come Supremo Artefice che poi invochiamo nell’auspicio, non solo in modo soggettivo, di ricevere risposte non percepibili. Non a caso, una volta accese quelle sette fiammelle, se si dovessero spegnere anche solo accidentalmente, proprio perché si tratta di qualche cosa che avviene all’interno di un’azione rituale, per noi potrebbe costituire una sorta di campanello d’allarme riconducibile ad un probabile problema spirituale importante, sia di un singolo soggetto, che collettivo; il Venerabile (o la Venerabile Maestra Agente, in ambito femminile) dovrebbe quindi cercare di risolverlo secondo le istruzioni particolari che ha ricevuto.
Il Libro Sacro, per noi costituito dalla Bibbia, è a sua volta un simbolo (ma non solo), come lo è il Settenario; in tal modo, su di essi e per essi abbiamo fissato precisi valori. Entrambi diventano così, anche strumenti operativi con molteplici funzioni.
In altre Obbedienze o Riti, il libro può essere diverso oppure, come ad esempio in alcune situazioni non solo in Francia, non c’è affatto; a volte, al suo posto ci potrebbe essere un libro con pagine bianche. È evidente che ogni situazione riflette una propria concezione metodologica e operativa che, come si può notare, in quei casi è differente dalla nostra.
Per noi, il Libro Sacro è un simbolo particolare tramite il quale si intende evidenziare e ravvivare un rapporto tra il Supremo Artefice (che ognuno intuisce in modo soggettivo e di cui si potrebbe dissertare in altra occasione), la creazione in generale e l’uomo in particolare. Quindi, è anche uno degli strumenti attraverso i quali si cerca d’intuire le ineffabili regole spirituali, esistenziali, poste in essere sin dall’inizio della creazione, immaginando varie possibilità per tentare di riuscirci, come quelle suggerite dal punto di vista kabbalistico desumibile dall’acronimo “PARDES”. Quel libro può costituire un emblema riconducibile alla spiritualità più elevata, a cui ci si ispira nell’impegno di lavorare correttamente; come tale, è preso in esame, sia singolarmente (studi e meditazioni), che in modo corale (elemento simbolico, operativo, all’interno della cerimonia), per tentare di evolvere dal Caos delle passioni umane, legate non solo alla materia.
Per questo precisiamo subito ad un Postulante anche l’esistenza di alcuni doveri, a partire dalle tre domande riguardanti Dio, l’umanità e lui stesso. Poi, lo ricordiamo continuamente attraverso i simboli, le allegorie e le metafore presenti nei testi liturgici, al fine di favorire un’evoluzione spirituale.
Ad ogni modo, come già accennato, le immagini, gli oggetti derivati dal mondo delle costruzioni, sono stati scelti a suo tempo, perché sono apparsi idonei per suggerire varie azioni da mettere in essere nella personale interiorità.
Ad esempio: squadra, compasso, livella, regolo, prevedono in primo luogo varie tipologie di misurazione, le quali risultano personalmente indispensabili anche prima di procedere con alcune azioni su sé stessi, le cui auspicabili conseguenze sono esemplificate dalle differenti forme delle pietre poste piedi dell’Ara.
Sono strumenti dell’azione da rivolgere verso sé stessi, al fine di tentare, sia a livello psichico ma soprattutto animico, una modifica della normale, grossolana, struttura materiale, di chi viene accolto. Nel caso dell’Apprendista, il quale è per conformazione di base, ancora afflitto da vario rumore profano che gli affolla la mente, una delle cose che vengono indicate per procedere con le misurazioni, è quello di guardarsi allo specchio con rigore assertivo, cosciente, così come potrebbe suggerire l’elemento costituito dalla squadra.
Quindi, il nostro metodo offre diverse opzioni d’indagine personale oltre a quelle derivate dalle molteplici interpretazioni delle allegorie identificabili negli oggetti e nei testi liturgici, previsti nelle tornate di Lavoro, a seconda dei gradi.
Esistono ad esempio, quattordici meditazioni strutturate, estrapolate da quelle pubblicate all’inizio dal secolo scorso, da parte di Paul Sedir, utilizzate anche in ambito Martinista. Tramite quelle, un soggetto ha la possibilità di interrogarsi con punti di vista specifici sul proprio vissuto, sino a dove la memoria lo consentirà. Se poi avesse l’opportunità di confrontare i risultati delle meditazioni con le decodificazioni della personale ed esclusiva mappa natale (ovviamente, solo per chi abbia approfondito questi studi), allora la presa di coscienza di sé, diverrebbe molto più completa. Tramite tutti questi strumenti, ripetendo con metodo le esplorazioni interiori, un soggetto se riconosce le personali problematiche passionali e ne diventa consapevole, può ritrovarsi spogliato dai loro condizionamenti impliciti, per lo più automatici, similmente a come accade per una cipolla di cui si elimina uno strato alla volta. Infatti, allorché si scoprano alcuni aspetti di sé che necessitano rettifiche, e secondo i suggerimenti dell’acronimo VITRIOL, si cominci a modificarli, nella successiva occasione di meditazione è possibile che si notino anche altre cose che non erano stata viste precedentemente, avendo nel frattempo liberato dello spazio interiore da vari rumori, come conseguenza dall’essere riusciti a pulirsi, anche a livello animico.
Come ho accennato, oltre alle meditazioni, per chi ne abbia la capacità, abilità e volontà, sono proposte delle tecniche astrologiche, le più semplici per iniziare, attraverso le quali un soggetto ha la possibilità di scoprire le personali predisposizioni esistenziali e con particolare attenzione anche le personali passioni con cui dovrà avere a che fare per tutta la vita; a volte si presenteranno particolarmente accentuate, altre volte lasceranno, auspicabilmente, più tranquillità. Ma ciò che necessita di rettifica non sono solo quelle cose che fanno meno piacere. Varie volte si ha avuto modo di parlare degli equivoci che si creano per alcuni che si avvicinano a noi, avendo particolare attaccamento a punti di vista romantici, edonistici e quindi passionali. Ebbene, costoro hanno poche speranze di affrontare e di camminare correttamente sul nostro percorso, per il semplice motivo che esso è antitetico a tali abitudini emotive. Si fonda sul fluire armonico dei pensieri, senza quei picchi tipici di chi è totalmente invischiato nelle passioni.
D’altronde, nel caso in cui ci si ritrovi autorizzati a frequentare progressivamente determinate Camere, questo implica la possibilità di trovarsi di fronte a differenti porte d’accesso per l’ipotetico ambito metafisico (di cui “normalmente” non si conosce alcunché; è bene tenere sempre presente che è per questo che ci si può identificare anche come ricercatori), ma indica anche la responsabilità che ognuno dovrebbe assumersi verso i Fratelli. Si auspica che un soggetto sia riuscito a crescere parallelamente a quei riconoscimenti, a quelle autorizzazioni, ma se ciò non fosse avvenuto, si presenterebbe per lui e per tutti un grosso problema.
Così, continuando ad osservare gli strumenti, può essere intuibile la metafora riguardante il martello e lo scalpello. Sono elementi tra i più noti in ambito massonico, assieme a squadra e compasso. Come gli altri sull’Ara, ci suggeriscono che dobbiamo liberarci di qualcosa di resistente a livello animico. L’auspicabile armonia dei pensieri tendente al silenzio, è un obiettivo necessario perché, altrimenti, difficilmente ci si può trovare, secondo il nostro metodo, nella condizione ottimale per interfacciarsi con l’ambito metafisico; i soliti problemi della materialità affollano i pensieri di tutti noi. Non facendo fluire armonicamente i pensieri, questi problemi diventano poi preponderanti, insostenibili, nella quotidianità.
Riuscire ad interagire non implica necessariamente aver acquisito la conoscenza di quell’ambito ma solo aver compreso attraverso nuove o riattivate facoltà, come si riesce ad utilizzare ciò che potremmo definire una sorta d’interruttore per attivare una luminosità spirituale di cui un profano per lo più ignora l’esistenza. Si tratta semplicemente di uno strumento per poter interagire con qualche cosa di misterioso; questo ha poi conseguenze sistematiche anche sulla materia ma di quel contesto metafisico si continua per lo più ad ignorare quasi tutto, dal momento che, come ho già accennato, le normali predisposizioni psicofisiche non sembrano adatte per tale indagine. Le eventuali intuizioni, le visioni (per chi le abbia in particolari circostanze) restano a livello di esperienze soggettive, affatto comunicabili.
Non tutti hanno capito di essere divenuti oggi quello che sono, in virtù di ciò che hanno vissuto. A questo si aggiunge anche il permanere di desideri e di sogni che costituiscono un’attrattiva molto forte, soprattutto negli anni giovanili ma che dovrebbero esserlo meno nell’età avanzata. Se si vive nel ricordo o nella continua proiezione verso il futuro oppure in alcuni casi, in entrambe le condizioni, non si esiste nel presente, supponendo così di essere ancora chi si era prima o di potersi mantenere in proiezione di progetti, magari troppo alti, irrealizzabili, che possono condurre a vivere nella pura fantasia. Così, come conseguenza, si assiste frequentemente anche a fenomeni di depressione e ad altre condizioni di afflizione psichica; ciò in particolare se si sia vissuto o si stia ancora vivendo in funzione di un sogno troppo elevato oppure di semplici fantasticherie. Quando questo accade, si avvertono dei disturbi nei flussi vitali, energetici (su questo sono molto specifiche le tradizioni orientali) e così questi soggetti si ammalano più frequentemente e gravemente di altri.
Fin dal primo grado, sappiamo di dover prendere coscienza di noi e di lavorare sull’aspetto animico, insistendo su quelle possibilità intellettuali, riconducibili al fare quotidiano. Mantenendosi sotto osservazione, si può individuare qualcosa di sé che non va bene e così si interviene con gli strumenti che si hanno a disposizione (simbologie varie e suggerimenti anche orali fanno parte del metodo). Quando si agisce in tal modo, è opportuno essere consapevoli se lo si stia compiendo in modo passionale oppure a livello assertivo; ma in effetti, non è sempre scontato che al di là dei pronunciamenti anche aulici, si voglia agire veramente sulle rettifiche di sé stessi.
Ad ogni modo, è importante osservare quante cose possono essere suggerite dagli strumenti.
Ad esempio, se si pensa alla leva, strumento potente, è indispensabile essere liberi da pericolose passioni per riuscire a posizionarne correttamente il fulcro. Collocandolo lucidamente nel posto giusto, basta poco sforzo per imprimere la forza necessaria al lavoro, senza esagerazioni distruttive. Quello eseguito sulla pietra grezza verrà fatto secondo misurazioni, a seguito di prese di coscienza e via discorrendo.
Sull’Ara, ogni strumento deve portare a essere preso in considerazione in modo simile da parte di tutti coloro che fanno parte della stessa struttura, al fine di riuscire a realizzare un lavoro corale.
È anche indispensabile tentare di distinguere i simboli dalle allegorie e dalle metafore, così forse, leggendo il testo liturgico, si potrebbe cominciare a intuire ciò che esiste da sempre sotto lo scritto letterale, in modo da rinvenire quel metodo tradizionale che è propriamente della via che abbiamo scelto.
I nostri sono specifici momenti teurgici in cui tutti sono chiamati a intervenire. Durante l’esecuzione, i dignitari saranno attivi in prima persona, ma gli altri presenti all’Oriente e tra le Colonne sono invitati ad agire mentalmente, con l’anima, e spiritualmente. Se questo non lo si mette in pratica, si rischia di rompere quell’armonia che tramite le invocazioni del Venerabile (o della Venerabile Maestra Agente in ambito femminile) tende a condurre verso un auspicabile contatto con i livelli spirituali del Supremo Artefice. A tal proposito, sarà utile provare a meditare sulle richieste di amore, sul timore e sulla speranza, chiedendosi come ci si rivolga a “Lui” in questi termini. Questo per essere coscienti in merito a cosa si voglia veramente tendere con un auspicabile contatto durante i lavori. In tal caso, sarà anche interessante intuire cosa si porti poi fuori nella quotidianità. Ce lo si dovrebbe cominciare a chiedere fin dal primo grado, ma ancora di più, dopo.
Se si continua ad osservare ciò che è contenuto nel Tempio, si potrebbe notare anche il cosiddetto “Quadro di Loggia” (ne esiste uno specifico per ogni nostra Camera). Pur presentando riferimenti iconografici e simbolici che possono apparire affini a quelli di altre Comunioni, Riti o Strutture, si esige una distinzione netta e inequivocabile. Le interpretazioni delle simbologie non sono necessariamente convergenti con quelle adottate da altri, poiché esse sono strettamente legate allo sviluppo e alla coerenza del metodo del nostro Rito. Non a caso, a volte, per qualcuno che proviene da differenti strutture, si è notata una certa confusione nelle interpretazioni. Altri Riti/Obbedienze hanno la legittimità di illustrare i simboli, secondo le esigenze del loro cammino, ma tali vie spesso si distanziano in modo significativo dal Sentiero che percorriamo. Pertanto, se alcuni tra noi persistessero accidentalmente nell’equivoco e nella confusione, questo non sarebbe funzionale non solo per il loro progresso spirituale. È nostro dovere primario e imprescindibile mantenere ferma e chiara la trasmissione degli insegnamenti, sia nel contenuto, che nel metodo, con cui essa viene suggerita.
Un tempo prima della fusione dei due Riti, durante i Lavori, anche per noi esisteva la modalità tramite la quale, veniva disegnato il Quadro sul pavimento della Loggia stessa. Questa pratica, tuttavia, è stata abbandonata e non è più in uso. Da molti decenni si è preferito adottare una sintesi iconografica, posta all’Oriente. In tal modo, questa diviene un punto focale di meditazione, garantendo che i riferimenti essenziali siano continuamente indicati con precisione a tutti i partecipanti. Volendo soffermarsi qualche istante sull’analisi del Quadro (ad esempio quello in Camera d’Apprendista maschile che si presenta decisamente differente da quello femminile, anche se in buona parte analogico ma di quest’ultimo potremo disquisire in altra occasione), si potrebbe sottolineare come nel guardarlo, l’attenzione si concentri immediatamente sulle due Colonne che raffigurano quelle poste all’ingresso. La loro foggia egizia è decisamente differente da quella che si può osservare in altre architetture ma l’analisi deve penetrare oltre l’apparenza iconografica. Ogni nostra Colonna incarna una simbologia composita. In tale struttura, i colori ermetico-alchemici (rosso, nero, bianco) si distinguono con chiarezza, assolvendo alla funzione primaria di avvertire l’iniziato in merito a ciò che tale ingresso implica; varcando la soglia, egli sarà inevitabilmente sottoposto a influenze dicotomiche. Dovrà imparare come bilanciarle attraverso le sequenze esperienziali indicate anche dai colori. Il principio di dualismo è rafforzato dall’osservazione della simbologia del Sole e della Luna. Quei Luminari si presentano con una disposizione ribaltata rispetto a quella osservata all’Oriente. Questo favorisce la creazione di due triangoli opposti, incrociati; sovrapponendoli formano un esagramma con al centro l’Ara. È per altro interessante prestare attenzione ai Cubi di colore Bianco posti alla base di entrambe le Colonne. Quel colore è cruciale assieme alla forma strutturale, poiché esso completa l’assetto cromatico generale, stabilendo un collegamento diretto con i tre colori fondamentali della Grande Opera. Su ogni Cubo, a seconda della colonna, sono rappresentate le immagini delle due funzioni operative essenziali: quella attiva e quella recettiva equilibrante. Sono incarnate dalla Stella a Cinque Punte e dall’Esagramma, simboli di cui valenza si è già discusso a lungo in varie occasioni. Già solo dall’analisi delle Colonne e dei loro elementi sovrastanti (l’architrave con un simbolo molto importante che però non riportato in questo quadro), si evincono le profonde differenze tra l’interpretazione della nostra simbologia e quella di altre Comunioni. È imperativo richiamare costantemente il linguaggio ermetico-alchemico espresso attraverso i colori, per rammentare il Principio Attivo e il Principio Ricettivo. Questi sono alcuni prerequisiti culturali da approfondire nel momento in cui l’iniziato varca la Soglia. Si deve essere consapevoli che l’ambiente interno della Loggia (quindi anche del Tempio interiore) sarà intrinsecamente sottoposto a questi stimoli dinamici di dualismo e di ricerca d’equilibrio.
Si potrebbe portare poi l’attenzione sui Nodi d’Amore che contornano l’intero Quadro di Loggia formando una sorta di cerchio che però non si chiude (è aperto un varco tra le colonne). Il loro aspetto cromatico richiama più elementi e funzioni ma anche direttamente l’obiettivo da conseguire. Il colore rosso in ambito maschile stabilisce un collegamento immediato con la fase finale della Grande Opera alchemica: la Rubedo (in quello femminile il colore è blu ma su questo sarà opportuno dissertare in altra occasione specifica). L’iniziato è chiamato anche a sciogliere elementi precedentemente fissati o a fissare nuove miscele spirituali complesse. La dinamica di fissare e di sciogliere (sono concetti prettamente alchemici), è determinata dalle esigenze che il soggetto incontrerà durante il suo personale incedere interiore.
Il significato complessivo è ulteriormente rafforzato dalla forma specifica dei nodi rappresentati con una valenza universale, immaginata come un infinito a-temporale e a-spaziale. Questa immagine ha infatti riscontro anche nell’ambito della simbologia matematica ed è visibile in alcuni copricapi presenti nelle carte dei Tarocchi; sono suggerimenti emblematici che richiamano il concatenarsi del potere creativo nell’espansione infinita.
Si può notare di nuovo la presenza del numero sette e una sorta di risonanza numerica, la cui importanza era già stata più volte trattata in varie occasioni. Ad esempio se si riporta l’attenzione sulla Menorah (elemento presente sull’Ara, di cui ho fatto cenno), questa, in unione con i Nodi d’Amore, suggerisce anche l’esistenza di sette passaggi iniziatici che devono essere attraversati e compiuti dall’iniziato. Il numero Sette è centrale: oltre a indicare i sette passaggi, può essere ricondotto anche ai sette stati dei tre mondi interiori, richiamando una complessa mappa kabbalistica, riferita all’evoluzione spirituale tendente alla reintegrazione originale.
Proseguendo con l’osservazione di quel Quadro, si potrebbe portare l’attenzione su un elemento che sovrintende ogni cosa. È l’indicazione dell’Acronimo di sette lettere che si impone come determinante per il Rito riferendosi al Supremo Artefice. Costituisce la chiave di volta del metodo operativo e della comprensione per la trasmissione iniziatica. La sua funzione pratica e spirituale, ne conferma la supremazia su ogni azione intrapresa, su qualsiasi attività svolta all’interno del Tempio che devono essere sempre orientate e compiute secondo i dettami che discendono da quell’Acronimo, il quale funge da riferimento costante alla Divinità stessa (ribadisco il concetto di mistero e di intuizione soggettiva per chiunque).
Il lavoro e l’incedere dell’iniziato, guidati da tale principio, sono un auspicio di ricongiungimento ai piani spirituali più elevati, ovvero alla Fonte originaria da cui tutto ha avuto inizio e da cui l’essere umano discenderebbe.
L’Acronimo sarebbe dunque la chiave che permea la volontà e l’azione di un nostro iniziato verso la reintegrazione cosmica. D’altronde, non a caso, un altro simbolo egizio, che è a sua volta straordinariamente importante, composito, è dato dal Kneph Alato (nella nostra struttura templare è posto all’oriente sopra il baldacchino) che contiene l’Ankh, presentato come un emblema tipico del nostro Rito; sintetizza i principi egizio-alchemici di sovranità, di vita e di perfezione.
Ritornando alla grande opera, all’interno di quello che è anche un simbolo della dominazione solare, regale, abbiamo questa rappresentazione del rosso, colore del fuoco divino nella forma apicale del Sole, quindi inteso come Rah nel punto più alto. Ma contemporaneamente, essendo alato, potrebbe anche essere una fusione con il Falco Horus, che diventa un simbolo solare. Il Kneph Alato che contiene l’Ankh non è una figura isolata, ma è completato e cinto dall’ Ureo, rappresentato da due Cobra. Questa presenza non è casuale, ma (sempre riferendosi alla mistica egizia) è un elemento di protezione divina a di salvaguardia dell’entità spirituale che il simbolo incarna. Nel nostro Rito, l’Apprendista che avrà modo di proseguire, potrà ritrovarsi operativamente a dovere gestire in particolare questo simbolo allorché riuscirà ad accedere alla camera del Maestro.
Rappresentato poi nel quadro, c’è anche un Delta, anche esso composito. Questo triangolo equilatero è riconducibile a varie ipotetiche interpretazioni, comunque raffiguranti la trinità (su questo sarebbe necessario un lungo approfondimento, viste le molteplici complessità religiose che a loro volta ne nei millenni hanno influenzato l’interpretazione). È dal fuoco che nasce tutto il resto, ma è un fuoco che nasce dalla comprensione ricettiva di ciò che è fluito spiritualmente. La riflessione sul simbolo della Trinità Divina e dell’Unità che si manifesta in tre principi, ha permesso di stabilire precise e variegate analogie con i sistemi cosmogonici universali, dimostrando come il principio ternario sia una costante nella rappresentazione anche in varie religioni (Egizia, Induista, Cristiana, ecc. a loro volta, a seconda dei periodi, influenzate anche dalle filosofie gnostiche) per le quali sintetizza alcuni esempi che confermano come il Triangolo non sia un simbolo statico, ma una formula dinamica che, in ogni cultura, articola l’unità in principi di emanazione, flusso e comprensione, o di attività, passività ed equilibrio. Osservando il centro del Triangolo, si nota l’occhio egizio, chiamato Udjat. L’Occhio onnisciente è un emblema che si ritroverà anche in altre Camere del Rito stesso. Dal punto di vista simbolico, esso corrisponde all’Occhio di Horus (o di Rah a seconda del punto di vista). Conseguentemente, l’Occhio onnisciente contemplerebbe ogni cosa. Tutto questo è in collegamento con altre Camere, ove l’emblema della Stella Fiammeggiante, inattiva nel grado d’Apprendista, si accenderà. La costruzione di questa Stella nasce da tre triangoli intrecciati tra loro; nove punti che si congiungono per sintetizzarne cinque. Sono carichi di significati simbolici e rappresentano ad esempio, i cinque elementi orientali quali l’acqua, aria, terra, fuoco ed etere e i cinque sensi ricondotti alla materia. Potrebbe essere ricondotta anche alla simbologia venusiana se si pensa ad un principio particolarmente importante per il flusso vitale che ha dato origine alla creazione. Al suo centro è posta la lettera “G”. Al di là delle possibili interpretazioni, tra noi questa è prevalentemente ricondotta alla “G” di Gnosi, nel senso più puro del termine, quale conoscenza spirituale, illuminazione e comprensione profonda. Essa conduce l’adepto dal mondo dell’umanità a quello più elevato, quello della triade kabbalistica superiore, il mondo da cui tutto trae origine, per poi discendere nei tre successivi fino al nostro piano di esistenza. Disquisendo su ulteriori livelli di interpretazione, deducibili dal testo liturgico, si può immaginare la particolare posizione assunta dal Venerabile Maestro, forse collegata alla Sephirah nascosta: Da’at. Quel ruolo è ipotizzato come auspicabile principio di Conoscenza, che funge da ponte spirituale tra il piano divino e quello manifestato.
Se poi si porta l’attenzione sui due movimenti sinusoidali intrecciati con direzione verso l’alto, questi sono riconducibili oltre al caduceo già analizzato più volte, anche a quelli energetici-spirituali e ai chakra immaginati in Oriente. Però possono riguardare anche alcune ipotesi di sviluppo kabbalistico per passare da Malkhut a Keter, senza utilizzare direttamente un percorso centrale.
Due Luminari sono raffigurati nella parte superiore del Quadro. La loro disposizione già evidenziata come differente, ribaltata, rispetto a quella assunta sulle Colonne, può ricordare anche le posizioni di due Sephirot della Triade Kabbalistica superiore, in merito al fluire dello Spirito e poi al suo consolidarsi nell’atto creativo. Il Sole con un’effige riconducibile al culto di Aton, è associato al principio solvente; è la forza dinamica, l’energia attiva che dissolve l’oscurità e spinge al cambiamento. Simboleggia l’energia creativa e onnicomprensiva, particolarmente importante nell’ambito del grado di Apprendista, poiché la Colonna del Sole (per altro come già detto, composita dal punto di vista simbolico) è quella illuminata per definizione.
Passando a ciò che nel Quadro si evidenzia tra le colonne, si può analizzare l’Ara. La sua geometria richiama i riferimenti del quaternario, conferendole stabilità e centralità spirituale. Il suo colore azzurro in questo ed in altri gradi, è riferito alla spiritualità più elevata. In merito alla raffigurazione degli oggetti su di essa, già ampiamente sviluppata in altre dissertazioni, si possono riprendere sinteticamente alcuni riferimenti Kabbalistici, riguardanti la Menorah, riconducibili ai sette pianeti e di conseguenza, alle essenze angeliche che ne costituiscono le signorie.
In merito al Libro Sacro che viene aperto sul prologo di San Giovanni, e sulla cui presenza o assenza in altre Obbedienze si è fatto cenno più volte, è indispensabile accennare ad un legame diretto con i concetti di Luce, di Creazione ma anche con la Tenebra stessa, in quanto parte intrinseca dell’atto creativo nella sua totalità dinamica in continuo movimento interattivo.
Riferendosi al pavimento a scacchi, è opportuno ribadire che il concetto di Scelte e di Responsabilità non sono due opzioni da tenere distinte. Nel momento in cui l’Iniziato compie una scelta, egli ne assume la piena responsabilità, sia verso sé stesso, che verso gli altri. Se poi si evitasse l’idea di immaginare di poter camminare esclusivamente su un solo colore o tra gli stessi, si potrebbe intuire meglio come un Iniziato sia solo un essere umano che cerca una strada per evolvere spiritualmente. Egli camminerà inevitabilmente su tutti i quadranti e dovrà accettare la responsabilità di ogni passo, inclusi gli errori. Questo per riuscire poi a liberarsi dai condizionamenti delle passionalità e dagli elementi negativi che gli offuscano la mente.
Nella parte bassa del Quadro, si può notare la posizione di Squadra che sormonta il Compasso; sono elementi che si richiamano insistentemente come guida fondamentale. La loro interpretazione simbolica per l’agire interiore ed esteriore, è già stata approfondita più volte. L’Ankh al centro dei due strumenti, simboleggia il flusso vitale che, in funzione della loro posizione, può essere portato a un livello spirituale più elevato. L’alloro che li contorna, è da millenni il simbolo universale di vittoria, gloria, sapienza e immortalità ma anche di Vittoria e Onore a cui si possono aggiungere Protezione e Immortalità; infatti essendo sempreverde, i suoi rami simboleggiano la vita eterna e la perseveranza, mentre alle sue foglie vengono attribuite anche proprietà purificatrici.
Volendo concludere quest’analisi molto sintetica, in merito a: iconografie, elementi allegorici, simbolici, strumenti e modalità tecniche, si possono notare anche un cero e un trilume.
In ambito maschile una prima singola fiamma viene accesa dal Venerabile (in ambito femminile avverrà a cura di un altro soggetto), rappresentando l’accensione del Fuoco spirituale insito nell’elemento Umano. Il colore bianco della candela è riconducibile alla manifestazione dell’anima che alberga in ciascuno e la sua fiamma è anche simbolo spirituale di luce e di serena volontà collegate al desiderio di contatto con il Supremo Artefice.
I tre fuochi del candelabro, per noi posti sempre alla stessa altezza sullo stesso piano, tendono a formare un Triangolo di Luce con la punta rivolta verso l’Occidente. Questo, come già accennato, si interseca con un altro triangolo opposto (collegamento ideale con le singole luci del Venerabile e dei Mistagoghi) per formare un ulteriore Esagramma con al centro l’Ara, al fine di favorire armonia e amplificazione per le funzioni di Intuizione, Comprensione e Conoscenza.
Riassumendo, tutto quanto sopra esposto può portarci ad esprimere la ferma convinzione, basata anche sui testi del Rito, che gli Apprendisti (ma non solo) debbano avere chiara e univoca l’indicazione del nostro Metodo particolare per indagare ogni cosa che si intravveda nei testi e negli arredi templari. Solo rimanendo concentrati sulle istruzioni specifiche, senza lasciarsi confondere da elementi esteticamente simili ma interpretati diversamente altrove, il cammino di ognuno sul nostro Sentiero sarà più facile, rapido e scevro da inutili sbandamenti.
Però si deve essere consapevoli che un normale essere umano non ha alcuna possibilità di percepire con i soli sensi materiali ciò che si immagina non essere solo materia.
Un percorso di ricerca, proprio perché tale, ha quindi tra i suoi obiettivi anche la conquista o la riattivazione, attraverso il silenziamento dei condizionamenti materiali, di facoltà differenti che consentano almeno di individuare e di utilizzare quell’ipotetico interruttore spirituale di cui ho fatto cenno sopra.
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L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Ottobre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Fin dal primo grado, sappiamo di dover prendere coscienza di noi e di lavorare sull’aspetto animico, insistendo su quelle possibilità intellettuali, riconducibili al fare quotidiano. Mantenendosi sotto osservazione, si può individuare qualcosa di sé che non va bene e così si interviene con gli strumenti (simbologie varie e suggerimenti fanno parte del metodo) che si hanno a disposizione. Quando si agisce in tal modo, è opportuno essere consapevoli se lo si stia compiendo in modo passionale oppure a livello assertivo; ma in effetti, non è sempre scontato che al di là dei pronunciamenti anche aulici, si voglia agire veramente sulle rettifiche di sé stessi.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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