Se si dovesse fare una sintesi degli innumerevoli percorsi da intraprendere per una maggiore coscienza di Sé (in quanto ognuno è un essere a sé stante con la conseguente indole), il denominatore comune nelle tradizioni spirituali pervenuteci, anche se sembra che siano indicati termini e metodi diversi, riporta sempre al suggerimento: “conosci te stesso”!
Secondo il mio punto di vista, il presente momento storico e sociale sembrerebbe aver ha portato ad un abbassamento di quel potenziale, sia intellettivo, che emotivo, che aveva permesso all’essere umano di progredire anche nella conoscenza illuminista preferendo delegare alla tecnologia, sempre più massicciamente presente nel quotidiano, le funzioni abituali inibendo l’esercizio umano del ragionamento, del confronto, dell’esperienza, con la conseguente inerzia psico-emotiva e soprattutto, permettendo spazi sempre maggiori all’inserimento di situazioni e di personaggi che, per esempio, lucrano sulle paure e sulla credulità dei sempre più deboli e intimoriti individui i quali appaiono aggirarsi in una inespressiva mancanza d’identità!
Un solo piccolo, terribile esempio di manipolazione potrebbe essere costituito dalla pubblicità che inonda le pagine dei social in cui presunti “illuminati”, assicurano che l’utente ansioso ma intelligentissimo (che però ha sborsato), diventerà uno sciamano perfetto in grado di “volare nello spazio e nel tempo, per cifre notevoli, in tre giorni (anche non in presenza); oppure quelli che con 30 €, ti puliscono “l’aura karmica” e ti risolvono la vita in mezz’ora! Si tratta dei cosiddetti social che sono tutto tranne che sociali in quanto alimentano solitudine, debolezza emotiva e inquietudini, ostacolando così la possibilità di cercare in sé stessi quello si pensa possa trovarsi invece più comodamente sugli “scaffali” di un magazzino emozionale purtroppo sempre più ampio..!
In questa condizione la capacità di ricercare e conseguentemente di vivere alcuni attimi di Silenzio, credo che costituisca la somma innanzitutto di Coraggio e poi di Volontà, oltre che di profonda, opportuna Umiltà; perché guardare nel mio intimo è come specchiarmi in una doppia immagine: in un lato quella che vorrei “vedere”, nell’altro quella scomoda, che preferirei non mi corrispondesse, ma è la Verità a cui è indispensabile togliere il velo e guardarla! Coraggio, volontà, umiltà per chinare il capo e decidere di attraversare la “selva oscura”…. distinguere nell’immagine che mi rimanda lo specchio: il reale dei due lati.
La parte pragmatica della mia indole mi porta a cercare il senso etimologico del termine immagine; la parola italiana viene dal latino imāgo: immagine, ombra, imitare, sogno, spettro; il termine latino è legato al verbo imitari: effigie, copia, ritratto o ombra, imitare, copiare, essere simile…
La lingua greca esprime questo concetto con termini fondamentali che sono la base di molte nostre parole, anche se non è l’etimo diretto di immagine:
Eikōn (εἰκών): immagine, somiglianza, statua o riflesso, da cui derivano le parole italiane icona e iconografia, e si collega a éoika: io somiglio.
Eidōlon (εἴδωλον): fantasma, simulacro o copia visiva, legato alla radice del vedere (eido/video), da cui deriva il termine idolo.
Lo specchio in cui mi percepisco e cerco di “vedermi” mi mostra quindi una immagine che non è la realtà ma una sua rappresentazione, un riflesso, un’apparenza.
Guardarsi nello specchio è il simbolo della ricerca: significa esplorare la propria anima. Nelle immagini allegoriche, la Verità tiene spesso uno specchio in mano perché esso mostra le cose esattamente come sono, senza mentire; lo specchio riflette il mondo visibile ma crea altresì un doppione virtuale che indica anche l’illusione, la vanità e la perdita di sé, come nel mito di Narciso o come gli esempi che si possono trovare nelle fiabe e nella letteratura; ad esempio in “Alice nelle Paese delle meraviglie”, in cui la superficie riflettente dello specchio è una porta magica verso una dimensione parallela o inconscia.
Similmente, presso molte culture antiche, si pensava che questo potesse catturare l’anima o svelare il futuro, fungendo da tramite con il divino o con l’occulto.
Nonostante l’uomo sia tra i pochi esseri viventi capaci di riconoscere la propria immagine in uno specchio, il riflesso pone comunque il soggetto davanti a un altro sé stesso; lo specchiarsi diviene dunque l’occasione per riconoscersi, per scorgere un dettaglio inatteso, persino disconoscersi.
L’allegoria dello Specchio è il simbolo più diretto della visione spirituale, la “contemplatio”, giacché vi si trova concretizzato l’avvicinamento del soggetto e dell’oggetto. Lo specchio rimanda all’occhio e alla vista, intesi come strumento di conoscenza del mondo esteriore e interiore, lo spazio dove finzione e realtà si incontrano e si confondono, dove può esserci, sia trasformazione, che inganno, ambiguità e duplicazione dell’apparenza con la conseguente facoltà di svelare aspetti inattesi e sorprendenti lati dell’esistenza; in esso ci si può perdere o riconoscere. È il luogo magico dello svelamento del mistero dove da un primo piano oscuro, la “caverna” platonica, si passa pian piano verso la luce.
La tenebra è potente, calda e protettiva, la luce è tagliente e discrimina, separa: la coscienza è Luce che fa ritrarre l’ombra nella ricerca della coscienza di sé.
Per questo lo specchio è spesso legato all’iconografia della Verità e della Prudenza rappresentate nell’atto di tenere in mano quest’oggetto e contemplarlo. Restituisce un’immagine nell’immediato; a tal punto che Dante, nel canto XXIII dell’Inferno, afferma che Virgilio gli ha letto nel pensiero con la velocità del “piombato vetro”. Popolarmente gli occhi stessi sono definiti gli “specchi dell’anima” poiché rifletterebbero o tradirebbero il carattere, l’umore e le intenzioni di una persona.
Oltre ad essere un simbolo della transitorietà e della vanità, lo specchio rappresenta anche il loro contrario: verità, eternità, realtà.
Ciò avviene per due motivi: da una parte, questo oggetto è un monito verso ciò che è fasullo; invita, quindi, a vedere il mondo e sé stessi per ciò che si è. Dall’altra, è in grado di mostrare i lati nascosti del mondo, soprattutto ciò che esso nasconde alle sue spalle; poiché permette di conoscere sé stessi, invita ad essere virtuosi e in particolare, autocritici e prudenti.
La Prudentia intesa come virtù personificata, fu rappresentata ad esempio, in varie incisioni del Seicento, come una donna che tiene uno specchio nella mano sinistra nel quale osserva le cose passate e future.
In altre incisioni coeve si vede invece un uomo che guarda sé stesso in uno specchio (sempre nella mano sinistra), con l’invito a usare cautela, scritto in un nastro in stile araldico: “INSPICE CAVTVS ERIS” (guarda, sarai prudente).
La strada per la migliore conoscenza è nel tempo, particolarmente oggigiorno estremamente irta di ostacoli e distrazioni che possono impedire una percezione interiore nitida come la superficie limpida del vetro o del cristallo di cui esso è fatto, (nella vita di tutti i giorni ci si guarda allo specchio per controllare se si è in ordine).
Mi fu chiesto: … veramente vuoi … ? ; diventare padrona del mio desiderio comporta necessariamente il discernimento e la padronanza della mia capacità personale, almeno provando a distinguere la mia verità e ciò che devo rettificare, distinguere l’immagine che vorrei vedere da ciò che È davvero….
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Ottobre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Guardarsi nello specchio è il simbolo della ricerca: significa esplorare la propria anima. Nelle immagini allegoriche, la Verità tiene spesso uno specchio in mano perché esso mostra le cose esattamente come sono, senza mentire; lo specchio riflette il mondo visibile ma crea altresì un doppione virtuale che indica anche l’illusione, la vanità e la perdita di sé.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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