Qualche anno fa, commentando il lavoro di una Sorella, ho scritto all’autrice che avrei preferito avesse usato l’espressione “umile artigiano” invece che “umile operaio”. Si tratta davvero di una sottigliezza e di un fatto di sensibilità piuttosto che di significato. Tuttavia, è interessante sviluppare questo pensiero.
Naturalmente, per “opera” e “operaio” l’etimo latino è il medesimo, ma con sfumature apprezzabilmente diverse: “opus”, dai numerosi significati, tra i quali i più rilevanti sono per noi lavoro, occupazione, opera, costruzione, arte, stile, ma anche funzione, necessità ed azione; mentre “opera” rimanda a prestazione, fatica, sforzo, lavoro a giornata, da cui operarius, lavorante salariato, spesso su chiamata e pagato di volta in volta. Sembra proprio uno di quegli operai citati nel rituale.
In genere l’operaio, per le modalità di applicazione al lavoro, è distinto dall’impiegato, al quale si riconosce la diretta e continuativa partecipazione all’attività dell’impresa, con mansioni di amministrazione, di controllo e organizzazione del lavoro; è ancor più, distinto dall’artigiano, che è invece proprietario degli strumenti del lavoro, che può organizzare autonomamente modi e fasi di lavorazione, e che, nella compiuta maestria può diventare “artista” – come si diceva fino a non molti anni fa – con il riconoscimento di un talento, un modo di agire, un mestiere o una qualità eccellente. Quest’ultimo assomiglia molto di più al libero muratore.
Lasciamo comunque perdere i significati che sono stati accostati a “operaio” negli ultimi due secoli, in senso letterale o figurato: operai della penna o del cervello, preti operai, operaio-massa, classe operaia, lotte, movimenti, cooperative, organizzazioni e financo case operaie, che avranno pure una loro dignità, ma fanno parte di un altro cespuglio ideologico. Parimenti, trascuriamo quelli che nel linguaggio ecclesiastico sono gli ormai sparuti operai, attivi nella vigna del Signore.
Passiamo ora ad un altro aspetto, che non contraddice quanto già detto, ma apre a curiosi sviluppi, e che è la principale ragion d’essere di questo articolo. Chi sono realmente quegli “operai” indicati come Apprendisti e Compagni, ai quali si fa preciso riferimento durante i nostri ordinati lavori? Certamente dobbiamo cercare delle indicazioni proprio nel rituale del 1° Grado.
Il Primo Mistagogo (sacerdote) dichiara, prima dell’esecuzione del Rito sull’Ara, di occupare il proprio posto: “per osservare i Fratelli Compagni d’arte, durante i sacri lavori, condurli alla ricreazione e da questa richiamarli ai sacri lavori affinché progrediscano con ordine ed in perfetta regola”.
Analogamente, sempre in tale occasione, il Secondo Mistagogo afferma di occupare tale posto: “per osservare i Fratelli Apprendisti d’arte, durante i sacri lavori, condurli alla ricreazione e da questa richiamarli ai sacri lavori affinché progrediscano con ordine ed in perfetta regola”.
Entrambe le tipologie degli operai sono citate nei momenti significativi dell’azione rituale, e l’essenza del rito che si poi compie consiste proprio nell’apertura e nella chiusura, creando e determinando così uno spazio intellettuale ed un luogo dello spirito in cui poter agire.
Un aspetto essenziale di ogni rito è quello di separare ciò che è unito e riunire ciò che è sparso. Che lo si osservi nel mito egizio di Osiride o nell’azione del sacerdote cattolico che (almeno con il vecchio rituale) spezza l’ostia in tre parti e le porta alla bocca nuovamente riunite, non cambia l’essenza: è come un respiro cosmico, una sistole ed una diastole che si alternano e che ritroveremo sempre, ed è per noi anche la capacità di riconoscere, far proprio ed utilizzare il materiale del lavoro.
Ebbene, sembrano cose troppo importanti e misteriose perché la loro trasposizione nel rituale di Apprendista riguardi semplicemente i Fratelli seduti più o meno pigramente tra le colonne, condotti come un gregge dai Mistagoghi a compiere le azioni più normali e che alla fine vengono “mandati via” – con gloria ed onore – contenti e soddisfatti della “paga” della serata.
Personalmente, non sono mai stato mandato via; me ne sono andato con la constatazione che quella tornata di lavori era giunta al suo compimento, cioè al limite delle nostre capacità di intervento e di utile sviluppo del discorso. Pertanto ho difficoltà nell’immedesimarmi in questi operai, faticosamente e oscuramente intenti all’Opera, di cui colgono la maestosità ma non la visione d’insieme; inoltre, percepisco che le mie sole risorse sono impari al compito di costruire intellettualmente il mio mondo e che quindi devo farlo insieme ai miei Fratelli.
Le forze in gioco (oppure il lavoro) non sono meramente fisiche, ma appartengono a quelle energie o passioni virtuose che ci animano, a quegli “spiriti ignei” che si incarnano in noi, ci sostengono nella nostra azione e ci permettono di fare ciò a cui le nostre sole risorse non basterebbero. Nostro compito è farli lavorare secondo l’Arte e nel migliore dei modi.
Nella religiosità greca e romana si aveva coscienza di queste entità spirituali (ma anche tipologie psichiche) che venivano considerate divine. Quando nominiamo il G.A.D.U.,o il Supremo Artefice dei Mondi, o più modestamente lo spirito costruttivo innato nell’uomo, ci riferiamo ad un Principio superiore, ma, nella nostra piccola realtà, nella manifestazione psicofisica, di questo si tratta. Inoltre l’eggregore della Loggia non è un fatto puramente “mentale” ma si sostanzia proprio di questi elementi naturali e sovra-individuali.
Ebbene, durante i nostri lavori, con la copertura data dall’azione rituale, possiamo entrare in contatto con tali forze ed in qualche misura dar loro corpo, abbandonarci temporaneamente ad esse ed incarnarle, perché sarà l’efficacia del rito a dominarle. Alla fine però, esse vanno raccolte, soddisfatte nella loro necessità di attualizzarsi nel mondo e “mandate via”, fino alla prossima occasione da noi stabilita, perché non saremmo capaci di reggerne la presenza fuori dal contesto della Loggia.
Non solo: ricordiamo il motto sapienziale “i simboli ingannano i démoni”, da cui deriva la possibilità e la necessità di “parlare per simboli” e di usarne le immagini. Non per nulla, alla fine dei lavori il Secondo Mistagogo scioglie l’intreccio della squadra con il compasso perché non venga usato che da noi ed in quel preciso tempo e luogo, così che la sua persistenza non possa attirare indebite attenzioni.
Questi meccanismi fanno parte dei fondamenti del simbolismo cerimoniale e della sua magia, ed è molto importante esserne consapevoli, o almeno averne un’idea, perché condizionano le modalità e l’atteggiamento con cui partecipiamo ai lavori.
Con il rituale di apertura, queste forze vengono richiamate (meglio evocate che invocate), durante i lavori vengono polarizzate nel punto noto ai soli figli della Vedova, e in chiusura vengono allontanate e disperse. Dove esse si trovino e chi ne siano i portatori, sarebbe tutto da scoprire, ma non è una cosa in cui indulgere o con cui giocare; tuttavia, funziona più o meno così e quindi è inappropriato credere semplicisticamente di essere noi questi “operai”, benché del loro lavoro siamo comunque tutti responsabili ed in special modo le tre luci.
A dire il vero, nella tavola citata, è implicito divenire l’umile operaio della propria vera essenza; concetto totalmente condivisibile, se tradotto come l’agente realizzativo, portatore di quella dynamis che attualizza fedelmente e concretamente un principio. Ma il rischio, nell’utilizzo del termine “operaio”, consiste oggi nel proporre una parola inflazionata, il cui significato è dato da tutti per scontato, senza averlo minimamente mondato dalle molte scorie di cui è ricoperto.
Ciò che conta invece, è l’indicazione di senso, il non fermarsi all’esteriorità, a ciò che già crediamo di sapere, all’idea malsana di essere la pietra di paragone del pensiero, per cui tutti dovrebbero intendere le cose alla nostra maniera. La catarsi, il ritorno alle origini, sono tutt’altro che semplici e a portata di mano, tuttavia si possono realizzare piuttosto facilmente proprio nel linguaggio, nell’uso consapevole delle parole, riscoprendo le loro radici. Questa è una delle principali risorse messe in luce dal discorso di Loggia che diventa gergo.
Ancora qualche considerazione su quel “umile artigiano” a noi così caro. Derivato diretta-mente da artifex, ovvero da artem facere, è colui che esercita un’arte manuale che richieda esperienza ed ingegno; la nostra Arte di liberi muratori non è più materiale, ma deve comunque rispondere ai medesimi canoni, coniugando immaginazione e senso della realtà: la proiezione di un’immagine nella nostra vita, o meglio, nel modo di viverla.
Non per nulla la nostra R.L. è rimasta legata alla formula: “Supremo Artefice dei Mondi”, ricevuta mezzo secolo fa dai Riti Uniti di Misraïm e Memphis, con la quale indichiamo il Principio alla cui Gloria dedichiamo i nostri ordinati lavori. Chiaramente, ci si riferisce al medesimo concetto, ma l’approccio è più modesto, più sommesso, più prossimo alla nostra limitatezza e quindi, forse, maggiormente accessibile. Accostarsi ad un perfetto Artefice dei diversi mondi, è più agevole che non immaginare un Grande Architetto dell’Universo, nella cui smisurata figura rischiamo di smarrirci; perciò l’umiltà trova concreta espressione in questo atteggiamento e diventa consapevolezza di sé e senso della misura.
Per finire, una piccola riflessione sul prendere lo spunto da un apparente difetto di un lavoro altrui. È come cogliere quello che una volta si definiva “il neo della bellezza”, che serviva ad attirare l’attenzione, a considerare il dettaglio particolare e l’armonia dell’insieme, a far pensare, ed approfondire una conoscenza. Quindi, nessuna critica, ma la gratitudine per aver offerto un’occasione di rielaborazione del pensiero, inattesa, ma quanto mai gradita.
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Ottobre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Chi sono realmente quegli “operai” indicati come Apprendisti e Compagni, ai quali si fa preciso riferimento durante i nostri ordinati lavori? Certamente dobbiamo cercare delle indicazioni proprio nel rituale del 1° Grado.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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