Renée Guenon, il grande esoterista del secolo scorso, affermava che, in analogia con la tradizione induista dei Solstizi (la fase «ascendente» è messa in rapporto con il deva-yana, e la fase «discendente» con il pitri-yana), al Solstizio d’ Inverno si aprisse la porta degli Dei dalla quale, questi, scendevano sulla Terra per combattere, secondo le leggende norrene, l’eterna battaglia contro le forze oscure del Ragnarok e per consentire così, al nuovo Sole bambino di prendere forza e vigore. Così si poteva rinnovare la vivida luce la quale, dissipando le tenebre, permette agli uomini, agli animali, alle cose, di rifiorire nella speranza di una nuova vita e di un ciclo che non ha mai fine. Affermava, altresì, che il Solstizio d’Estate fosse la porta degli uomini i quali spiando attraverso questa, potessero vedere gli Dei riposare dopo che avevano portato a termine il ciclo agricolo, i cui frutti avrebbero sostentato gli uomini fino alla fine del Sole calante; questo, per dar loro nutrimento nei giorni bui nei quali, il riposo della terra, non permetteva alcun fruttificare per il loro sostentamento.
Se questo è il Mito raccontato, mi assumo la responsabilità di variarne l’ipotetico percorso, in funzione di una personale intuizione (o di semplice fantasia) che mi permetto di proporre.
Il Solstizio d’Inverno sarebbe stato a mio avviso, la porta degli uomini che si apre per dare la possibilità ai guerrieri che sono stati accolti nel Valhalla, la sala dei caduti, di unirsi agli uomini della Terra, tremanti ed indecisi nel veder affievolire la luce e sopravvenire l’oscurità che opprime i loro cuori e fa vacillare le loro anime nella paura che il Sole scompaia per non più ritornare. È un’unione agli Dei usciti da Asgard nell’eterna battaglia contro le forze oscure del Ragnarok per sconfiggere Loki, il condottiero delle tenebrose orde, le quali vorrebbero dare in pasto alle fauci del lupo Fafnir il Sole bambino che ancora non ha la forza di prendere il comando delle schiere celesti per ricacciare l’oscurità nei profondi recessi di lontane galassie.
Per questo i fuochi venivano accesi per indicare agli Dei la via da percorrere per scendere sulla Terra nella quale gli invitati guerrieri e gli uomini palpitanti li attendevano per combattere insieme l’eterna battaglia per la vita.
Il Solstizio d’Estate, invece, sarebbe la porta degli Dei i quali scendono sulla Terra per vedere se gli uomini hanno fatto buon uso dei doni lasciati loro dagli stessi Dei, per ricompensarli del valore che hanno dimostrato nel battersi insieme nel ricacciare le soverchianti forze oscure. Doni che sono i frutti della terra, gli alberi fioriti, il ventre fecondo degli animali e delle donne che, generando nuova vita, rappresentano la certezza dell’immortalità.
Gli Dei, con la luminosità espansa dalle loro brillanti armature e dal riflesso delle spade levate al cielo, quasi bruciano la terra con il loro accecante splendore ma, nel contempo, fanno maturare il grano che dona “pane” elemento primario della vita e tutti quei frutti che saranno il sostentamento quando la terra diventerà sterile prima che sia purificata, per la nuova semina e la nuova vita, dopo il periodo oscuro.
Un intermezzo particolare sono i giorni del Ferragosto ed i fuochi che si accendono per l’occasione.
Gli uomini accendono grandi falò per illuminare, sul finire dell’Estate, la via del ritorno tra le stelle degli Dei che, aprendo la porta del cielo che li conduce sulla Terra nel periodo solstiziale per accettarsi delle opere degli uomini, adesso ritornano lì da dove sono venuti per continuare a fare girare la ruota della nostra esistenza.
Accendiamo quindi i fuochi dentro noi stessi affinché mantengano il calore nel cuore nei giorni bui che si apprestano e nei quali dobbiamo combattere le tenebre interiori, per poter inneggiare al nuovo Sole che ci darà vigore al Solstizio d’Inverno quando il bambino d’oro sarà la rappresentazione che il ciclo continua.
Ruote nelle ruote.
L’articolo è contenuto nel numero di Agosto Ottobre 2026 della nostra rivista Alla Ricerca del Sé. Scarica tutto il numero.
Accendiamo quindi i fuochi dentro noi stessi affinché mantengano il calore nel cuore nei giorni bui che si apprestano e nei quali dobbiamo combattere le tenebre interiori, per poter inneggiare al nuovo Sole che ci darà vigore al Solstizio d’Inverno quando il bambino d’oro sarà la rappresentazione che il ciclo continua.
Attorno all’Ara dei Giuramenti, nel cuore del Tempio, sono disposti strumenti simbolici che rappresentano tappe e funzioni del lavoro interiore. Ogni attrezzo muratorio richiama un’azione da compiere su sé stessi, nel percorso di trasformazione spirituale.
• Il Filo a Piombo orienta verso l’equilibrio interiore: invita a calarsi nel proprio asse verticale per discernere ciò che è saldo da ciò che è instabile, essenziale per ogni cammino iniziatico.
• Il Mazzuolo rappresenta la forza volontaria, la spinta risoluta che segue una scelta consapevole e virtuosa.
• Lo Scalpello simboleggia il discernimento e la precisione: senza di esso, ogni colpo rischia di essere cieco, danneggiando invece di perfezionare.
• La Livella esorta a costruire con misura, portando armonia tra le parti, sia interiori che esteriori. È lo strumento dell’equilibrio raggiunto.
• Il Regolo permette di valutare proporzioni, coerenza, giustizia. Invita a confrontare la propria opera con un modello superiore di ordine.
• La Leva allude all’azione ponderata: forza che muove ciò che è pesante, ma solo se guidata dalla coscienza e da un punto di appoggio ben compreso.
• La Cazzuola è simbolo della volontà costruttiva in chiave altruistica: unisce, armonizza, cementa legami su basi spirituali.
• La Pietra Grezza, posata a terra, rappresenta l’uomo nella sua condizione naturale, ancora da lavorare, dominato da istinti e automatismi (Nefesh).
• La Pietra Cubica a punta, scolpita e orientata, simboleggia l’iniziato che ha compiuto un cammino reale, innalzando la propria anima verso Neshamah, la coscienza superiore.
L’Ara del Giuramento, al centro del Tempio, ha forma quadrata, simboleggiando la stabilità e il mondo manifestato. Il rivestimento in tessuto azzurro, proprio del Grado di Apprendista, evoca il cielo originario e lo stato potenziale della Creazione.
Su di essa si compiono gli atti fondanti del Lavoro rituale: si prestano i giuramenti, si depone il Libro della Legge Sacra, sovrapposto dalla Squadra incrociata al Compasso, e si accendono le Luci della Menorah, il candelabro a sette bracci della Tradizione ebraica. Le sue fiamme possono essere lette in chiave cabalistica come le sette Sephirot inferiori, oppure associate ai sette giorni della Creazione, ai sette chakra o alle scale armoniche.
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